Per Lael Neale la nostalgia, oltre che uno stato d’animo, è uno stile di vita. Nelle poche righe che la giovane cantautrice originaria della Virginia, cresciuta in Irlanda e ora stabilitasi in quel di Los Angeles, condivide riguardo sé stessa sui suoi canali social e streaming, ci tiene far sapere che se ne va ancora in giro con un vecchio cellulare a conchiglia e che per la realizzazione di questo “Star Eaters Delight”, sua seconda fatica edita da Sub Pop, non sono stati coinvolti schermi di alcun tipo.
Nonostante al jet set californiano Lael preferisca una passeggiata per i campi o dedicarsi al giardinaggio, il personaggio che è emerso dall’intrigante “Acquainted With Night” di due anni fa ha fatto sì che molti si accorgessero di lei e che, addirittura, Vogue si prendesse la briga di contattarla per un’intervista e un servizio fotografico.
Di “Acquainted With Night”, che della cantautrice era la seconda prova, questo terzo lavoro intitolato “Star Eaters Delight” mantiene un po’ tutto: il tono confessionale, le tastierine vintage e l’amato autoharp. Un paio di brani più briosi e circolari nella struttura disvelano però un’inedita voglia di giocare, forse frutto dell’esposizione esperita dalla Neale negli ultimi tempi.
E così il disco sboccia sulle note frizzantine di “I Am The River”, praticamente una hit folk-pop anni 60 dal ritornello contagioso e con un emozionante assolo di autoharp; atmosfere movimentate che riprende sul nostalgico ritmo motorik di “Faster Than The Medicine”.
Su “In Verona”, il brano che apre la sezione più riflessiva del disco, il consueto tono confessionale di Lael sfiora la trance ieratica tra rintocchi di pianoforte, sinistre striature di archi e fugaci interventi di carillon, mentre la dolce e cigolante tristezza di “Must Be Tears” mantiene la promessa del suo titolo mediante una melodia d’altri tempi e coretti sospirosi.
Vero è che nella realizzazione del disco non sono stati coinvolti schermi, monitor e altri ammennicoli digitali, ma il lavoro fatto dalla cantautrice e dal produttore Guy Blakeslee è tutt’altro che rudimentale o scontato, è anzi stratificato e certosino. Basti ascoltare a tal proposito la vibrante “Return To Me Now”, quattro minuti in cui i Fairport Covention incontrano la dolce dimensione onirica dei Mazzy Star e fiati badalamentiani, o il lavoro di sfumature ed evanescenze della conclusiva “Lead Me Blind”.
Proprio grazie a questa cura e all’inedita varietà di soluzioni cui viene applicata, “Star Eaters Delight” è senza ombra di dubbio il miglior lavoro prodotto finora dalla Neale: una deliziosa trappola per chiunque sia affamato di stelle e sogni.