Il primo passo in solitaria di Durand Jones, senza i fidi The Indications, è solo in parte prevedibile e catalogabile come ennesima esternazione di una privacy artistica già sottintesa nella carriera condivisa con la band. Nel mettere in fila le matrici che animano “Wait Til I Get Over”, ovvero soul, blues, r&b, gospel, rock e funky, l’autore rifugge dai canoni puramente estetici e tiene abilmente a bada quegli elementi nostalgici che, pur necessari e impliciti, non sono mai predominanti.
Un ascolto fugace non permette di scorgere palesi differenze con opere affini, dopotutto l’album è un viaggio nei ricordi e nelle esperienze dell’autore ed è naturale che il campionario stilistico non si discosti da un solenne rituale stilistico quasi mistico e spirituale. Svincolato dai canoni più ballabili delle composizioni di Blake Rhein e dal romantico falsetto soul di Aaron Frazer, Durand Jones tira fuori dal cappello magico un disco poeticamente intenso e aspro, un progetto radicato nella cultura rurale black, che racconta di schiavitù e di guerra civile americana con una consapevolezza moderna e per certi versi proiettata nel futuro. “Wait Til I Get Over” è un album sentimentale ma non romantico: nostalgia e voglia di riscatto viaggiano in contemporanea e alle gioie del pop-soul più retrò l’autore contrappone un tono pungente e viscerale nonché trasversalmente empatico.
Jones racconta la propria gioventù trascorsa nella piccola realtà di Hillaryville, Louisiana, cittadina fondata da ex-schiavi e dall’intenso retroterra religioso, storia che il musicista racconta nel breve interludio per piano, archi e voce narrante di “The Place You'd Most Want To Live (Interlude)”, un luogo di speranza e condivisione che ha plasmato la personalità del musicista, ora pronto a rendere omaggio alle sue più profonde radici. Otis Redding, Sam Cooke e Donny Hathaway sono i punti di riferimento con il passato.
I ricordi riaffiorano non solo nelle intense liriche ma anche nel sottinteso citazionismo musicale che è palese nell’agile ballata alla Sam Cooke "Sadie", storia di una breve relazione sentimentale con una donna sposata da parte di Jones, ed è altresì straniante quando a essere involontario oggetto di deja-vù è un brano di Dusty Springfield (“I Only Want To Be You”), il cui refrain è assorbito nell’aspro e graffiante r&b-rock di “Lord Have Mercy” che Jones interpreta con la grinta di un giovane Rod Stewart.
Quelli appena citati sono ovviamente impliciti richiami armonici, dovuti soprattutto a una ricca e vigorosa scrittura, che regala almeno un paio di autentici gioielli, in primis la struggente e carnale “That Feeling”, un’appassionante e complessa melodia alla quale Jones affida un canto d’amore queer tanto intimo quanto spirituale. Altra autentica perla di “Wait Til I Get Over” è il ruvido gospel-blues di “I Want You”, un’autentica trance creativa dove regna un ordinato caos, tra cori gospel, battiti di mani, percussioni violentate a mo’ di bone-music, organi fluttuanti e un’interpretazione che trasuda sentimento.
L’esordio da solista di Durand Jones non è un album facile né canonico, trascinante quando l’autore permette alla contaminazione rock/r&b di smuovere le acque (“See It Through”), riflessivo quando affronta il delicato tema dei diritti civili (il soul-blues contaminato dalla furia linguistica del rap di “Someday We'll All Be Free”, abile rilettura di un brano di Donny Hathaway).
A suo modo ambizioso e poeticamente crudo e poco incline al compromesso, “Wait Til I Get Over” è un disco nel quale il musicista rispolvera le tracce più profonde della musica black senza paura di sporcarsi: l’elegante accenno jazz della straordinaria “Letter To My 17 Year Old Self”, la romantica tensione orchestrale di “Gerri Marie”, la profonda immersione nel gospel della title track (dove il coro è frutto di multiple sovrapposizioni della voce dello stesso Jones) e la definitiva resa sentimentale di “Secrets” sono parte di un enorme puzzle dall’incerto incastro esteriore ma dal profondo spessore artistico.