Etereo e solenne, il nuovo lavoro di Jason van Wyk, sudafricano classe 1990 di cui ricordiamo l'intensità di "Threads" del 2021, è un compendio di malinconia su accordi evanescenti, pubblicato per n5MD. Intriso di elementi
cinematici, l'autore trova trazione nella corrente
ambient drone, con riferimenti a
Tim Hecker e
bvdub. La tristezza rimane un tratto costante del suo lessico, e "Inherent" non fa eccezione, arricchita da qualche fugace incursione percussiva scandita da cassa e
sequencer.
L'
opener "All Visible" introduce con chiarezza gli intenti: un'atmosfera fumosa e sottilmente armonica, dilatata nei quasi trentanove minuti del disco. Emergono qua e là pulsazioni e arpeggi, come in "Remnants", che lascia intravedere echi
psybient, una deriva
chillout diafana e rinnovata nella tipica produzione di van Wyk.
Le derive puramente
soundscape risultano le più convincenti: sottili trame tessiturali, fragili e intime, dove ogni nota sembra portare il peso di qualcosa di non detto. Il disco ruota costantemente attorno a questi poli, con risultati per lo più riusciti. Quando affiora la cadenza, il flusso tende verso il
pathos e l'enfasi, con il rischio di eccedere; ma è proprio in questa tensione tra raccoglimento e apertura che "Inherent" trova la sua identità più autentica. Il sesto album mostra la maturità di un autore che sa costruire atmosfere con misura, anche se la piena compiutezza emotiva sembra ancora a portata di mano.