Quartetto del Nebraska, i Twinsmith sono dotati di una buona dose di verve e del potenziale giusto per ereditare i fan orfani dei Vampire Weekend o degli Shins; surf-music, pop, fuzz guitar e organo scorrono a fiumi nel loro secondo album “Alligator Years” senza mai annoiare.
Suona familiare e rassicurante il pop dei Twinsmith, anzi, potrà capitarvi di associarlo a quelle college-band che impreversano negli horror movie e nei serial adolescenziali made in Usa, purtroppo senza alcuna peculiarità che possa distinguerli dalla miriade di band similari. Inoltre, la voce di Jordan Smith non è particolarmente originale e l’insieme rischia di apparire prevedibile e già sentito.
Non è difficile scorgere una serie di richiami e di curiosi paragoni durante l’ascolto delle dieci tracce. L’ossessione ritmica di “Constant Love” è figlia del miglior post-punk inglese, “Said And Done” è un elegante synth-pop stile Future Islands, e il tono introspettivo di “Dust” apre prospettive interessanti per il futuro della band.
“Alligator Years” si fa ascoltare con piacere, “Seventeen“ e “Is It Me” sono molto accattivanti, la title track è trascinante e divertente tanto da guadagnarsi il posto in una playlist personale, e “Carry On” lascia da parte la chitarre e affida al piano l’atmosfera delicatamente romantica senza cedere all’enfasi sentimentale.
In definitiva, “Alligator Years” è un album che mette in evidenza un buon potenziale, ma per i Twinsmith la sfida più ardua sarà riuscire a evolversi verso qualcosa di più originale e personale.