Cinque facce azzimate (due baffo-munite) di cinque ragazzi conosciutisi nei loro studi musicali a Yale, in un sodalizio proseguito poi a Brooklyn; un pastiche sonoro che intreccia riferimenti colti e plateali “sdoganamenti” stilistici e sonori. Ci sono tutti gli ingredienti per identificare uno dei nuovi nomi musicali dell’
intellighenzia liberal newyork-ese, esteticamente quasi caricaturalmente agli antipodi di quell’America che si vede rappresentata (non dimentichiamo anche il brano dedicato a “Annie Hall”), altrettanto caricaturalmente, al di fuori dei suoi confini, ma anche al suo interno.
“Young Narrator In The Breakers” ha colpito molti per i suoi ripescaggi d’antan, ma nel complesso può sembrare un disco di dieci anni fa, quando i collettivi multistrumentali e multi-vocali andavano per la maggiore, e il “fermento” freak sembrava effettivamente al suo apice (“Ran Ran Run” non potrebbe iniziare anche un disco dei
Grizzly Bear? Nel caso decidessero di omaggiare gli
ABBA, s’intende…). Di recente, solo il progetto
San Fermin può esser loro vagamente riferito, soprattutto nei momenti più classici (“Belle Of The Ball”, “Annie Hall”, “Somewhere In Iowa”).
L’impulso libertario che si percepisce nel disco è frutto di una palpabile ricerca musicale, quella che gli permette di non essere così direttamente classificabile, attraversando epoche e generi in uno spazio piuttosto breve (meno di quattro minuti in “Wiserway”, infarcita di Americana, psichedelia, soul, surf-pop, disco in maniera apparentemente surrettizia e magistralmente camuffata nella trama del brano, per poi ributtarsi su pop scandinavo e wave in “No Mind”).
Al di sotto di un’estetica stranita, vagamente reminiscente della liquida psichedelia
dreamy dei
Candy Claws (“The Aquarium”), è chiaro che questa ricerca sugli arrangiamenti e sulle sonorità è funzionale soprattutto alla scrittura musicale (vero aspetto “meraviglioso” di “Young Narrator In The Breakers”), in un lirismo ieratico ma realmente potente, che negli spazi delle sue architetture elfiche lascia trapelare sprazzi di vita.
L’aspetto freak della band decade così nel corso degli ascolti, facendo risaltare la splendida (in)coerenza di un viaggio musicale, che non risparmia asperità e brusche virate ma non le fa mai sembrare fini a sé stesse (anche nella discretamente schizofrenica “Ruby (Let’s Buy The Bike)” ). Anche nella patina retrò – tendente al kitsch - delle melodie di “John (A Little Time)” e di “2020, We’ll Have Nothing Going On” non vi è compiacimento intellettuale, quanto la capacità e il lavoro che consentono di mischiare “sacro e profano”, denudando il carattere ingannevole di queste due categorie in musica.
L’unico rimpianto di “Young Narrator In The Breakers”, forse, è che si ha la sensazione che i Pavo Pavo potrebbero fare anche di più: qualcosa di irrisolto che speriamo trovi compimento nel seguito di questo esordio.