Approfondimenti

Witch house

Viaggio nel lato weird della musica elettronica

di Paolo Chemnitz

Witch house: un genere, un microgenere, forse solo un contorto stato mentale. Dobbiamo prendere in considerazione tutte e tre le ipotesi e quindi nessuna delle tre, perché in un’epoca di manipolazioni e di contaminazioni elettroniche è facile coniare ogni giorno dei nuovi termini da abbinare a un determinato sound di complessa classificazione (la witch house si trova comunque in ottima compagnia, con la vaporwave, il cloud rap, l’horrorcore e via dicendo).
In realtà questa denominazione nasce per gioco nel lontano 2009, quando Travis Egedy dei Pictureplane (un eclettico progetto a cavallo tra synth-pop, house music e darkwave) prova a dare una definizione alla sua musica pregna di riferimenti all’occulto. Witch house è la risposta, un marchio che inizia a diffondersi rapidamente tramite alcune riviste di settore (lo stesso Egedy nelle interviste, quasi inconsapevolmente, ammette che di non essere l’unico a suonarla). Tra Pictureplane e la witch house si instaura un forte legame simbolico che comunque lambisce ma non affonda mai le unghie all’interno di quello che sarà il genere, lo testimonia il significativo “Dark Rift” del 2009: se vogliamo infatti ricercare il manifesto sonoro di tale multiforme creatura, dobbiamo far trascorrere qualche mese.
Dopo una serie di 7” di indubbio valore, il 2010 è l’anno di “King Night” dei Salem, per adesso unico album realizzato da questi americani: con “King Night” si sprofonda nelle tenebre già a partire dal nome del gruppo, capace di rievocare il luogo del celebre processo alle streghe del 1692. Lo scenario si fa cupo, opprimente e alienante, mentre la proposta musicale riesce a mettere insieme frammenti sparsi provenienti da galassie in apparenza lontane. Gelidi sintetizzatori, drum-machine, schegge di hip-hop incastonate dentro un tessuto gotico-esoterico (la portentosa “Sick”), “King Night” è questo e molto altro, la bomba che riesce a sdoganare lo straniamento delle nuove generazioni americane. Il lato weird della musica elettronica è servito.

Prima che sopraggiungano ulteriori contaminazioni (non ultime quelle con la trap), la witch house si cementa attraverso l’unione di tanti singoli ingredienti di varia estrazione: ambient, ethereal, darkwave, industrial, hip-hop, Uk garage, drone e non solo, con la differenza che ogni progetto utilizza queste diverse sfaccettature a suo piacimento, bilanciando o meno il dosaggio di tali influenze. Motivo per il quale alcuni nomi dediti alla witch house suonano in maniera diversa da altri. In Inghilterra, ad esempio, qualcuno rielabora il percorso lanciato da Burial (le influenze Uk garage di Holy Other sono palesi), mentre negli States dominano le nere commistioni di matrice industrial (gli ∆Aimon di San Diego) o quelle ereditate dal rap, soprattutto in quella California dove l’esoterismo trendy ben si sposa con l’indecifrabile attitudine di molti nuovi musicisti. L’inclinazione dark di questi personaggi cammina di pari passo con la moda del momento, iniziano infatti a spopolare lunghe tuniche e magliette con simboli occulti di vario genere, un trend che presto si contamina sfociando nel più urbano health goth style.
In Russia (altra scena estremamente attiva) prevalgono atmosfere ora sognanti ora opprimenti (un nome su tutti: Fraunhofer Diffraction), perché in fondo non c’è molta differenza tra gli incubi elettronici della Witch House e quella spirale tipica di alcune band depressive black metal. A tal proposito, “Forever” del succitato artista russo incarna alla perfezione un’ipotetica simbiosi tra black metal (il growl maligno) e lo stato mentale della wh, un compendio di orrore e negatività che incute davvero timore. Ma la witch house russa è tanto altro: festoni dentro stabili abbandonati, droga e una controversa quanto scherzosa celebrazione del virus Hiv, uno straziante rave oscuro che si consuma nel più strambo nichilismo underground.

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Parlando di witch house, bisogna spendere due righe sull’utilizzo quasi maniacale del pitch, in quanto tutte le vocals sono tassativamente innaturali, rallentate oppure accelerate. Una frattura voluta con il mondo circostante, perché la Witch House è un balcone senza ringhiera che si affaccia sulle tenebre, la destrutturazione nera della cultura pop che riaffiora dal buio come un mostro deforme munito di mille tentacoli. Un delirio assoluto che si distingue per moribonde e claustrofobiche voci afroamericane (ascoltatevi “In Your Eyes” del russo Suicidewave) oppure per l’esatto contrario (l’eterna malinconia di “Wvfflife” di Blvck Ceiling), anime diverse ma lo stesso identico, straniante risultato. C’è poi chi aggiunge numerosi sample alle composizioni, sperimentando in lungo e in largo con tante altre derive più o meno assimilabili a un genere che continua imperterrito a mutare pelle.
Ciò che invece accomuna tantissimi progetti witch house è l’immaginario criptico e occulto: è facile riconoscere chi suona questa musica, il nome spesso mostra un tripudio di croci, di triangoli o di simboli esoterici, mescolati a numeri e lettere prese da qualsiasi alfabeto, un folklore oscuro che sicuramente ha il suo fascino magnetico. Ecco così spuntare gente come GL▲SS †33†H, oOoOO, †‡† (ovvero Ritualz), M△S▴C△RA e Crim3s, solo per citarne alcuni.
Con il passare del tempo cominciano a proliferare canali YouTube dedicati al tema, poiché acquistare fisicamente questo tipo di sonorità non è affatto semplice. Alcuni riescono a far uscire la loro proposta su cd o vinile, ma la maggior parte di queste realtà ripiega sul digitale, sui Cd-r o sulle musicassette di taglio vintage. L’aspetto lo-fi, almeno agli albori, è infatti un’altra peculiarità importante della witch house, soprattutto nelle copertine dei dischi o nei video (artigianali) che circolano in Rete, molti dei quali indissolubilmente connessi con una certa cinematografia di confine.
Oltre agli inevitabili tributi a “Häxan”, “Twin Peaks” e “The Blair Witch Project”, vengono rielaborate immagini e suggestioni catturate da molte altre pellicole, da “I Diavoli” di Ken Russell fino al più recente “The VVitch”, passando anche per opere di natura fantastica e/o grottesca, come nel caso di “A Jester’s Tale” (film cecoslovacco del 1964 che accompagna divinamente il video di “Better Off Alone” dei Salem, remixata per l’occasione dagli Atari Teenage Riot).
Riguardo la manipolazione, non mancano alcune bizzarre rivisitazioni di brani di grande fama, qui completamente stravolti in chiave orrorifica: a “Better Off Alone” dei Salem abbiamo appena fatto cenno (il pezzo originale è un successone eurodance di fine anni Novanta), ma la lista è molto lunga ed è impossibile non citare ancora Fraunhofer Diffraction con “Kvrt In Space” (i Nirvana in salsa witch house), King Plague con “Ave Plague” (Schubert non era mai stato così oscuro!) oppure ± |lemniscata| con la notevole “Show Me Love” (ricordate le t.A.T.u.?).

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Durante il decennio che sta per concludersi non è stato facile ricomporre questo puzzle in continua evoluzione, però è nostro dovere segnalare i progetti (più che i dischi) che hanno incarnato la storia della WH. Tante uscite, troppi singoli, un caos programmato che ci ha bombardato quotidianamente, meglio quindi lasciare spazio a chi ha contribuito materialmente step by step alla crescita del genere. Alcuni nomi sono stati accostati alla witch house ma sono stati anche capaci di esplorare territori più o meno attigui, pur mantenendo una grande influenza sul filone di riferimento: oltre al già nominato Pictureplane, una menzione d’obbligo spetta perciò ai Crystal Castles, ai Kap Bambino e infine al duo canadese dei Purity Ring, questi ultimi usciti persino sulla gloriosa 4AD.
Omettendo altri progetti già citati nell’articolo, la lista dei veri purosangue prosegue invece con i White Ring (seminale il loro 12” del 2010 “Black Earth That Made Me”), recentemente tornati con “Gate Of Grief” (2018) ma da poco orfani della vocalist Kendra Malia, scomparsa ad appena 37 anni per cause ancora da accertare. Oltre a loro, gli Unison (malato ed etereo il disco omonimo del 2011, l’oltretomba che incontra lo shoegaze), poi ancora FUNΞRΔL ‡ FLØWΞRS, Chvrn, Clams Casino, Balam Acab, IC3PEAK (con un piede nella trap), Mater Suspiria Vision, V△LH△LL, Summer Of Haze, Monomor†e o ancora l’inglese Jake Lee aka Sidewalks And Skeletons, artefice di una sfilza infinita di uscite autoprodotte tutte di ottima qualità (da non perdere la sua versione macabra di “Born To Die” di Lana Del Rey).

Quale futuro per la witch house? In teoria non lo sappiamo, perché da qualche parte qualcuno ha scritto che si tratta di un genere che non morirà mai, in quanto è già (nato) morto. Un percorso che in questi dieci anni ha ben rappresentato le incertezze e le paure di una società in perenne trasformazione, anche a livello culturale e soprattutto nei contesti underground, dove ormai i punti di riferimento o vengono fagocitati dalle mode mainstream oppure finiscono per sparire nel giro di poco tempo. L’importante però, chiamando in causa un celebre film di Scorsese, è essere stati Re per una notte. 

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