Philip Glass

Einstein On The Beach

1976 (Tomato/Sony)
minimalismo, avantgarde

Il 25 luglio 1976 è un giorno da ricordare per la storia della musica del 900. Ad Avignone, la celebre città dei papi (e degli antipapi), il Philip Glass Ensemble esegue per la prima volta la monumentale opera teatrale "Einstein On The Beach", per poi replicarla in giro per l'Europa nei mesi successivi e chiudere questa lunga marcia al Metropolitan Opera House di New York. Il 1976 diventa l'anno che chiude l'epoca del minimalismo americano, l'anno di "Music For 18 Musicians" di Steve Reich e appunto di "Einstein On The Beach", le due opere che portano alle estreme conseguenze il percorso già precedentemente tracciato da Terry Riley e La Monte Young. In questo finale glorioso, l'opera di Philip Glass si mostra la più ambiziosa e viene universalmente riconosciuta come lo spartiacque tra il minimalismo americano e quello che passerà alla storia come post-minimalismo, movimento che avrà una vita ben più lunga, ancora oggi non conclusa.

 

Opera estrema e rigorosa, "Einstein On The Beach" porta a compimento definitivo le intuizioni dei loft di New York dove la musica minimalista era nata con una serie di quadri ripetitivi che compongono un'opera colossale di più di quattro ore, pensata per essere sia vista che ascoltata. Il teatro immaginato dal regista Robert Wilson e da Philip Glass prevedeva che il pubblico potesse entrare e uscire a piacimento, vivendo questa esperienza sonora anche in parte - in quanto divisa in sequenze che non devono essere ascoltate necessariamente né in ordine né in toto - magari uscendo per uno spuntino o una sigaretta e tornare senza che questo influisse sull'esperienza d'ascolto. Questo perché nell'opera di Glass non esiste alcun elemento narrativo (regola basilare della musica minimalista), ma la base è costituita solo da semplicissime particelle sonore aggregate che si accavallano tra loro in un processo studiato precedentemente dal compositore, che impedisce ogni tipo di improvvisazione da parte dei musicisti.

 

Fin dalla prima esecuzione ci si chiese cosa fosse davvero "Einstein On The Beach": un'opera lirica, un'opera teatrale, una composizione classica? La domanda è più che lecita in quanto neanche lo stesso Glass è riuscito a dare una risposta certa.

Questo problema - opera, non opera - ci aveva accompagnati in tutta la tournée di Einstein. Avevamo suscitato dibattiti ovunque eravamo stati e anche dove non eravamo stati. Si erano create due opposte fazioni: una che sosteneva che Einstein fosse un'opera e l'altra che sosteneva che non lo fosse. In tutta franchezza, propendo per quest'ultima opinione. Per definire Einstein preferisco l'espressione 'teatro musicale', piuttosto che la parola opera
(Philip Glass)

Questi dubbi sulle definizioni lasciano il tempo che trovano, ma segnalano come l'ascoltatore - trovandosi di fronte a un'opera tanto innovativa - resti interdetto e smarrito a causa della perdita dei consueti punti di riferimento. Non che la musica di Glass potesse definirsi mai udita, anzi era già stata abbondantemente preannunciata dalla sua composizione precedente "Music In Twelve Parts", oltre che da celebri opere minimaliste come "In C" (1964), "A Rainbow In A Curved Air" (1969) di Terry Riley, "Music For Mallet Instruments, Voices And Organ" (1974) e "Music For 18 Musicians" (1976) di Steve Reich. Probabilmente sono il connubio musica-teatro (per l'esecuzione sono necessari una decina di ballerini e almeno quattro attori) e la grandezza imperiosa degli scenari ideati da Wilson, abbinati a una musica tanto ossessiva e priva di compromessi, a dare l'impressione di assistere a un evento unico e fuori dagli schemi.

"Einstein On The Beach" è la summa dell'idea della musica ripetitiva e antinarrativa, tanto emblematica da potersi definire come il canto del cigno del movimento minimalista e allo stesso tempo l'inizio della nuova e gloriosa carriera artistica di Philip Glass che, pur nelle sue continue evoluzioni, resterà sempre legato a questo metodo compositivo.
"Einstein On The Beach" è quindi un grandioso esperimento di teatro-musica astratto, senza alcun espediente narrativo che non sia un vago riferimento a un'immagine pop di Albert Einstein. L'opera è quindi un insieme di ambienti e immagini da abitare o guardare, come la visione di un'opera pittorica. La struttura è talmente simile alla pittura che, come già detto, gli ascoltatori possono entrare e uscire dal teatro a piacimento. Tutto si costruisce su brevissimi pattern sonori strumentali e vocali privi di alcun significato se presi singolarmente, ma che messi insieme creano una composizione imponente.

 

L'opera consta di quattro movimenti separati da composizioni più brevi chiamate knee plays che servivano a Wilson per avere il tempo di cambiare i suoi complessi allestimenti. I testi e i vocalizzi non hanno significati particolari, né sono in alcun modo collegati tra loro, ma sono un semplice espediente per la ricerca del suono in sé, del suono puro (altro elemento peculiare del minimalismo). In questo caos di pattern convulsivi e contorti, certamente estremi nel senso di meta finale di un processo iniziato più di dieci anni prima, emerge in Glass una capacità di dialogo col pubblico che lo farà apprezzare al grande pubblico, a differenza di altri compositori minimalisti.

 

Ci si chiede anche il perché del titolo: Einstein sulla spiaggia, cosa c'entra? Forse si tratta di una citazione del romanzo post-apocalittico "On The Beach" di Nevil Shute e del film omonimo del 1959 (in italiano "L'ultima spiaggia"). Ad ogni modo, Glass inizia il primo atto ironicamente con "Knee Play 1", dove i pattern sonori sono semplicemente i numeri da uno a otto cantati da un coro. È il momento più vicino alla musica lirica, ma ovviamente con una grammatica tipicamente minimalista. Una piccola perla che dimostra come a Glass possano bastare pochissimi elementi dalla semplicità elementare per creare composizioni avanguardistiche. "Train" è un esempio lampante dell'estremismo a cui è ormai giunto Glass negli anni. Un'orgia di pattern sonori che si susseguono tra loro per diciassette minuti, tra vocalizzi, strumenti a fiato e tastiera elettrica, disegnando davvero un nuovo mondo sonoro.

 

Se Glass elimina dal canto ogni forma di emotività, questa rientra comunque in rari momenti nei quali il ritmo rallenta e la tastiera elettrica suona pattern sonori appena più lunghi, che abbozzano vaghe melodie. "Trial" ne è un saggio evidente, tra vari cori accompagnati prima da una tastiera elettrica e poi da un violino a creare atmosfere intime e quasi laicamente religiose. Quando tastiere e violino si incrociano, si raggiungono le sequenze più esaltanti che preannunciano tanti dei lavori successivi di Glass.
Una delle sequenze più operistiche è rappresentata nel secondo atto da "Night Train", dove il pattern numerico del primo brano viene ripetuto in modo estremamente rapido e vorticoso, anticipando i cori ipercaotici di "Knee Play 3". "Trail/Prison" inizia il terzo atto con sonorità certamente figlie di "A Rainbow In A Curved Air", tenute prima a bada per gran parte della composizione per poi aprirsi completamente dal dodicesimo minuto in un funambolico inseguimento di tastiere, uno dei momenti più prossimi all'estasi sonora ricercata dal minimalismo.

 

Il quarto e ultimo movimento coniuga il dinamismo frenetico di "Building" (tastiera e sax) con le sequenze ipnotiche di "Bed", sino a un ritorno al classico formato di pattern strumentali e cantati di "Spaceship", con un intermezzo che potrebbe risultare familiare agli amanti della musica prog.
Si chiude come si era iniziato, chiudendo il cerchio con "Knee 5". D'altronde Einstein in una spiaggia non avrebbe pensato ad altro se non ai suoi amati numeri.

19/03/2023

Tracklist

  1. Knee Play 1
  2. Act I, Scene 1: Train
  3. Act I, Scene 2: Trial
  4. Knee Play 2
  5. Act II, Scene 1: Dance 1 (Field With Spaceship)
  6. Act II, Scene 2: Night Train
  7. Knee Play 3
  8. Act III, Scene 1: Trial/Prison
  9. Act III, Scene 2: Dance 2 (Field With Spaceship)
  10. Knee Play 4
  11. Act IV, Scene 1: Building/Train
  12. Act IV, Scene 2: Bed
  13. Act IV, Scene 3: Spaceship
  14. Knee Play 5






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