Antlers - Hospice

2009 (Frenchkiss)
avant-rock, noise-pop, songwriter
Antlers, base a Brooklyn, è l'idea del cantautore Peter Silberman. Nel suo primo album, "Uprooted" (2006), la sua rielaborazione della canzone folk intimista arriva a una sorta d'illusione acustica tra Syd Barrett e la folktronica, con corredi sonici di tutto punto (talvolta noise-psych, talvolta silenti). Il secondo tentativo "In The Attic Of The Universe" intuisce la direzione, grazie all'utilizzo di campionamenti, live electronics, effetti lo-fi, strati sonici crepuscolari, misture melodiche, e nuovi aromi psichedelici. Il suo uso del drone, peraltro in linea con le tendenze contemporanee, rimpiazza del tutto gli arrangiamenti e le orchestrazioni tradizionali.

Ormai attorniato in pianta stabile da Darby Cicci e Michael Lerner, Silberman progetta "Hospice", con cui traduce integralmente quelle intuizioni a progetto d'insieme, coagulando tanto i nuovi membri quanto l'idea-album. Spartito tra angelica contemplazione e cura certosina, il disco lascia sgorgare liberamente la densa schizofrenia che ne consegue, come in "Kettering" (suoni aerei miscelati a piano ovattato insistente, su una nenia depressa pseudo-soul alla Antony), ma mette anche in chiaro il suo fiuto per orchestrazioni stratificate e costrutti armonici disorientanti.
Ne è prova l'isterismo con cui fonde folk melodico e shoegaze in "Sylvia", alternando un pianissimo di distorsioni acquatiche e mormorio Drake-iano a un fortissimo sgolato Slowdive-iano, sopra un acceso battito marciante, o come "Bear" costruisca una ficcante cantata partendo da un semplice, intenso carillon da bebè (quasi una fusione tra un'accorata melodia di Cat Stevens e la pulsazione lisergica dei Flaming Lips). O come nebbie di live electronics, feedback lirici di chitarra e ondate drone ribollenti coesistano nell'ipnotico ambient di "Thirteen" (per poi sfumare in un toccante recitativo d'opera Cat Power-iano per soprano asmatico e piano melanconico).
Anche più d'effetto è il commosso, carezzevole carosello psicotico di "Two", uno strabiliante crescendo annunciato da un alacre strimpellio e da un flusso di coscienza in falsetto bisbigliato, culminante in subissi di distorsioni garage-rock, accordi di piano in sovratono maestoso e contrappunto di fiati medievali (a raggiungere un'estasi degna dei tardi Talk Talk).

Continuando ad esplorare la sua tavolozza sonica, Silberman impagina lo stratificato, commosso, poliritmico pop da camera di "Shiva", e la spettrale carola senza parole del "Prologue", costretta in una membrana oscillante di elettronica distorta, echi e loop. Silberman è solo nell'"Epilogue", un madrigale voce-chitarra che scompare improvvisamente in un arcano frattale di organo, virtualmente mutante all'infinito.
Le sue torture sentimentali più difficoltose sono organismi autonomi che torreggiano a metafora dell'album, e pure riescono a implementare una decisa qualità onirica. "Atrophy", otto minuti, procede per continuum di beat minimal con cui avvicenda un rullante marziale, una canto-miraggio, rintocchi gravi e radiazioni atmosferiche che si alzano e incorniciano un contrito tema di fuga barocca-new age che farebbe rosicare Mark Kozelek. Una muraglia acuminata di dissonanze elettromagnetiche lo polverizza in sfaceli di cristalli elettronici, fino a spegnersi in uno stornello acustico. I nove minuti di "Wake" sono meno arditi ma anche più comunicativi, secondo armonie barbershop deformi, sfocate, che si confondono pian piano con l'organo, fino a sfociare in un glorioso slogan corale, paradisiaco e bandistico.

Lungi dalla mera imitazione degli Arcade Fire, il disco ne risale direttamente alla stessa fonte, ricombinando elementi classici o artificiali a scopo salacemente poetico. Ma anche disperatamente cinico, metaforicamente impavido. Contro la sofferenza, per la sofferenza. La coltre ambient che lo circonda, lo modella, lo disfa e lo ritempra è l'intuizione - se non più felice - più genialmente oleografica, e ha il suo controcampo nei resoconti romanzati che accompagnano le canzone dai titoli monolessici, che Silberman ha accuratamente inserito nelle liner notes, con raro senso culturale. I vocalizzi di "Thirteen" sono della conterranea cantautrice neofolk Sharon Van Etten.

Tracklist

  1. Prologue
  2. Kettering
  3. Sylvia
  4. Atrophy
  5. Bear
  6. Thirteen
  7. Two
  8. Shiva
  9. Wake
  10. Epilogue

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