Quando alle spalle di una band comincia a delinearsi un'ormai consolidata carriera discografica, l'annuncio di un nuovo album rischia di tramutarsi, nella migliore delle ipotesi, in una celebrazione di ciò che presumibilmente si conosce a menadito. E in parte i Raveonettes, al loro settimo disco, hanno rischiato di inciampare in questa declinante ma comunque onorevole possibilità. Onorevole se pensiamo che il duo danese in più di dieci anni di carriera - sondando qualsiasi variopinta deriva pop, non ha mai pubblicato un album meno che bello. Questo lo possiamo dire senza remore. Dalla loro personale rilettura di
Jesus & Mary Chain in chiave melodico-psichedelica di "Whip It On" al
noise-pop di "Lust Lust Lust"; dal
garage-rock romantico di "Pretty In Black" alla
retro-dance di "In And Out Of Control" culminando il percorso con gli umori dark di "Raven In The Grave", ma riuscendo comunque a tenere i piedi bene a mollo in quel
pop-gaze che è diventato
trademark.
Fatte le debite premesse, alla luce del licenziato "Observator", sembrerebbe che il disco abbia riconfermato ancora una volta l'intramontabile talento di Sharin Foo e Sune Rose Wagner (il quale si è dato anche alla produzione, vedasi "
Only In Dreams"), perché nel nitore della compattezza il duo dimostra ancora una volta di saper scrivere. Pochi, pochissimi sono riusciti ad unire un'imperturbabile costanza esecutiva a una solidissima efficacia, senza tuttavia perdere mai l'equilibrio, come i Raveonettes.
Ne esce un disco che sposta di poco i termini della proposta (a voler ben vedere sembrerebbe una fusione degli ultimi due lavori) ormai nutrita da atmosfere notturne, spiraliformi distorsioni elettriche come spari nel buio, inquieti echi e chitarre fischianti, dall'abile alternarsi delle voci maschile e femminile e di melodie tanto immediate quanto intrise di un'onirica malinconia, un po'
Blonde Redhead, un po'
Radio Dept. Canzoni leggere, rotonde ed esuberanti, nove brani che scorrono via tra stacchi
sixties e melodie a molla, aggiornate ad una sensibilità splendidamente ruffiana: un pizzico di new wave al saccarosio a completare l'offerta. Ed ennesima prova che le canzoni i due sanno scriverle eccome: tanto quelle vivaci e occasionalmente scontrose - "Sinking With The Sun", "Till The End" - quanto quelle romantiche e avvolgenti - "The Enemy", "You Hit Me (I'm Down)". Canzoni come marionette del più geniale degli artigiani: perfette in ogni stacco ed ogni passaggio, levigate in ogni sfumatura, con i coretti e gli stoppati al posto giusto, le chitarre morbide e la melodia forte. Canzoni dalle quali anche il più glaciale e amorfo individuo faticherebbe a riluttare, perché quando il
refrain comincia a insinuarsi subdolamente sottopelle ("She Own The Streets", "Downtown") è difficile abbandonarlo.
E se il limite è che in sostanza non aggiunge nulla di nuovo a quanto detto dai nostri, il pregio è che conferma questa straordinaria capacità di sguazzare nel pop come pochi altri, una semplicità (ben lontana dall'essere amica del popolo e vergogna per gli artisti) che sembra ormai intramontabile. Se dunque la bellezza di questo nuovo
full-length è intrinseca e difficilmente riscontrabile nelle sottigliezze del lavoro, è la globale scorrevolezza e intensità delle nove tracce a conquistare fin da subito. E allora davvero poco importa se buona parte di esse sono costruite sugli stessi accordi, perché in un disco pop, quando ci sono le Canzoni, è davvero tutto quello che serve.