Patriarchy - Manual For Dying

2025 (Gymnocal Industries)
darkwave, electro, industrial-pop

C’è qualcosa di quasi liturgico nell’ascoltare “Manual For Dying”: un rito del corpo e della mente, officiato tra synth che sibilano come rettili e voci che oscillano tra carezza e minaccia.
Con questo terzo album, i Patriarchy (duo losangelino formato da Actually Huizenga e AJ English) confermano la loro vocazione a trasformare l’eccesso in estetica, l’ironia in confessione, il pop in arma di seduzione di massa.

Se “The Unself” (2022) era il martirio del desiderio, “Manual For Dying” è la sua resurrezione su un dancefloor cromato, dove il dolore si veste di latex e il peccato si fa ritmo. L’apertura, “Boy On A Leash”, stabilisce subito le regole del gioco (“if you wanna keep your boy on a leash, the strategy is catch and release”). La voce di Actually scivola su un basso minaccioso come un serpente ipnotico dove ogni parola è un ordine e ogni respiro un colpo di frusta. È un manifesto sado-pop, ma anche una parabola sul controllo e sulla dipendenza, sulla libertà che si annida nella sottomissione.
Da lì in poi, l’album danza tra il club e il confessionale. “Coming Up” è una hit post-umana, metà “Erotica” di Madonna e metà industrial-metal, dove la sensualità si traduce in architettura sonora (synth che si avvitano, percussioni che pulsano e chitarre che graffiano).

“Bad Thing” gioca con il feticismo del pop più oscuro, un inno dark-electro travestito da torch song, mentre “Like Me” scende nei territori del trip-hop e della witch house.
C’è anche spazio per una sorpresa, perché “Die Like Everyone Else” trasforma l’angoscia esistenziale in un gesto di pura teatralità. È il momento più catchy dell’album e proprio per questo uno dei più autentici: l’atto di morire come performance, l’io che si dissolve nel riflesso dorato dello spettacolo.
Ma è con “Pain is Power” che l’album tocca il suo vertice. Una dichiarazione di principio e un atto di fede, in cui il dolore diventa ritmo e la vulnerabilità si fa motore erotico. Il brano, ispirato al parto come esperienza liminale, si apre su un battito liquido e cresce in un inno cyber-femminile, dove Actually sembra cantare non solo per sé, ma per tutti quei corpi che hanno imparato a fiorire dalle proprie cicatrici.

Pop e rituale, glamour e catastrofico, devoto e blasfemo, questo ultimo lavoro rende accessibile la decadenza, per un’esperienza mainstream che non perde il gusto dell’abisso. In un panorama dove la trasgressione è spesso un gesto vuoto, i Patriarchy riescono ancora a suonare interessanti. Forse è proprio questo il loro miracolo: insegnarci a danzare mentre impariamo a morire, con un sorriso sulle labbra.

Tracklist

  1. Boy On A Leash 
  2. New Way  
  3. Coming Up
  4. Bad Thing  
  5. Your Place 
  6. Die Like Everyone Else 
  7. Like Me     
  8. Pain is Power      
  9. Victim Of God     
  10. One Last Time

Patriarchy sul web