L'uomo in trench, ritratto nei pressi di Santa Maria Maggiore a Roma (e affiancato da quello che nella Capitale si definisce un "pizzardone"), che campeggia nella foto di copertina dell'album "Hope In Shadows", è Cris Fehr, un sound designer e insegnante di lingua inglese che, sebbene si sia trovato per ragioni personali a dover emigrare dal natio Canada agli Emirati Arabi Uniti, non ha abbandonato la propria vocazione di musicista, dando vita, in una terra decisamente periferica rispetto allo sfavillante mondo del music biz, a numerosi progetti artistici tra i quali particolarmente significativo e degno di nota risulta essere il piccolo collettivo country-noir che risponde al nome di The Lonely Heart Show.
Nome della band, titolo, copertina e dedica dell'album ("This album was written for all those whom at one time or another felt alone in this beautiful mess called life. May these songs speak to you in dark days and be a reminder that there's hope in shadows...") rappresentano un vero e proprio manifesto programmatico della poetica sottesa a questo esordio e ne spiegano compiutamente il contenuto e il mood generale: musica oscura, adatta alle giornate uggiose e grigie che ci attendono, destinata ai cuori tormentati ma che, allo stesso tempo, riesce a conservare in se stessa il calore della speranza in una redenzione, risolutamente terrena e materiale.
Nell'arco dei quattordici brani che compongono "Hope In Shadows" (durata che rende il lavoro tutto sommato un po' prolisso, seppur godibilissimo), Fehr snocciola tutto il proprio repertorio vocale, fortemente influenzato dalle performances dei crooner di ogni epoca: da Johnny Cash e Scott Walker fino a Matt Berninger dei National, passando per Stuart A. Staples e i suoi Tindersticks.
Scevra da ogni inflessione teatrale e virtuosistica, la voce di Fehr, a volte accompagnata da quella della consorte Ellie Chang, informa di sé tutto il lavoro dei Lonley Heart Show, caratterizzato da arrangiamenti accurati e minimali e da un forte senso della misura che, tuttavia, non ne sminuisce in alcun modo il pathos e il profondo, e a tratti desolato, sentimentalismo.
Con incedere compassato e rallentato, il suono prodotto dalla classica strumentazione folk-rock - e arricchito di volta in volta dall'uso del violino, della fisarmonica, del mandolino e della chitarra lap steel - è sommessamente colorato da fioriture elettroniche discrete e mai fuori posto, che conferiscono a "Hope In Shadows" una certa contemporaneità, pur nell'ambito di una scelta sonora "classica" che, altrimenti, avrebbe corso il rischio di risultare manieristica.
Tali opzioni stilistiche, invece, accompagnate dalla buona capacità compositiva di Fehr, regalano composizioni mature e compiute, che spaziano da ballate in classico mood Americana ("Carry Me Home" dove l'assonanza con Mark Lanegan è palese), a dolci lullabies in bilico tra sonorità acustiche ed elettriche ("Loner's Lullabye", "White Morning Jacket", "Wintertime") fino a sfiorare le vette degli eleganti slow del Richard Hawley più ispirato ("Little Tin Box", "Low Life Confessions", "Dusty Road & Broken Hearts"), per immergersi poi, improvvisamente, tra i marosi del vaudeville ("The Rolling Sea").
Lavoro in chiaro-scuro, illuminato da sporadici quanto improvvisi squarci di colore e caratterizzato da un immaginario fortemente cinematografico, che rimanda a Lynch così come alla nouvelle vague, "Hope In Shadows" è un'opera prima onesta e sentita, confezionata con cura e perizia da parte di un artista innamorato della musica e della vita che non potrà lasciare indifferenti coloro i quali, testardi e sognatori, continuano a credere che, anche nell'oscurità, possa scorgersi la speranza.