Beyoncé

RENAISSANCE

2022 (Parkwood/Columbia) | dance, bass, afrobeat, funk, hip-hop

Una bolgia. Sedici tracce per sessantadue minuti di durata, una cinquantina buona di autori e collaboratori, sample e interpolazioni provenienti da ogni dove, un carnevale sonoro cangiante come un arcobaleno e denso come magma che cola inarrestabile dalle pendici del monte. Come già illustrato dal singolare brano di lancio “BREAK MY SOUL”, il ritmo è adesso punto focale di un’opera che guarda al movimento del corpo umano in tutte le sue espressioni, da oggetto del desiderio a strumento per fare comunità e affrontare assieme lo scorrere della vita. La colonna sonora? Vecchia house di Chicago e Detroit, vischiose divagazioni bass, inflessioni rap, moderne influenze afrobeat e amapiano, affilate contorsioni di vogue, coretti r&b e scheletriche impalcaure trap e dub, insomma un vero e proprio “RENAISSANCE” che prova ad abbracciare l’umanità intera dopo un biennio di restrizioni sociali.

 

Paradossalmente, è proprio Beyoncé a impiegare più tempo del solito per bucare oltre la stratificazione sonora. Ci vogliono svariati ascolti per orientarsi dentro a questo suo settimo album di studio, la celebre Diva ha notevolmente stemperato i toni e preferisce quasi nascondersi nel mix. L’effetto può essere straniante, ma non è affatto casuale. Via le ballatone per sfoggiare l’estensione soul, nessuna lineare melodia pop per gratificare l’orecchio europeo, zero concessioni a ritornelli incalzanti: la composizione di “RENAISSANCE” affonda le radici nella tradizione hip-hop. Voci e strumenti vengono sovrapposti come cornici concentriche attorno al beat, creando brani che fanno a meno dell’impatto radiofonico per mantenere piuttosto uno sguardo a 360 sul movimento in pista.
Una volta preso atto che “RENAISSANCE” è il disco più corale e profondamente nero di Beyoncé, e che “Single Ladies” appartiene a un paio di culture fa, non resta che abbandonarsi all’ascolto. Ancora una volta, da sotto l’immancabile hype e gli isterismi di un particolarmente ronzante beyhive, emerge un lavoro di buona qualità.

L’attacco di “I’M THAT GIRL” allerta subito l’ascoltatore: stratificazioni vocali e felpate pulsazioni di dancehall elettronica fanno da sottofondo a un’interprete che trova sfogo nelle parti più basse e ruggenti del proprio registro – uno stile vocale che poi spadroneggia su gran parte del lavoro, dalla sfacciata invettiva lirica di “THIQUE” in giù. Quarant’anni e tre figli, un matrimonio già ampiamente sviscerato, un’immagine statuaria che ha dell’istituzionale, eppure Beyoncé la rigida perfezionista adesso vuol divertirsi; “ENERGY” maschera un’interpolazione di “Milkshake” e Kelis s’è già detta contrariata, la sfrigolante bass dell’ottima “ALL UP IN YOUR MIND” alza la tensione su dense partiture elettroniche, rullanti trap e aciduli accenti hyper-pop a cura di A.G. Cook. Su “MOVE”, l’autrice riesce addirittura a riportare in studio il lugubre contralto di Grace Jones e mescolarlo alla nigeriana Tems in uno straniante dialogo a tre. La base rap anni 90 di “Cocaine” di Kilo Ali viene ritessuta su “AMERICA HAS A PROBLEM” con tanto di gradasso di tastierone new jack swing: mirabile il modo in cui, dalle stesse radici, viene fatta emergere una canzone totalmente nuova.
Per stemperare i toni, ecco lo scanzonato disco-funk di “CUFF IT” con l’immancabile tocco di Nile Rodgers, e la saltellante “CHURCH GIRL”, a metà strada tra la sacralità di Lauryn Hill e l’attitudine stradaiola di Teyana Taylor. Fanno specie i sei minuti di “VIRGO’S GROOVE”, uno stiloso soul urbano alla Luther Vandross arrangiato con innato gusto mentre Beyoncé vi aleggia sopra quasi liquida. Firmata assieme a Syd e Sabrina Claudio, “PLASTIC OFF THE SOFA” offre diafane partiture lounge e sparuti echi alt-soul.

Tanta carne al fuoco, insomma, una giungla di ritmi e referenze con la quale omaggiare a più riprese tutta la diaspora africana. Forse è meglio rimettere in contesto quella foto di copertina: nonostante l’iniziale utilizzo della celebre “Show Me Love” di Robin S, Beyoncé qui non gioca a fare l’urlatrice house stile Martha Wash o Kym Mazelle, la sua è piuttosto una figura terrena e profondamente legata al Sud degli Stati Uniti, dalla natìa Houston fin dentro al fango del Mississippi - se trovate affinità con “RENAISSANCE”, vale certamente l’ascolto di “Second Line: An Electro Revival” di Dawn o "K" dell'amica ed ex-Destiny's Child Kelly Rowland.
Ma Beyoncé non si ferma qui, anzi rincara la dose con gli immancabili riferimenti alla comunità queer che da sempre popola gli spalti della scena dance. Su “HEATED”, l’autrice omaggia la figura di suo zio Johnny, morto di Aids anni or sono, snocciolando un vernacolo alquanto colorito per i suoi standard. La gettonatissima “ALIEN SUPERSTAR” sta già facendo il giro delle quattro chiese, grazie a quel ritmo strappa-mutande e a un arioso refrain che entra a sorpresa sul più bello, mentre la scanzonata e divertente “PURE/HONEY” si avvale della collaborazione di uno dei padri della moderna scena ballroom americana, MikeQ. E tacciamo poi della mitica TS Madison, fugace ospite sul terso afrobeat di “COZY”.

Il meglio viene comunque riservato per il gran finale. Non è nemmeno la prima volta che Beyoncé incontra Donna Summer – quasi vent’anni fa, l’esplosiva “Naughty Girl” interpolava “Love To Love You Baby” – e le carte sono nuovamente scoperte: la sempiterna pulsazione sintetica di “I Feel Love” dà modo a “SUMMER RENAISSANCE” di attorcigliarsi a piacimento su un tripudio camp di latex e finissimo trash talking. Sarà anche come sparare ai pesci in un barile, ma Beyoncé infila una delle interpretazioni più carismatiche e slanciate da anni a questa parte, dimostrando ancora una volta che quando ci si mette il suo status di Diva è meritato.

(01/08/2022)

  • Tracklist
  1. I'M THAT GIRL
  2. COZY
  3. ALIEN SUPERSTAR
  4. CUFF IT
  5. ENERGY
  6. BREAK MY SOUL
  7. CHURCH GIRL
  8. PLASTIC OFF THE SOFA
  9. VIRGO'S GROOVE
  10. MOVE
  11. HEATED
  12. THIQUE
  13. ALL UP IN YOUR MIND
  14. AMERICA HAS A PROBLEM
  15. PURE/HONEY
  16. SUMMER RENAISSANCE


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