Strano percorso, quello dei
Masoko, band della scena indipendente romana che arriva al dodicesimo anno di vita con soli tre dischi all'attivo. Fin qui il quartetto (cui per l'occasione si aggiunge un tastierista) non aveva prodotto niente di memorabile, impantanandosi in un "nervous pop" sostanzialmente inefficace sia in termini commerciali che qualitativi, a parte qualche singola gemma (su tutte "Due dita" e "Alfonso"). Eppure, il gruppo ha sempre avuto in mano le carte da giocarsi, partendo da una tra le voci più tecniche e originali in circolazione - quella di Davide De Leonardis - cui si aggiunge un insieme di musicisti validi e ben affiatati. Mancava dunque la scintilla, la voglia di mettersi in gioco personalmente, alla stregua di un tuffatore che rimane a guardare il precipizio con finto distacco, convincendosi poi che scendere in acqua con la scaletta sia praticamente la stessa cosa.
Pubblicato dall'etichetta Modern Life e distribuito da Audioglobe, il disco esce dopo quasi due anni di lavorazione: l'estenuante elaborazione ha quindi consentito al gruppo di curare ogni piccolo dettaglio dell'album. Quasi tutte le canzoni condividono la stessa struttura a strati, composta da una base acustica cui si aggiungono campionature, distorsioni, effetti sui quali la voce di Davide fissa il proprio riconoscibile timbro.
Non ci sono episodi che spiccano particolarmente, ma piuttosto una qualità costante che rende il disco tanto gradevole quanto solido. Se qualche sentore di
new wave è ancora rintracciabile nelle linee di basso (meritatamente in primo piano), è l'intuizione di miscelare il più tradizionale cantautorato italiano a una sanissima tentazione disco-funk a risultare davvero originale e convincente (vedi la trascinante "Il futuro non è").
Va rilevato anche il passo avanti compiuto sul versante dei testi: in passato, pur evitando il tipico "chiacchericcio" di molti cantanti nostrani, questi tendevano a disperdersi eccessivamente in un superficiale sfottò dei costumi del prossimo, mentre ora riescono a essere dissacranti e aperti a più chiavi di lettura. Il tema centrale è la crisi, l'estrema incertezza, in cui il lontanissimo (il crollo delle borse, l'11 Settembre, imprecisate guerre atomiche) si va a fondere con il vicinissimo (le proprie paturnie sentimentali) come ben evidenziato in "Prima del crollo" (sorta di "
Save a Prayer" del 2012) o "Mi vuoi ammazzare". Ciò che si percepisce è una presa di distanza progressiva rispetto a una realtà che certamente non merita una rivoluzione di gruppo (troppa fatica!) quanto una piccola rivoluzione personale. "Il punto non è fare, ma resuscitare", canta De Leonardis in "Buco nella testa".
Tale ricerca di una nuova identità si risolve idealmente in una delle canzoni più originali del disco, "In alto". Il pezzo, che fa della contrapposizione fra strofa pesantissima e ritornello arioso la propria forza, individua la meta finale in un ideale e lontanissimo "altrove" da raggiungere in coppia, come se la presenza dell'altro (pubblico o amante che sia) facesse da riferimento per capire, almeno, quanto ci si è allontanati dal punto di partenza.
I molti riferimenti letterari e cinematografici, da "Le Diable Probablement" di Bresson a "L'australiano" di Skolimowski (cui è ispirata "Oggetti"), impreziosiscono la faccenda e fa piacere, infine, ritrovare nella traccia conclusiva un mantra ossessivo che sembra tanto uno psichedelico omaggio a "Vela e mare" del grande Flavio Giurato.