Il rischio più grande che si può prendere con la musica dei Ropoporose è quello di sottovalutarla. Di lasciarsi abbindolare da quell'aria
naïf di cui Romain (batteria e synth) e Pauline (voce, chitarra e synth) si circondano, e che in sede live trova ulteriori e più genuini spunti. Proprio dal vivo, però, il duo di Vendȏme non può far altro che calare la maschera e mostrare sul palco le carte del suo mazzo, ricco di jolly ancora in parte da giocare. Chi ha assistito alla recente "calata" dei due in Italia può testimoniarlo: tecnica sopraffina, affiatamento iper-collaudato, capacità di intrattenere sia nei momenti di requie sia in quelli rumorosi, in un saliscendi di note e di vibrazioni che sembrano buttate lì per minare le certezze dell'improvvido pubblico. È così anche su album, come saprà chi si è addentrato nel dedalo sonoro di "
Elephant Love", e a maggior ragione nel nuovo "Kernel, Foreing Moons", dodici canzoni che alzano l'asticella senza farlo notare, come a dissimulare il peso di aspettative forse più grandi di quelle inizialmente preventivate.
Seguendo le tracce ancora freschissime del lavoro precedente, il secondo album dei Ropoporose torna a proporre un'ampia gamma di suoni e riferimenti nelle imprevedibili traiettorie delle sue tracce, in un saliscendi di filastrocche oblique, tregue armate e schermaglie noise che vanno a coprire l'intero arco di quello che dovremmo chiamare alt-rock. Disposte quasi agli estremi opposti della
tracklist, "Holy Birds" e "Spouknit" sono i manifesti dell'arte inquieta ma a tratti irresistibile dei francesi: la prima, sospinta dai synth, si ferma e poi riparte per tuffarsi nel muro distorto che si ferma appena prima di esplodere; la seconda sfoggia un'anima post-punk che si infrange su nuove pareti rumoriste, dando però un più libero sfogo alle pulsioni.
E che "Kernel, Foreign Moons" sia meno impomatato rispetto al predecessore lo si capisce appieno con "Guizmo", laddove la deflagrazione è completa e la voce di Pauline abbandona i lidi ovattati per accompagnare gli umori del brano con urla stridule. Viceversa, in "Faceless Man" la giovane transalpina si prodiga in toni da soprano, ma anche questo è un trucco bello e buono: giunto a metà del suo percorso, il brano si scaglia in un teso alt-rock che torna utile a ricordare, come in altri passaggi, che la prima lezione è (di nuovo, e a pari merito con i
Blonde Redhead) quella dei
Sonic Youth.
Lo zucchero filato di "Skeletons" introduce una seconda parte di album meno tesa, e mostra semmai qualche lontana parentela con la scena francese, a mezza strada tra
Laetitia Sadier e i
Nouvelle Vague. Un discorso per certi versi applicabile a "Barking In The Park", che si muove tra toni scanzonati e atmosfere oniriche, e alla filastrocca
weird "Fishes Are Love" (devo confessare che, estraniandomi dal contesto, trovo parentele con i
Blue Willa). Il contraltare non può che materializzarsi nella lunga ed elaborata traiettoria di "None", dominata dagli arpeggi di chitarra e dai frenetici colpi sul rullante.
Le sonorità agrodolci di "Electric" chiudono il sipario su un disco non immediato come ci si aspetterebbe, né sempre perfettamente a fuoco nelle sue continue giravolte, ma al tempo stesso vibrante e ricco di spunti. La perfetta fotografia di una band le cui grandi potenzialità sono state finora solo in parte espresse. Quantomeno su disco.