Monolake

Ghosts

2012 (Monolake / Imbalance) | experimental minimal-techno

Lo scienziato Robert Henke può tranquillamente ambire alla definizione di "Brian Eno del ventiduesimo secolo". Non certo per gli ambiti solcati e nemmeno per i generi proposti, ma per la caratura innovativa e l'importanza che la sua attività ha avuto sulla musica a venire, nonché per l'approccio alla materia musicale, che per entrambi è prima di tutto linguaggio, espressione di concetti, immagini, sensazioni. Eno, a suo tempo, coniò la "musica per ambiente", in cui la simbiosi con il resto delle cose (di qualsiasi tipo, con la concretezza come unica caratteristica imprescindibile) era la funzione della musica: musica al servizio dell'ambiente, dunque.

Con un parallelo e in riferimento a una ricerca che Henke non ha mai smesso di evolvere, raggiungendo il suo punto d'arrivo nel precedente "Silence", potremmo invece definire "ambiente al servizio della musica" la sua opera - dove per ambiente possiamo intendere di nuovo tutto: sia il sonoro, sia il mezzo, dunque samples, droni, beat, ma anche laptop e software. E ancora immagini al servizio della musica, nelle sue video-installazioni in cui, al contrario di quelle di Eno stesso, le visuals sono colonna visiva della musica. E di conseguenza l'applicazione alla musica di linguaggi che ne sono nascosti generatori primi, la matematica e la fisica su tutti, l'informatica subito dietro. Scontato giungere alla conclusione che la definizione di non-musicista si adatti alla perfezione ad Henke, come anche ai suoi compagni d'avventura succedutisi nel progetto Monolake, lo storico Gerard Behles (Mr. Ableton) prima, e Torsten Pröfrock aka T++ poi, che abbandonò nel 2009.

Partiamo col dire che il non-musicista Henke non era mai sembrato così musicista quanto lo appare oggi in questo nuovo album, "Ghosts", seguito dell'ottimo "Silence" (forse uno dei pochi esempi di pure field recordings tramutate in strutture sonore e melodiche con la sola trattazione informatica). Non cambia certo la strumentazione: l'evo digitale resta sempre di primaria importanza per quello che può essere considerato uno dei suoi inventori e maggiori sviluppatori, e quindi largo a campioni, fields, processori, sequencers, native instruments, ambisonics, monodeck, invenzioni varie. Quel che cambia, in "Ghosts", è invece proprio quell'approccio alla materia di cui si parlava sopra, quello che era, in un certo senso, l'unico vero "marchio di fabbrica" di Henke.

Non c'è più lo scienziato che si isola nel proprio studio a inseguire ogni singola onda sonora, a cercare la perfezione in ogni frequenza: il nuovo Henke recita la parte del professore che sale in cattedra per esporre a tutti una dettagliata relazione dei risultati delle sue ricerche. Autocelebrazione e, per la prima volta, viaggi nel già sentito? Probabilmente sì, il rischio in un caso simile è dietro l'angolo; ma se così fosse, il maggior merito di Henke in questa sua prova sarebbe la capacità di nasconderlo per mezzo di un talento tecnico-stilistico ormai indiscutibile e di una classe sempre cristallina. Suonano così come conferme i sostrati ritmici, mai così sviluppati e mai così industrial, di "Ghosts", i richiami della foresta di "Toku", l'inquieta e apparente calma teutonica degli obliqui e metallici richiami à-la-Bug di "Afterglow", il thriller senza emozioni di "Phenomenon", l'invisibile superficie di "The Existence Of Time" e il minimalismo, dapprima astratto e poi sempre più terreno, di "Aligning The Daemon". Fin qui, Robert docet.

Qualche lieve indizio di stanca, però, Henke pare lasciarlo fuoriuscire - quasi costretto, giocoforza, a tirar fuori qualche nome oltre al suo e qualche corrente musicale che non riguardi solo la sua ricerca. Non convincono altrettanto, dunque, il silenzioso pulse-width "Discontinuity", l'Aphex Twin senza carica di "Hitting The Surface" e le rarefatte frenesie industriali di "Lilith" e della più esplicita "Foreign Object", dove zitti zitti si affacciano i Pan Sonic; tutti episodi nei quali la purezza e l'indefinibilità stilistica, da sempre dettami di casa Monolake, sembrano perdersi in favore di un eccessivo intento esplicativo e divulgativo.

Dal computo totale, "Ghosts" ne esce quindi come un discreto lavoro, che paga il prezzo di mostrarci per la prima volta un Henke spogliato della sua figura di pioniere, di esploratore, di chimico del suono. La cattedra non sembra essere fatta per lui quanto il laboratorio, e la staticità che compare inesorabile in un paragone tra questo nuovo album e i suoi predecessori ne è dimostrazione: il nostro riesce a uscirne con gran mestiere e una certa arguzia, ma mai era stato necessario un ricorso a tali mezzi, così "estremi" per un musicista in grado di segnare un'epoca all'insegna del rinnovamento.
Alla fine il disco si lascia ascoltare, scivola via gradevole ma, per la prima volta, senza impressionare né stupire: aspettarsi di più era quantomai lecito. Ricevere un album come "Ghosts" da un produttore in erba alla prima release avrebbe potuto considerarsi soddisfacente, come parto del Brian Eno del ventiduesimo secolo raggiunge a stento il minimo sindacale.

(03/06/2012)

  • Tracklist
  1. Ghosts
  2. Toku
  3. Afterglow
  4. Hitting The Surface
  5. Discontinuity
  6. The Existence Of Time
  7. Phenomenon
  8. Unstable Matter
  9. Lilith
  10. Aligning The Daemon
  11. Foreign Object
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