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Quando il prog inventò la new age

di Marco Sgrignoli

Viviamo in tempi così perversi che dobbiamo sfuggirne per il nostro stesso bene. Abbiamo bisogno di musica che non ci catapulti su e giù per strutture prevedibili. In una società che enfatizza la competizione, questo album è passivo. Anziché tentare di affettarsi l’un l’altro come be-bopper assetati di sangue, questi musicisti improvvisano collettivamente. Preferiscono una stasi pacifica che un inerpicarsi a capofitto da una cadenza all’altra.
(Tony Scott, 1964, citato in Judie Eremo, “New Age Musicians”, 1988)

A una prima impressione, pochi fenomeni musicali appaiono più distanti di progressive rock e new age. Cambi vorticosi ed enfasi dinamica da un lato, serafica ricerca della stagnazione dell’altro. Virtuosismo vs. sottofondo, scontri intergalattici vs. calma interiore. Eppure, potrà stupire o meno, la lista dei musicisti che abbia operato a cavallo fra i due filoni è sterminata. Al punto che raccoglierne una quarantina per compilare una rassegna significativa ha comportato esclusioni importanti.

 

Ma a connettere i due campi non è soltanto un elenco di nomi in comune, e se si abbandonano gli stereotipi la contiguità diviene addirittura evidente. Il progressive ha giocato molto, soprattutto coi voltafaccia flash-rock della sua versione sinfonica, sui contrasti di intensità, e per farlo ha esplorato a fondo le possibilità dei pianissimo, delle atmosfere dilatate e delle stratificazioni in lenta evoluzione. Da buon figlio del big bang psichedelico, poi, ha spesso messo in primo piano la dimensione interiore, finanche spirituale dell’esperienza musicale, e valorizzato più di ogni altro ramo del pop-rock forme espanse e tessiture strumentali. Ha scommesso sulla commistione stilistica e sulla costruzione di nuovi territori musicali in cui fuggire con la mente, creduto nella rivoluzione offerta dagli strumenti elettronici e dalle manipolazioni in studio, messo a punto espedienti per indurre nell’ascoltatore le sensazioni più diverse — fra cui focus, comfort, tranquillità.
La musica new age, dal suo canto, è stata ed è molto più che una costola della elevator music buona per riempire compilation a tema piramidi e chakra. Per un arco di tempo che va almeno dalla seconda metà degli anni Settanta all’inizio degli anni Novanta, ha costituito un territorio estremamente libero e prolifico in cui musicisti interessati all’espansione dei linguaggi musicali hanno potuto operare al confine fra pop, musica tradizionale, rock strumentale, jazz sincretico e improvvisazione, musica colta, sperimentazione elettronica. Inizialmente lontani dalle logiche di mercato, e poi appoggiandosi a una nicchia sempre più protesa verso il mainstream, gli artisti hanno creato musica non ancorata alla forma-canzone, spesso lungo percorsi che traevano la loro ispirazione da esperienze pionieristiche sviluppatesi qualche anno prima in ambito progressivo.
A svolgere un inatteso ruolo di aprifila, formazioni “di confine” come Third Ear Band e Jade Warrior in Gran Bretagna, Clearlight in Francia, oppure in Italia Aktuala e Telaio Magnetico.

A confluire nell’estetica new age, chiaramente, è molto altro oltre al prog. Alcuni ingredienti, come il minimalismo di Glass, Reich e Riley, il folk elettrico dei celtici Pentangle e il jazz elettrico poi mutato nella fusion di marca Weather Report, Embryo o Passport sono ispirazioni comuni ai due filoni. Altri elementi musicali, dalle fluttuazioni kraut e kosmische allo space rock alle sonorità tardo-hippie dei festival liberi, sono frutto di percorsi simultanei al progressive e non privi di abbondanti intersezioni. Due carriere sono emblematiche di quanto forte sia stata, da un certo punto degli anni Settanta, l’attiguità fra i fenomeni in questione: quella di Mike Oldfield e quella di Vangelis. Tutt’altro che esempi isolati, i due personaggi sono la punta di un iceberg che vede altri nomi significativi in David Bedford, compositore in orbita canterburiana e collaboratore di Oldfield e Kevin Ayers, Jon Anderson, Robert Fripp… a cui si sarebbero poi aggiunti, col progredire degli anni, l’ex-Yes Patrick Moraz, l’ex-Genesis Anthony Phillips, l’ex-Nucleus e Soft Machine Karl Jenkins, l’ex-Happy The Man ed ex-Camel Kit Watkins, Richard Pinhas degli Heldon, il tastierista di Peter Gabriel Larry Fast e perfino, anche se solo per progetti sporadici, Phil Collins (in compagnia dei Brand X nell’album “Marscape” del 1976), il funambolico chitarrista dei Focus Jan Akkerman e l’altro ex-Genesis Steve Hackett.

 

Anche il campo jazz-rock/jazz fusion, che da un lato e dall’altro dell’oceano ebbe col progressive rock confini quantomai sfumati, diede un contributo fondamentale al filone. Jan Hammer della Mahavishnu Orchestra, Jean-Luc Ponty, Shadowfax, Pat Metheny, Terje Rypdal e, più in là nel tempo, David Torn e il Group 87 di Mark Isham e Terry Bozzio sono tutti autori di album dal sound ibrido, in continuità palese sia con la focosità prog che con le sfumature new age. Per i nomi chiave di questo continuum, così come per orientarsi nel vasto pantheon degli artisti “autoctoni” della new age progressiva, è utile fare riferimento a “The Billboard Guide To Progressive Music” di Bradley Smith, uscito nel 1997. È un testo di difficile reperibilità, che grazie al suo approccio non convenzionale al concetto di progressive può essere tuttavia illuminante nel tracciare connessioni post-1977 fra i prosecutori del filone.
Fra gli altri artisti ampiamente discussi sulle pagine del libro, figurano la violinista Vicki Richards (coinvolta anche nei Black Tape For A Blue Girl), il duo fiati-sintetizzatori Emerald Web, il chitarrista acustico Steve Tibbetts e l’iperprolifico flautista e chitarrista Georg Deuter. Non compaiono nella selezione di Smith, ma risultano comunque molto efficaci per ampliare la panoramica alcuni dei nomi più in vista della new age music: i due virtuosi di basso e chitarra acustica Michael Manring e Michael Hedges (entrambi accasati - come Isham e Shadowfax - presso Windham Hill, etichetta leader del settore), l’arpista svizzero Andreas Vollenweider (vincitore nel 1987 del primo Grammy per la categoria new age), il tastierista e chitarrista David Arkenstone, gli eroi sintetici Kitaro e Yanni, giapponese e greco rispettivamente.
Completano il quadro due scelte fra artisti dal debutto più recente, entrambi francesi e capaci di ispirarsi contemporaneamente al campo neoprog e a quello new age: il solista Jean-Pascal Boffo e l’ensemble XII Alfonso.

Tutto cambiò negli anni Ottanta. […] La musica progressiva si separò in piccoli gruppi molto differenti. L’emergere di una musica più calma, meno orientata al rock e alle band - ciò che aveva preso a essere chiamata 'musica new age' - mise ulteriormente in discussione le nozioni assodate di cosa per molte persone fosse la musica progressiva. […] Sotto l’ombrello 'new age', la musica progressiva continuò i suoi obiettivi e le sue forme astratte (musica strumentale dai toni seri, pezzi lunghi), nonostante lo sviluppo delle fazioni più orientate al rock rimase in sospeso o condusse a vicoli ciechi.
(Bradley Smith, “The Billboard Guide To Progressive Music”, 1996)

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