Già con “Realtà aumentata” (2024) si era intuito che nei Subsonica qualcosa si fosse rimesso in moto sul serio. Al di là della facciata, il rischio di una frattura definitiva era stato negli anni molto meno teorico di quanto spesso si sia raccontato. Quel disco, invece, restituiva l’immagine di una band di nuovo compatta, presente, ancora capace di lavorare come un organismo vero.
“Terre rare” parte esattamente da lì, ma non si limita a confermare quella ritrovata tenuta: la mette alla prova, la spinge più avanti, la trasforma quasi in una scommessa. È come se i Subsonica, una volta rimessi in asse, avessero deciso di alzare il livello della ricerca e di farlo senza più l’assillo di dover inseguire per forza la hit, il segnale immediato di sopravvivenza.
In questo senso il nuovo album ha qualcosa di liberatorio. Sembra il frutto di una band che si è tolta di dosso un peso e ha ritrovato nella complessità, nella contaminazione e nel movimento, la forma più naturale del proprio stare insieme.
Anche per questo il trentennale, pur importantissimo, resta sullo sfondo come cornice e non come centro del discorso. Torino li celebra come è giusto che sia, con concerti, eventi, percorsi disseminati in città, e la cosa ha un valore preciso perché i Subsonica con la città sabauda non hanno mai avuto un rapporto ornamentale, ne sono stati una delle voci più riconoscibili, uno dei suoni più identificabili.
Però la cosa migliore di “Terre rare” è che non si mette in posa dentro l’anniversario. Non usa il compleanno per rimettere in ordine il passato, ma preferisce aprire una nuova traiettoria. La chiave sta molto nel viaggio a Essaouira (Marocco), compiuto dalla formazione piemontese durante le fasi di gestazione del progetto: un aspetto che non appare un mero dettaglio da raccontare nelle interviste, ma si conforma come vero motore iniziale del disco.
Il contatto con la tradizione Gnawa, con una musica più circolare, più ipnotica, più legata alla ripetizione e alla trance che alla forma occidentale della canzone, ha lasciato una traccia profonda. Il guembri, con quel suo suono scuro, vibrante, quasi terroso, e le krakeb, col loro battito metallico, insistito, sono entrati nel lessico del gruppo senza sembrare mai un prestito decorativo. È questo il punto decisivo: in “Terre rare” la componente etnica si palesa come la vera anima del disco. Lo fa respirare in un altro modo. Lo rende più poroso, più fisico, più aperto a un altrove che non viene mai trattato come semplice suggestione da cartolina.
“Al confine” è un’apertura perfetta perché mette subito a fuoco la natura dell’album: sonorità orientaleggianti e africane, ma già fuse dentro un impianto pienamente subsonico, ritmico e nervoso. Da lì in avanti emerge molto bene anche il lavoro del gruppo come organismo: Vicio, più in evidenza che in passato, guida spesso il movimento dal profondo; Ninja gli costruisce attorno una trama elastica e pulsante; Max Casacci interviene con chitarre di taglio e attrito; Boosta tiene insieme tutto con un tessuto sintetico più arioso del solito, mentre Samuel continua a rappresentare il centro emotivo con una naturalezza vocale rimasta intatta.
“‘Straniero’ è uno dei brani più riusciti, perché allarga il significato del titolo: non solo chi arriva da altrove, ma anche chi vive una condizione di marginalità, esclusione, spaesamento. In questo quadro si inserisce molto bene anche il contributo vocale della cantautrice d’origine palestinese TÄRA, che alternando arabo e italiano aggiunge al pezzo una vibrazione ulteriore, concreta e simbolica insieme. La musica accompagna molto bene questa tensione e rende questo passaggio uno dei momenti più aperti e dolorosi della sequenza.
Se “Teorie” convince per il suo carattere più sospeso, con la spinta tra batteria e chitarra che conduce verso una zona in bilico fra due identità, in un limbo che finisce per aumentare il grado di personalità, “Radio Mogadiscio” ha una funzione opposta ma necessaria: è il ritorno più netto a coordinate tipicamente Subsonica, con una presa immediata che dilata il respiro della scaletta senza abbassarne il livello.
Tra i momenti più intensi s’impone “Rifugio”, che parte da un immaginario sintetico quasi darkwave per schiudersi in modo più ampio e intenso, trovando una profondità emotiva notevole.
Se però c’è un brano-manifesto, quello è probabilmente “Ghibli”: è qui che la fusione fra le nuove sonorità assorbite dal gruppo e il suo marchio storico si compie nel modo più naturale e fisico, trasformandosi in pura energia di movimento. “Grida” conferma con efficacia la stessa sintesi, mentre “Il tempo in me” dimostra che i Subsonica, pur immersi in questa nuova fase di contaminazione, non hanno perso la capacità di scrivere un grande brano secondo la loro grammatica più tipica: costruito con lucidità, slancio e una riconoscibilità che non sa affatto di ritorno calcolato.
Il quadro si completa bene anche negli altri episodi della scaletta. “Transumanesimo” spinge il disco in una zona più aspra e frontale, con un impianto sintetico duro, martellante, che accompagna una riflessione tutt’altro che astratta su un’idea di progresso svuotata di misura umana. “Jinn”, nel suo minuto e mezzo abbondante di strumentale, agisce invece come una breve immersione in una trance scura e sospesa, quasi un passaggio d’ombra che ricarica il disco prima del tratto finale, con il basso di Vicio che sembra emergere da una profondità remota.
“Alisei” riporta poi tutto verso una dimensione più lieve, ariosa, perfino commossa: è un brano che parla di distacco e di abbandono con una delicatezza che Samuel regge molto bene, lasciando affiorare anche una lontana eco anni 90. Infine la title track raccoglie il senso del percorso e lo chiude con misura, ricomponendo molte delle tensioni emerse lungo il percorso in una conclusione che ha qualcosa di rasserenato e consapevole, quasi la quiete raggiunta dopo aver attraversato senza scorciatoie una materia più aspra e irregolare.
"Terre rare" convince soprattutto perché riesce a fondere in modo organico ricerca e riconoscibilità, lasciando transitare al proprio interno nuovi strumenti, nuove cadenze, nuove ombre, e continuando però a suonare pienamente Subsonica. È qui che il disco trova il suo centro, nell’idea di una band che non intende gestire il proprio passato, ma sta cercando (e trovando) il modo di portarlo avanti.
I Subsonica non si limitano a confermare la ripresa: la rilanciano. È un aspetto che pesa, perché questo disco arriva dopo anni in cui, tra prove meno convincenti e spinte centrifughe verso i percorsi individuali, sarebbe stato facile immaginare un progressivo assestamento, se non un lento riflusso.
“Terre rare” non è un disco perfetto, e probabilmente non deve nemmeno esserlo, ma ha una qualità che conta molto di più: quella di sembrare necessario. Necessario per loro, prima ancora che per chi ascolta. E proprio per questo finisce per rappresentare uno dei lavori più solidi della loro fase recente, forse quello in cui la citata ripartenza trova davvero la sua forma più compiuta.
I Subsonica non stanno semplicemente bene, qui sembrano di nuovo vivi, curiosi, affamati e, soprattutto, sembrano aver ritrovato una ragione profonda per condividere ancora il viaggio.