Fra le tante sembianze che la techno ha assunto nei decenni successivi all'esplosione in quel di Detroit e gli innumerevoli utilizzi che ne sono stati fatti, uno dei più interessanti è senza dubbio la reciproca contaminazione con il dub. Vale a dire l'arte di utilizzare il martello pneumatico techno per scavare e raggiungere le profondità del dub, siano esse immaginarie (astratte) o terrene (concrete). Dai
Basic Channel ai
Downliners Sekt, ovvero dall'origine prima alla contaminazione ultima con il presente di stampo
urban, il cosiddetto dub-techno è diventato una delle forme espressive principali della tavolozza elettronica contemporanea.
Se c'è un artista che ha dato l'esempio di cosa significhi approcciarsi scientificamente alla musica in senso ampio, quello è Cristian Vogel. Uno che non si è mai negato nessun genere di esperienza, nato e cresciuto negli ambienti dell'avanguardia colta dai quali ha imparato molto, ma che ha sempre amato sporcarsi le mani, analizzare al microscopio tutto ciò che di più lontano potrebbe esserci dalla sperimentazione pura (che senso ha fare esperimenti su frutti di altri esperimenti già pensati e, per questo, “artificiali”?), applicare quanto appreso lavorando con materie nobili alle cose musicali di tutti i giorni, alle forme elettroniche più vicine alla
popular music.
L'ultima sfida di Vogel è appunto il dub-techno, un terreno arduo sul quale
un peso massimo dell'elettronica tutta ha già scritto fior di trattati pronti a essere studiati sui libri di storia della musica del 2100. Ma se quest'ultimo lavorava sull'alchimia fisico-matematica del suono, a Vogel i calcoli non interessano, mira al concreto e dunque alla chimica di ritmi, armonie, sequenze, progressioni. “Polyphonic Beings” è il risultato della sua ricerca, erede diretto del precedente “Eselsbrücke” che di questo disco fu col senno di poi una prova generale, un rodaggio dei macchinari in laboratorio prima di uscire e lavorare direttamente sul campo.
Sette sono le conclusioni finali degli esperimenti del
producer inglese, a partire dall'inchino a
Burnt Friedman in “Exclusion Waves” e dai terreni sporchi di “McCaw's Ghost” e “LA Banshee 109”, scomposizioni ai minimi termini del
Delay di “
Vantaa” prima e “Anima” poi. Su “How Many Grapes Went Into That Wine?” è il martello a finire sotto la teca, scomposto in un mantra alieno e sottoposto poi in “Lost In The Chase” ai più disparati trattamenti (iniezioni noise, prelievo del
beat, congelamento del
groove). Su “Forrest Gifts” manca il dub e un tappeto
tech-noise (cfr.
Demdike Stare) è mantenuto in vita in coma farmacologico, prima di essere ucciso su “Society Of Hands”, dove restano gli ultimi impulsi nervosi in forma di
field recording.
Alla domanda “come si combinano dub e techno a livello molecolare?” Vogel riesce a dare una convincente quanto imprevedibile interpretazione. L'ennesimo successo concettuale (più che strettamente musicale) della sua carriera di scienziato del suono (più che di musicista).