A distanza di solo un anno dall'ottimo "Planet Inc", torna un autentico navigatore dei cunicoli ambient. Quella di Zeisig è stata finora un'epopea glitch-dub vicina ai lavori di Pontiac Streator e Mu Tate; una tessitura da soundscape del futuro che qui viene ribaltata in senso più tradizionalista. Se dischi come "Coatcheck" hanno visto il nostro cimentarsi in turbinanti droni acquatici, qui il passo è quello dell'ambient cameristica e spiccatamente new age: ricordando, anche se solo in parte, l'opera di Hiroshi Yoshimura, il cambio di rotta si fa autentico balsamo per la mente, un varco per fuggire dalle proprie inquietudini e dedicarsi alla contemplazione zen.
Il lotto si compone di elementi tipici di quella musica che intende sondare l'inconscio: lunghi accordi sommessi, il respiro delle onde che si infrangono, una chitarra elettrica appena vibrante; ma anche il sax di Cathal Berkeley, le cui note dilatate si intrecciano con la trama gentile dei pad, i tocchi d'arpa di Róisín Berkeley e il violoncello di Lia Mazzarri. Di futurismo rimane poco: "A New Life" si pone come arte sospesa nel tempo, devota all'esplorazione del sé.
"Diddy's Lament" e "Die Große Natur" si riversano su isterie sassofonistiche riverberate e poste in secondo piano: una scelta acuta, capace di non aderire al canone del genere senza incrinare la trance meditativa. Immerso tra la magniloquenza di Steve Roach e la luminosità di Jefre-Cantu Ledesma, l'album trova il suo baricentro nel fiato di Berkeley, suonato come spiritual jazz evanescente da uscita ECM, forse il vero marchio di fabbrica dell'opera. Un punto fermo per questa nuova rotta dell'artista tedesco: dopo anni di ambient-glitch più ansioso che risolto, non resta che abbandonarsi a queste acque di quiete.