Nell’eterno dibattito tra scrittura e produzione, Amaarae versa prepotentemente sulla seconda: impossibile non prestare attenzione a tale inebriante miscela sintetica, così asciutta e precisa. Perché questa cantautrice nata nel Bronx da genitori del Ghana si presenta come una moderna popstar, vistosamente sensuale nel proprio corpo erotico, ma è prima di tutto un’ingegnere del suono: il suo equilibrio tra beat, sample e atmosfere ha pochi eguali sulla piazza internazionale, uno spirito che parte dall’Africa occidentale per affiancarsi a una miriade di tendenze generate dalla diaspora pan-africana. Volete scorie bass, scampoli house, ossessioni baile funk, filtri spettrali, arpe di caucciù, violini di plastica e chiappe oleate? “Black Star” offre tutto di più, a partire dalla tempesta perfetta di “S.M.O.”, per chi vi scrive il brano dance più accattivante di un’estate parca di tormentoni.
Divertitevi poi a cercare le interpolazioni di “Milkshake” di Kelis in “Starkilla” e “Believe” di Cher su “She’s My Drug”, solo per trovarle smembrate della carica originale dentro a nuovi brani di deprimente realtà post-internettiana. Mai scontata nelle proprie scelte, Amaarae ha ideato il suo terzo album di studio come un lisergico sex party transatlantico col quale affrontare le ansie per la fine del mondo.
Ma quando si tratta di stendere le idee melodiche e – soprattutto – di interpretarle, riecco apparire quel neo che avevamo già visto nel debutto “The Angel You Don’t Know” e nel successivo “Fountain Baby”, altrimenti il suo apice in fatto di cura sonora. Dotata di una voce che è più un sibilo incorporeo, qui peraltro costantemente vocoderizzato, Amaarae è come un accessorio alla sua stessa impalcatura, una zanzara che saetta da un lato all’altro delle cuffie, sempre presente ma mai necessaria.
L’effetto è voluto; dietro la sua musica si nasconde un malessere impossibile da ignorare, un contemporaneo nichilismo di sussurri erotici e distacco emotivo, concettualmente interessante ma difficile da gestire sulla lunghezza di un album. Il gioco può ancora funzionare con la roboante apertura di “Stuck Up”, ideata come una fanfara dentro una latta dei pelati, ma già quando arriva la comunque sottile collega PinkPantheress su “Kiss Me Thru The Phone Pt.2”, appare evidente lo scarto tra le due presenze.
È qui che “Black Star” purtroppo continua a traballare; noiose sia “B2B” che l’interminabile “Dream Scenario”, poco inventiva “ms60”, con l’ennesimo cameo di Naomi Campbell, ma fa specie soprattutto la stralunata sbavata lesbo-consumista furbamente titolata “Dove Cameron”, nome della celebre attrice attualmente impegnata con Damiano David. L’ascolto plana infine nella fantasia progressiva “100DRUM” e poi inanella il pulsante alté di “FREE THE YOUTH”, quest’ultimo un titolo sarcastico, dal momento che il brano tratta nuovamente di soldi e droga, inscenando un edonismo queer più disperato che spinto.
Certo, troverete pochi brani sottilmente orecchiabili come “Fineshyt” quest’anno, piccolo gioiello eurodance de-costruito a mo’ della collega Oklou, a dimostrazione di un orecchio sempre attento alle mutazioni della materia elettronica. Impossibile non battere il piede a ritmo su “Girlie-Pop!”, altro brano troppo sibillino per non sedurre tra una cartuccia e l’altra. Sono gli estremi di un album intelligente ma alterno, il prodotto di un’autrice molto capace ma idiosincratica.
I paragoni con “RENAISSANCE” sono più che altro speculativi, dal momento che Amaarae ha poco in comune con la terrena presenza della star di Houston; “Black Star” è semmai un misto tra il kwaito digitale della sudafricana Moonchild Sanelly e lo stridore electro-dance della Janet al latex di “Discipline”, un clash internazionale tra donne emancipate e poi espropriate, perse da qualche parte tra la pista da ballo e la lista d’attesa per disintossicarsi in clinica. Con tutti i meriti e i difetti, “Black Star” è il disco più contemporaneo dell’anno in corso.