Storia del rock

Minimalismo americano

Una rivoluzione al rallentatore

di Valerio D'Onofrio

Il minimalismo è una sorta di fascismo, un’inutile costrizione di riduzione a forme deprivate di significato da un punto di vista tecnico e storico. E’ semplicemente un crimine intellettuale
(Luciano Berio)

Il minimalismo è stato un movimento musicale d'avanguardia nato in America che si è sviluppato nell’arco di circa quindici anni dalla prima metà degli anni 60 sino alla seconda metà degli anni 70. Se stabilire la data di conclusione è abbastanza semplice, essendo universalmente considerata il 1976 - l'anno della pubblicazione di due dei lavori più rappresentativi del movimento, “Einstein On The Beach” di Philip Glass e “Music For 18 Musicians” di Steve Reich - stabilire la data di nascita è più complicato.

 

Le caratteristiche fondamentali: ripetizione e riduzione

 

Anzitutto per capire se un’opera possa essere considerata minimalista, andrebbero stabiliti dei criteri oggettivi che ne definiscano le caratteristiche. La musica minimalista ha due caratteristiche principali che sono solitamente, ma non necessariamente, entrambe presenti. La prima e principale caratteristica è la ripetizione. Le più importanti composizioni minimaliste sono costruite su piccoli pattern sonori, molto semplici, spesso di appena due o tre note, che si ripetono compulsivamente per una lunga durata, con piccole variazioni che avvengono nel tempo. Questa ripetizione insistita porta, quasi senza che l'ascoltatore se ne renda conto, a un cambiamento che - minuto dopo minuto - diventa sempre più evidente. Questo fa capire come una composizione minimalista non potrà che essere mediamente di lunga durata (oltre i venti minuti) per poter evolvere in modo significativo.

La ripetizione è una forma di cambiamento
(Brian Eno)

Il secondo aspetto è la riduzione del materiale sonoro al minimo possibile, che nel caso del primo minimalismo di La Monte Young si traduce in infiniti bordoni di una o due note, nel caso del minimalismo ripetitivo in piccoli e rapidissimi frammenti sonori di due o tre note.

 

L'avanguardia incontra la musica giovanile

 

Questi due concetti basilari, che derivano dal serialismo di Anton Webern (la ripetizione) e dalle idee di John Cage (la riduzione) - grazie al minimalismo che li rende popolari - si emancipano dai confini dell'avanguardia per sfondare diffusamente nel mondo del pop e del rock. Il minimalismo ha l'enorme merito di portare l'avanguardia fuori dai confini delle accademie per entrare prepotentemente nel mondo della musica giovanile (pop o rock poco importa), e conseguentemente fare l'opposto, portare giovani musiciti rock a interessarsi di avanguardia. I lunghi bordoni di viola di “Heroin” dei Velvet Underground sono chiarimente ispirati a quelli di La Monte Young, l'intro di "Baba O’ Riley" degli Who è ispirata a Terry Riley, la musica dei Red Crayola, di Frank Zappa o di Captain Beefheart, il misticismo dei Popol Vuh, non sono neppure immaginabili senza che la musica d'avanguardia (dai minimalisti a Edgar Varese) diventi in qualche modo interessante per la giovane generazione di musicisti degli anni 60 e 70. Il minimalismo risulta inoltre decisivo nella formazione musicale di Brian Eno e nello sviluppo di tutta la musica ambientale e la drone-music, nei loop di William Basinski ma anche nei muri sonori di chitarre di Glenn Branca o di parte del post-rock, che possono essere intesi come figli dei lunghi bordoni di La Monte Young suonati con chitarre elettriche amplificate a volumi assordanti.

L'anti-narratività del minimalismo e l'estasi del suono

Altra caratteristica significativa, quasi sempre presente, è l'anti-narratività della musica minimalista, elemento ripreso dalle idee dei proto-minimalisti che si rifacevano in particolare alla pittura astratta di Barnett Newman o Mark Rothko. Il compositore minimalista non cerca di comunicare i suoi personali punti di vista, non c'è emotività nelle sue scelte sonore, è invece interessato alla pura bellezza del suono, al suono in sé, all’estasi che esso produce nell'ascoltatore, direbbe Steve Reich.

Il piacere che provo nel suonare non è il piacere di esprimermi, ma di sentirmi soggiogato dalla musica e di vivere l’estasi che deriva dal farne parte
(Steve Reich)

Anche Brian Eno conferma questo aspetto definendo il minimalismo come una musica che si allontana dalla narrazione in favore del paesaggio. Questo è certamente vero nella stragrande maggioranza delle opere minimaliste, in particolare in Steve Reich, ma una parziale eccezione potrebbe essere “A Rainbow In A Curved Air” di Terry Riley, esempio di minimalismo mistico che, in quanto mistico e in quanto influenzato dalla cultura orientale, contiene in sé un paesaggio (regola basilare nel minimalismo), ma probabilmente anche una filosofia, quindi un messaggio. Anche Reich, uno dei più anti-narrativi tra i compositori minimalisti, in effetti tradirà questo dogma in più di un'occasione, mostrando chiaramente le sue idee politiche, come vedremo più avanti.
In ogni modo, la storia del minimalismo americano tradizionale può essere divisa tra le due grandi coste degli Stati Uniti. Il minimalismo californiano di La Monte Young e Terry Riley e il minimalismo newyorkese di Steve Reich e Philip Glass. Questa storia si evolve dai primi anni 60 sino al 1976, per poi dare il via alla seconda ondata, che verrà chiamata del "post-minimalismo", tanto lunga da non essersi conclusa neppure oggi. Ma è chiaro che per comprendere la genesi e l’evoluzione di questo movimento culturale, bisogna capire a grandi linee chi ha preconizzato, senza rendersene conto, le sue regole basilari.

I precursori. Le origini del minimalismo

 


piet_mondrian_01Come per tutti i movimenti culturali, per comprenderli in pieno è necessario capire il percorso che ha portato, passo dopo passo, alla loro nascita. Nel caso del minimalismo musicale americano il tragitto è tortuoso, perché l’idea minimalista ha coinvolto varie forme di arte. Esistono infatti architettura, teatro, pittura minimalisti (a sinistra, come esempio pittorico, un'opera di Piet Mondrian). Questo impulso creativo supera i confini americani per espandersi in ogni parte del mondo.

Le caratteristiche generali dell’arte minimalista sono la riduzione della realtà, l'anti-espressività, l’impersonalità, la riproduzione di figure geometriche semplici ed elementari, in un tentativo di ritorno alla semplicità dell’arte antica che in molti casi veniva già ritenuto minimalista. Ad esempio, l’architetto minimalista John Pawson sostiene che il Teatro di Epidauro possa essere considerato il primo esempio di arte minimalista.
E’ chiaro che l'anti-espressività o l'anti-narratività in pittura saranno la base dell'astrattismo, tanto che il pittore Mark Rothko (1903-1970) diventa un punto di riferimento, in particolare del compositore proto-minimalista Morton Feldman, che nel 1971 comporrà “Rothko Chapel”. E' lui il principale precursore, assieme a John Cage. Volendo però fare un piccolo passo indietro, si può giungere fino a Erik Satie, senza il quale è difficile immaginare buona parte dei lavori di Cage e Feldman.

Erik Satie. I suoni del nuovo secolo

erik_satieE’ possibile riconoscere in Erik Satie (1866-1925) un precursore del minimalismo perché è proprio John Cage il maggiore artefice della sua riscoperta, dopo un lungo periodo di oblio. Nel 1948 Cage organizza il “Erik Satie Festival” al Black Mountain College proprio nel tentativo di riscoperta del musicista francese, riconoscendone di fatto l'influenza nella sua formazione, in quanto Cage vedeva giustamente in lui quello che potrebbe essere definito il primo vero compositore del Ventesimo secolo.
Secondo Cage, Satie è il musicista che fa riscoprire il silenzio e che rompe con la tradizione classica, aprendo al nuovo secolo. Nelle composizioni di Satie le pause hanno un’importanza non inferiore alle note, la dinamica è imprevedibile non essendo strutturata su basi standardizzate. Cage mette in contrapposizione Satie a Beethoven creando scandalo al Festival, dichiarando che Beethoven aveva torto e Satie ragione. La musica di Beethoven, rigorosamente strutturata in introduzione, parte centrale e conclusione, deve essere superata in una musica (quella di Satie) senza una struttura rigida, quindi libera e imprevedibile. Ad ogni modo, composizioni come “Gymnopédies” (1888), “Gnossiennes” (1890) e soprattutto “Vexations” (1893) - che introduce il concetto di ripetizione (il suo spartito consiste in una sola pagina da ripetere 840 volte per un totale di circa 18 ore) - pur essendo state composte nel Diciannovesimo secolo sembrano davvero suonare con premonitori del nuovo secolo.


John Cage. Dominare il silenzio

In genere quando il silenzio non è in primo piano, lo è il compositore
(John Cage)

johncageJohn Cage è il compositore che nel Novecento scopre il rumore e il silenzio, intuendo quanto tutti i suoni che ci circondano possano essere intesi come musica, se ascoltati con attenzione e passione per il suono in sé. La sua musica contiene quindi gli elementi anti-narrativi del minimalismo, in quanto punta a un ascolto puro ed esclusivo del suono, risultando incomprensibile ai contemporanei e creando scandalo nei circoli accademici. La sua musica è un assalto alla tradizione, e il suo lascito sopravvive senza alcuna soluzione di continuità ai nostri giorni.
In realtà Cage ha sperimentato di tutto, dalla musica elettronica alla musica aleatoria, dal piano proto-minimalista al piano preparato, dalla musica concreta all'utilizzo dei nastri magnetici. Ma se restiamo ai brani che contengono fasi embrionali del minimalismo americano vanno citate almeno due opere. Cage anticipa il minimalismo in alcune composizioni per piano, tra cui la principale è la notissima “In A Landscape” (1948).



In A Landscape” è composta da un lentissimo susseguirsi di note semplici, sempre singole, tutte con lo stesso ritmo. Proprio questa distanza fissa tra le note risulta anomala e dà l’idea di trovarsi in un mondo parallelo alla musica classica tradizionale. Lo strumento è sempre il pianoforte, ma questa ripetizione costante di note diverse, sempre alla stessa distanza l’una dall’altra, crea una sorta di falso loop pianistico di frammenti di note uguali e ripetitive. Come nelle future composizioni minimaliste, la musica cambia leggermente col tempo, ma per notare questo cambiamento bisogna seguire passo per passo la composizione senza distrazione; bisogna entrarci dentro, bisogna “abitarla”. Cage crea una musica che deve essere abitata, ascoltata immergendosi al suo interno, nella stessa maniera in cui ci si trova di fronte a un paesaggio. Da qui il titolo, che evoca proprio la volontà del musicista di trasportare dentro un paesaggio l’ascoltatore. La musica diventa non solo da ascoltare (come è abitualmente) o da abitare (come Cage cerca di imporci), ma anche da osservare, alla stessa maniera in cui si può osservare un paesaggio in un dipinto. E’ una incredibile commistione di mondi diversi che Cage cerca di far confluire in una nuova arte totale, dove “abitare” la musica vuol dire porsi di fronte ad essa con una mente nuova (un terzo orecchio direbbe la Third Ear Band), capace di comprendere l’importanza del silenzio e della rottura con la tradizione.



Vado verso la violenza invece che verso la tenerezza, verso l’inferno e non verso il paradiso, verso il brutto piuttosto che verso il bello
(John Cage)

Nel 1952 sconvolge il pubblico con la composizione provocatoria e concettuale “4’33’’”. Cage punta tutto sul silenzio costringendo la sala concerto a concentrarsi sui suoni creati involontariamente dal pubblico. Da una parte suggerisce che tutto è musica, dall’altro fa riflettere sull'impossibilità dell’esistenza del silenzio assoluto. Nella prima esecuzione pubblica del 1952, l’esecutore - il pianista David Tudor - si siede di fronte a un pianoforte senza mai suonarlo, dividendo le tre parti della composizione semplicemente chiudendo e aprendo lo strumento. I rumori degli ambienti, siano essi esterni (il vento, la pioggia) o interni alla sala, diventano protagonisti. Cage fa emergere i suoni che l'ambiente stesso produce, a volte con l’ausilio di microfoni a volte senza, confermando la sua ipotesi iniziale che tutto quello che ci circonda produce musica.

Morton Feldman. Il gigante buono

morton_feldmanOltre a Cage vi sono una serie di compositori che possono essere considerati come proto-minimalisti, il principale dei quali è Morton Feldman: un gigante da tanti punti di vista. Oltre alla sua straordinaria vita artistica, al suo carattere timido ma allo stesso tempo duro e poco conciliante ai compromessi, era alto un metro e ottanta e pesava centocinquanta chili. La sua intimorente stazza e il suo carattere a volte burbero confliggono incredibilmente con la flebilità della sua musica, molto spesso ridotta ai minimi termini, paragonabile a una versione musicale della pittura astratta. Feldman incontra Cage per la prima nel 1950 durante l'esecuzione della Sinfonia n.1 di Anton Webern e da quell'incontro nasce subito un’amicizia spontanea.

Feldman non è un allievo di Cage, ma trova nelle sue parole un incoraggiamento a proseguire nelle sue sperimentazioni che, sino a quel momento, erano state poco o nulla considerate. Feldman vede nella musica la possibilità di descrivere le immagini dei pittori astratti che amava, Cage lo incoraggia a non arrendersi per nessun motivo.



La serie di “Intermission” del 1950 sono un esempio tipico dell'astrattismo assoluto della sua musica. Con l'assenza totale di ritmo e melodia, con il silenzio come elemento unificante di una serie di note sparse e isolate che si susseguono senza una logica apparente e quindi totalmente imprevedibile per l'ascoltatore, Feldman crea, come Cage, uno spazio di contemplazione privo di temporalità, senza che nulla cambi davvero nel tempo, creando uno stato mentale che non è molto diverso dalla contemplazione di un quadro astratto.
Molto simili sono "Extension 3” (1952) e il quartetto d’archi “Structures” (1951) dove i suoni sono talmente ridotti al minimo da creare un silenzio irreale totalmente immateriale.



La passione per la pittura astratta troverà il suo culmine in “Rothko Chapel” (1971), esplicitamente dedicata al pittore Mark Rothko morto l’anno prima, opera tanto minimal nei mezzi da creare uno stato di assoluta ipnosi.

Il minimalismo californiano. Filosofia orientale e misticismo


Il minimalismo californiano nasce a Los Angeles grazie a La Monte Young, una delle figure più estreme della scena. Ne sarà influenzato Terry Riley, che tuttavia se ne distaccherà nello stile, pur mantenendo saldo il legame con atmsofere mistiche orientali.
Trasferitosi a New Yprk, Young fonda nel 1967 fonda il "Theatre of Eternal Music", dal nome esplicito che chiarisce i suoi intenti. 

La Monte Young. L'ossessione per il suono eterno
Se definissimo bello ciò che apprezziamo e ci interessassimo a ciò che troviamo bello, alla fine saremmo interessati sempre alle medesime cose (cioè quelle che già apprezziamo). Non mi interessa il bello; mi interessa il nuovo, anche se potrebbe essere disgustoso
(La Monte Young)

lamonteyoungIl primo vero minimalista della storia, nonché il padre del movimento, è La Monte Young. Inizia suonando jazz e - sembra strano ascoltando la sua musica - diventa un virtuoso del sax alto. E’ talmente abile e originale che in un’audizione nella band jazz Los Angeles City College viene addirittura preferito a Eric Dolphy. Trova però la sua vera passione ascoltando John Cage e interessandosi alle filosofie orientali.
Entra a far parte del movimento di musica sperimentale Fluxus e diventa un autentico sacerdote del bordone, portando così in fondo quelle intuizioni da creare il minimalismo più estremo che si possa ascoltare e - proprio per questo - più difficile da comprendere. L’idea di un suono continuo (eminentemente cageana), addirittura eterno, paragonato a un essere vivente che cresce e si modifica con estrema lentezza, diventa per lui un ossessione. La Monte Young getta le basi per il concetto di musica come processo graduale, che evolve lentamente quasi in modo autonomo rispetto alla volontà del compositore e dell'esecutore, aspetto che sarà il caposaldo della carriera di Steve Reich. 

I primi lavori minimalisti come “For Brass” (1957), “For Guitar” (1958) e “Trio For Strings” (1958) sono ben descritti dal critico Alex Ross che li definisce come “dotati di uno slancio tanto precipitoso quanto la deriva dei continenti”. Mai definizione fu più calzante.
Nel 1959 si trasferisce in Europa dove partecipa alle lezioni di Stockhausen a Darmstadt. L’esperienza europea è entusiasmante per Young, che torna in America, trasferendosi a New York, con idee ancora più radicali. Entra in contatto con Cage ed evolve verso composizioni concettuali e minimaliste come “Composition”, una serie di brevi opere che oggi appaiono come un manifesto. La numero 2 è accompagnata dal rumore di un fuoco acceso di fronte al pubblico, la numero 5 dalla liberazione di uno stormo di farfalle.
Quindi, fonda, in una soffitta di New York, la Dream House, laboratorio d’avanguardia dove incontra i membri della sua creazione, il Theatre Of Eternal Music. Tra questi il violinista John Cale che farà poi parte dei Velvet Underground, Tony Conrad (collaboratore dei Faust) e Terry Riley.



I prodotti di quegli anni sono “The Tortoise, His Dreams And Journeys” (1964) e “Map Of 49’s Dream The Two Systems Of Eleven Sets Of Galactic Intervals Ornamental Lightyears Tracery” (1966). Oggi il suo lavoro più importante è ritenuto il monumentale “The Well Tuned Piano”, cinque ore suonate con un pianoforte la cui accordatura particolare richiede, da parte di Young, addirittura un mese.
L’influenza di Young è enorme, ad esempio il bordone di viola del brano “Heroin” del primo album dei Velvet Underground è figlio diretto di quegli incontri, così come i primi Third Ear Band che suonavano dal vivo brani come “Eternity In D”, o ancora la musica ambient di Brian Eno e la kosmische musik tedesca, derivano in gran parte dalle esperienze della Dream House.

Terry Riley. L'hippie minimalista

rileyterryTerry Riley, pur frequentando gli stessi ambienti, propone un minimalismo molto diverso da quello di Young. Se Young pensa al minimalismo come una musica suonata con mezzi minimi, Riley mette al centro il concetto di ripetizione. E' il minimalista che più di altri ha rappresentato l'anima mistico/spirituale, inserendo - in un contesto che sta a metà tra l’accademia, la musica popolare occidentale e la musica classica indiana - parte del linguaggio pop-rock e parte della controcultura tipica della West Coast americana della seconda metà degli anni 60 (pacifismo, movimento hippie, fascinazione per l'Oriente e per l'India in particolare). Riley è stato in certo senso l'hippie del movimento minimalista, portando la Summer Of Love e i suoi ideali nelle soffitte di Young; la sua sperimentazione ha coniugato misticismo e religiosità, pacifismo e psichedelia, Oriente e Occidente, non a caso uno dei punti di riferimento è il musicista indiano Prân Nath. Il suo ruolo è in qualche modo non dissimile da quello rivestito da Florian Fricke dei Popol Vuh nella Germania del kraut-rock. Aspetto imprescindibile per comprendere la musica di Riley è la sua enorme capacità comunicativa, che lo differenzia da gran parte dei compositori d'avanguardia; la sua smisurata tavolozza di colori lo rende capace di dipingere enormi strutture cromatiche e musicali di grande varietà e vivacità.
Dopo i primi esperimenti di musica ripetitiva del 1963 (“Keyboard Studies”) e dopo aver conosciuto Steve Reich a New York, con cui approfondisce le basi teoriche del minimalismo ripetitivo, giunge insieme a Reich a un’idea fondamentale che segnerà per sempre la storia che stiamo raccontando. Se l’idea di Reich e Riley è di suonare brevi pattern sonori per poi modificarli dopo un certo numero di ripetizioni, Reich ha la semplicissima idea di mettere tutto a tempo con una semplice nota ribattuta, in questo caso un Do. E’ l’idea base che permetterà a Riley di pubblicare “In C” (1964), che può considerarsi la prima opera autenticamente minimalista, nel senso di musica ripetitiva.



“In C” è un’opera fondamentale, che rappresenta senz'altro un momento spartiacque senza il quale sarebbe impossibile immaginare opere successive come “Music For 18 Musicians” (1976) di Steve Reich o "Einstein On The Beach" (1976) di Philip Glass, cioè le due opere più mature di tutto il minimalismo, nonché il suo canto del cigno formale. Queste tre composizioni rappresentano l'impalcatura di tutto il movimento, nonché l'inizio e la fine di tutta la scena. Un Do ribattuto va avanti per tutta la durata (circa quaranta minuti) dell'esecuzione, sul quale si sovrappongono brevissimi pattern sonori di appena tre note che cambiano nel tempo, divisibili in cinquantatré moduli. Non c’è indicazione né sul numero né sui tipi di strumento che compongono l’ensemble, né sull’ottava delle note da suonare. Sono tutte scelte variabili da concordare prima dell'esecuzione. Nella prima esecuzione dal vivo del 1964 il piano è suonato da Steve Reich, che nel frattempo prende appunti per il suo capolavoro “Music For 18 Musicians”. E’ interessante notare come quest’opera tanto ariosa e liberatoria sia un punto di equilibrio tra le idee di libertà di Riley e l'ossessione per l'ordine e la schematicità di Reich.



Ma è col successivo "A Rainbow In Curved Air" (1969) che Riley crea quello che era davvero il suono a cui tanto aspirava, con cui abbraccia la cultura hippie, invero ormai al tramonto. La memorabile title track (diciotto minuti) rappresenta un classico esempio di minimalismo mistico; un breve pattern di poche note di organo elettrico si ripete e si sovrappone con diverse velocità; un nuovo pattern di clavicembalo elettrico accelerato all'inverosimile si aggiunge con risultati di estrema vivacità. Non esistono mai variazioni di melodia o armonia - a cambiare sono semmai i timbri - ma l'attenzione è sempre su piccoli dettagli che mutano nel tempo.
Le ripetizioni non sono rigide o matematiche, come ad esempio quelle di Steve Reich, bensì ricche di ispirazione, fantasia, sorprese inattese che si inseguono vorticosamente. Le atmosfere possono passare dall'orientale allo psichedelico, dall'elettronica occidentale alla musica tribale. I momenti gioiosi si alternano ad altri quasi liturgici, ma la religione di Riley non vuole instillare sensi di colpa, vuole liberare. Pochi anni dopo riuscirà a mantenere livelli simili con "Persian Surgery Dervishes" (1972).

Con questi due album Riley crea un ponte tra avanguardia, musica indiana e psichedelia, un minimalismo mistico vicino alla spiritualità orientale ma comprensibile a chiunque, non un freddo esperimento, ma una musica che parla al cuore dell’ascoltatore.

Il Minimalismo newyorkese. Matematica e ripetizione


L’altra faccia del minimalismo americano si trova a New York e ha due protagonisti, Steve Reich e Philip Glass. A differenza della sponda californiana che ha prodotto musiche con aspetti mistici e sentimentali, a New York nasce un minimalismo estremamente tecnico, ossessivo e matematico, tanto freddo da aprire al concetto di musica come processo che una volta messo in moto dal compositore va avanti in modo autonomo.

Steve Reich. Il maestro della contro-fase

 

steve_reich_01Steve Reich, filosofo, musicista allievo di Luciano Berio, è un personaggio incredibile, di giorno tassista a New York, di notte compositore d’avanguardia. Se Riley era aperto alle atmosfere psichedeliche, Reich crea mondi decisamente più freddi e urbani. E’ ossessionato dalla ripetizione e dopo vari tentativi diventa uno sperimentatore di musica per nastri magnetici lavorando sui suoni in controfase. I suoi primi lavori sono quindi registrazioni su nastro magnetico ripetute. Il meccanismo prevede la riproduzione di una registrazione su nastro che deve andare in loop.
Successivamente viene fatto partire un secondo nastro con la medesima registrazione che va a una velocità leggermente diversa, e via via si aggiungono altri nastri. Se all'inizio i suoni si sovrappongono dopo vari minuti i nastri vanno in uno sfasamento sempre più significativo creando suoni inattesi e imprevedibili, sino alla fine quando le parole diventano assolutamente incomprensibili.
E’ il fondamento della sua musica come processo graduale autonomo, in quanto questa operazione una volta emessa in un certo modo, non può essere modificata e va avanti in modo totalmente autonomo (process music).
Le opere di questa fase sono “It’s Gonna Rain” (1965) o “Come Out” (1966), due esperimenti fondamentali nella storia del minimalismo. Nel primo utilizza le parole di un predicatore protestante che prevede un’imminente apocalisse, mentre mostra le sue idee politiche con “Come Out”, in cui manda in loop e in controfase le parole di Daniel Hamm, un ragazzo nero ingiustamente accusato di omicidio. Damm, con le parole “Come Out To Show Them”, dice di aver dovuto mostrare il proprio sangue ai poliziotti che lo accusano, per dimostrare di essere stato picchiato ingiustamente dalle guardie. Reich, in un’America ancora vittima del razzismo, sceglie - con questo esperimento - da che parte schierarsi rendendo immortali le parole del povero ragazzo innocente.



Reich giunge alla decisione inaudita e geniale allo stesso tempo, di rinnovare questo processo meccanico e robotico, ricreandolo con due musicisti nei successivi “Piano Phase” e “Violin Phase” (1967). In “Piano Phase” due pianisti ripetono un brevissimo pattern sonoro a velocità appena diverse. Ovviamente nello scorrere del tempo lo sfasamento dei pianoforti crea note e pattern inattesi, non decisi dal compositore, che diventano immediatamente nuove sequenze da mettere in loop. Gli stessi loop cambiano continuamente nel tempo, richiedendo una difficoltà esecutiva quasi inumana, una concentrazione enorme dei pianisti che devono ripetere il proprio loop in modo robotico e cambiarlo per iniziarne uno nuovo.



Lavori simili saranno “Drumming (1971) e “Clapping Music” (1971). Dopo questa fase, Reich arriva alla sua opera compiuta attraverso fasi intermedie. “Music For Mallet Instruments, Voices And Organ” (1974) è un classico esempio di composizione ripetitiva, che preannuncia il colossale “Music For 18 Musicians” (1976), opera estremamente complessa che deve essere suonata da almeno diciotto musicisti. Anche qui la complessità esecutiva è al limite. Ci sono persino due musicisti che suonano la stessa nota col piano o con le marimbe, sempre alla stessa velocità ma uno lo fa in battere, l’altro in levare per tutta la durata dell'esecuzione. Questo crea una pulsazione ritmica molto veloce che accompagna l’intero brano ma che richiede al musicista quasi di alienarsi dal resto del gruppo.



“Music For 18 Musicians” rappresenta il punto di arrivo di un decennio straordinario che aveva avuto inizio con “In C” di Terry Riley. Ma la storia, che stava giungendo al termine, aveva ancora qualcosa da dire. 

Philip Glass. Il minimalismo operistico

philipglassPhilip Glass, prima di diventare uno dei più noti compositori di colonne sonore di Hollywood, è stato un compositore minimalista ripetitivo sulla scia di Steve Reich. Partito anche lui come tassista a New York, è riuscito a diventare il compositore minimalista più conosciuto al mondo, capace di portare il suo stile dai loft o dai garage al Metropolitan di New York.
Inizialmente anche la sua musica è caratterizzata dalla totale mancanza di emozionalità e da un approccio matematico, come Reich, ad esempio nei suoi primi lavori “Two Pages” (1968) o “Music In Contrary Motion” (1969). Le cose iniziano a cambiare con il lunghissimo “Music In Twelve Parts”, che mostra un lieve allontanamento dalla freddezza di Reich.



Inizia poi a occuparsi di musica per teatro e crea - con la collaborazione di Robert Wilson - uno dei suoi lavori più noti, “Einstein On The Beach” (1976). Si tratta di un’opera lunghissima, cinque ore circache quando viene proposta per la prima volta a Manhattan, è accolta con entusiasmo. E’ in un certo senso la summa dell’idea della musica ripetitiva e antinarrativa, tanto emblematica da potersi definire come l'ultimo capitolo della nostra storia.
“Einstein On The Beach” rappresenta l'inizio della carriera artistica di Glass, ma è ancora tipicamente minimalista, non esiste una storia, ma l’opera non è altro che un insieme di ambienti e immagini da abitare o guardare, come la visione di un’opera pittorica. La struttura è talmente simile alla pittura che gli ascoltatori possono uscire dal teatro per poi tornare dopo qualche minuto.
La musica è totalmente slegata da una storia, i testi sono semplici numeri o vocalizzi che simulano i pattern sonori strumentali. Il soggetto è la bellezza del suono in sé, del suono puro. Una svolta che porta di fatto a compimento quello che era stato il progetto iniziale di John Cage, di Morton Feldman o di La Monte Young. Il cerchio si chiude magnificamente. Dopo la storia non sarà più la stessa e si inizierà a parlare di post-minimalismo, scena comunque di enorme importanza storica. Glass diventerà un ricercatissimo compositore di colonne sonore e pubblicherà lavori fondamentali, nonostante la stagione minimalista possa considerarsi ormai conclusa. Lui stesso in un'intervista ci dice che, a suo avviso, il minimalismo aveva perso la sua carica innovativa nel 1974, addirittura due anni prima di “Einstein On The Beach".



Ad ogni modo vanno segnalate almeno due opere successive. “Glassworks” (1982) per piano e orchestra, esempio di pianismo minimalista romantico, decisamente influente per le tutte le generazioni successive di pianisti e in particolare per la modern classical contemporanea che si ispira a Max Richter, e la colonna sonora del documentario “Koyaanisqatsi” (1983) di Godfrey Reggio, uno dei capolavori emotivi della sua carriera, ancora ricchissimo di riferimenti al minimalismo ripetitivo.