Lui, Devon Church, e lei, Aleksa Palladino. Entrambi con talenti da dischiudere, se non da far detonare, entrambi alle prese con i propri crucci. Church viene da un tour orientale da dove apprende segreti e tecniche del folklore, Aleksa si prodiga nel teatro di Broadway. S'incontrano finalmente a Brooklyn, si sposano, condividono le rispettive conoscenze e ne cavano un insieme-intersezione: la musica. Le loro canzoni nascono nell'anonimato di una metropoli che dimentica i silenti moti dell'esistenza. Ma quando la Secretly Canadian li scrittura, il loro "Passage" impone il duo Church-Palladino, ormai da anni battezzatisi Exitmusic, come l'ultima frontiera del rock etereo.
Le promesse fatte fin dai loro inizi, magari timidi, magari oleografici, in "Passage" sono rispettate, come nel migliore dei documenti programmatici. Lo stile di canto di Church è ormai impavido, sicuro nell'impastare i gorgheggi singhiozzanti di Antony e le suppliche aliene di
Thom Yorke, la produzione è solenne, i testi non si rifugiano dietro metafore complicate ma si librano in pensieri soffiati al vento, vibrati con mestizia. Elegie come la
title track e "Sparks Of Light" sono requiem o esaurimenti nervosi filtrati da una moviola che scandaglia aneliti disperati, raffiche di distorsione, voci elettroniche, accordi di piano in forma di
lied viennese. "The Wanting" ripete e riassume il procedimento nel canto svampito
Liz Fraser-iano di Palladino e nella nenia da muezzin di Church, traviata dai filtri elettronici. Le vette canore più alte, e quasi magniloquenti, le tocca invece "The Cold", in una dolce staffetta con il
feedback della chitarra.
La sofisticazione più ambiziosa è in "White Noise", a passare da stornello ambient-pop, quasi ammutolito, a ninna-nanna noise, a mostro psichedelico di chiusa. La cosmica-pastorale "Storms" ne è invece il contrario: la produzione da muro di suono si zittisce in sordina per dare spazio ai due cantanti, lei in un puro bisbiglio afono, lui appassionato come un tenore d'opera. Un'altra statica cantata assorta, e quasi nascosta tra le pieghe della produzione, è "Stars", a ergersi a eroica cavalcata fantasy, e a distendersi in una coda di mantra spaziale, sorta di
piece dei
Charalambides ma dotata di ritmo puntuto.
Gli episodi spigliati e meno preda della depressione sono però anche i più curati. La canzone ballabile del caso, "The Modern Age", è synth-pop con risvolti religiosi di gran classe (e pure un ritornello che sarebbe più appropriato per un attacco di salmo). La serenata di "The Night" scodella un valzer fatato davanti a una montagna di voci e una chitarra
jingle-jangle, e l'hare-krishna spettrale di "The City" si scontra con una barriera di elettronica e drum-machine, come se gli
Yazoo fossero diventati apocalittici anziché fischiettabili, o come dei
Suicide della porta accanto.
Preceduto da un'autoproduzione ("The Decline of the West", 2007), ma soprattutto dalla bozza di massima "From Silence Ep" (Secretly Canadian, 2011), e forgiato da una delle configurazioni più gettonate dell'ultimo decennio, il duo maschile-femminile (qui con un nome che simbolizza una loro ossessione: i
Radiohead), suona come un
concept diverso. Descrive cicli e mutamenti negli stati d'animo che risuonano nell'universale, ma poggiando su canzoni relativamente semplici (ma anche ampie, carezzevoli, mercuriali), in un intenso compenetrarsi tra dimensioni parallele. È shoegaze diventato finalmente confessione, o, a scelta,
trip-hop che dilaga, rompe gli argini, si concede alla cascata interiore delle emozioni. In veste
live, come per i
Fiery Furnaces ma in una galassia altera, il duo si arricchisce di Nic Shelestak, ma già presente nel disco a scolpire i
soundscape gargantuani di "White Noise" e Dru Printess, alla batteria.