Lucky Dragons - Dream Island Laughing Language

2008 (Upset The Rhythm)
trance-world-music

“Dream Island Laughing Language” è il diciottesimo progetto musicale che il duo di Los Angeles pubblica in otto anni, il percorso musicale di Luke Fischbeck e Sarah Rara ha incrociato i ritmi e i suoni di una moltitudine di culture nel tentativo ambizioso e dichiarato di realizzare una nuova World Music che rappresenti la razza multietnica del secondo millennio.
Il nome Lucky Dragons appartiene a un simbolo della cultura antinucleare, è il nome del peschereccio giapponese colpito dalle radiazioni di una bomba a idrogeno in un test nucleare nel pacifico, e la “Dream Island” del titolo è il luogo dove è ora conservato il relitto.

Notevoli le collaborazioni esterne nelle precedenti pubblicazioni del gruppo, musicisti che si alternano come in una comune dai sapori hippie, il tutto sostenuto da una progettualità culturale molto ricca.

In “Dream Island Laughing Language” tutto il simbolismo si concretizza nel progetto musicale più completo del gruppo.
Non c’è considerazione per tutto ciò che la musica ha prodotto finora, la musica dei Lucky Dragons cancella tutta l’evoluzione degli ultimi duecento anni di musica, non e post-rock ma pre-rock, invero la destrutturazione arcaica dei suoni attinge al percorso di artisti come Stephan Micus, Steve Reich, assimilando le culture ritmiche primitive attraverso l’uso di strumenti antichi contrapposti a una elettronica deindustrializzata e umanizzata.

Complesso rendere con le parole il contenuto di questo album, inoltre il suo pregio è proprio quello di creare un linguaggio che rappresenti tutti i simboli culturali del mondo in modo diverso.
Musicalmente vi sono tracce evidenti delle esperienze precedenti di musicisti come Philip Glass o i primi Kraftwerk, la stessa ipnosi ritmica e melodica che attraverso sonorità trattate elettronicamente si inebria di una comunicatività istintiva e nuova, l’insieme sonoro multietnico supera l’atteggiamento di esplorazione che caratterizzava capolavori come “Dream Theory In Malaya” (Jon Hassell) o “My Life In The Bush Of Ghosts” (Byrne & Eno), nel tentativo di cogliere l’elemento primitivo del suono e del ritmo.

Ventidue capitoli (venti nella edizione in vinile), con suoni ricavati da flauti, mini -bongos, campane, mbira (strumento africano con 24 chiavi di metallo su una base in legno), elastici, collane, piano, sampler, e addirittura rocce, papaveri e nude mani, ventidue piccoli gioielli sonori.
Il ritmo tagliente di “Morning Ritual”, l’incanto di “Clipper Gongs”, l'atmosfera cristallina di “Mirror Friends”, l’allegra danza rituale di “Givers”, il minimalismo di “Typical Hippies”, l’aggressività di “Realystic Rhythm”, la poesia di “Wooden Cave Loop” sono gli esempi più vitali della ricerca ritmica del duo, che non disdegna momenti riflessivi caratterizzati da un uso più marcato delle voci, “Oh I Understand”, “Starter Culture”, “Drinking Dirty Water”, “Bad Hammer”, “Tune For Wind Dog” si dispongono su un suono più interiore e riflessivo, piccoli mantra moderni dall’etnia più vasta dei confini geografici.

Ogni momento di questo album meriterebbe analisi e approfondimento, chiunque si avvicinerà all’ascolto di “Dream Island Laughing Language” si renderà conto di aver incrociato uno dei dischi più nuovi e interessanti degli ultimi anni, un nuovo corso per la musica elettronica caratterizzato dalla ingombrante presenza dell’uomo e dei suoi suoni, la genesi di un nuovo linguaggio sonoro che si potrebbe appunto definire pre-rock, in virtù di una forza primordiale che scardina le convinzioni dell’ascoltatore per condurlo altrove, senza paura.

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