A più di vent’anni dall’ingresso dei Police nella Rock and Roll Hall of Fame, Stewart Copeland continua a ricordare quella serata con sentimenti contrastanti. Nel documentario “Copeland”, il batterista racconta di essersi sentito “con il cuore spezzato” e di aver provato una profonda “tristezza” dopo quella che avrebbe dovuto essere una celebrazione della storia della band.
Il 10 marzo 2003 Sting, Andy Summers e Stewart Copeland si riunirono al Waldorf Astoria di New York per la cerimonia di inclusione nella Hall of Fame, eseguendo tre classici del repertorio dei Police: “Message In A Bottle”, “Roxanne” ed “Every Breath You Take”. Eppure, dietro le quinte, l’atmosfera era ben diversa da quella che il batterista si era immaginato. “Non ci vedevamo da decenni, le prove sono state un po’ strane. Abbiamo suonato le nostre tre canzoni, dopo averle suonate, mi sono girato e ho visto Andy che se n’era andato da una parte, Sting se n’era andato dall’altra parte. Mi sono diretto verso il palco e ho raggiunto la mia famiglia… Non ho più rivisto i Police quella sera. Non significa niente? Dai, ragazzi. Non li ho più rivisti”.
Le sue parole confermano quanto i rapporti all’interno del gruppo inglese siano rimasti complessi nel corso degli anni, nonostante episodi che hanno segnato un riavvicinamento, come ad esempio la reunion mondiale del 2007. Copeland la ricorda oggi come un’esperienza positiva e persino terapeutica: “È stato terapeutico. Abbiamo fatto terapia di gruppo, ci siamo detti tutto. Lo consiglio alle altre band”.
Pur escludendo di fatto un nuovo ritorno dei Police, il batterista lascia comunque aperto uno spiraglio, almneo a livello teorico. “Certo, mi piacerebbe, ma non succederà. O meglio, c’è una possibilità su un miliardo. Mai dire mai… Il problema è che andiamo d’accordo finché non suoniamo insieme. E non voglio rovinare tutto”. Oggi, spiega, i rapporti personali tra i tre ex-compagni restano abbastanza cordiali: “Ci mandiamo video stupidi su Instagram, per lo più strane versioni delle nostre canzoni. È la nostra gag preferita”.
Nel corso di una recente intervista all’Adnkronos, Copeland ha parlato anche del suo rapporto con Sting, che continua ad ammirare profondamente. Lo ha definito “un fottuto genio”, aggiungendo subito con una battuta: “Ma non diteglielo!”. Ha inoltre confessato di aver scoperto soltanto negli ultimi anni la ricchezza dei testi scritti dal cantante: “Io ero il batterista, facevo casino mentre qualcuno gridava qualcosa davanti. Non avevo mai ascoltato attentamente le parole”.
Le tensioni tra i membri della band, tuttavia, non appartengono soltanto al passato. Negli ultimi anni Summers e Copeland hanno avviato una disputa legale contro Sting e la sua società editoriale, sostenendo di non aver ricevuto una quota adeguata dei compensi derivanti dallo sfruttamento digitale del catalogo dei Police. I due musicisti ritengono di avere diritto a una somma compresa tra 2 e 10,75 milioni di dollari per royalties non corrisposte, cifra che potrebbe aumentare con l’aggiunta degli interessi.
All’inizio dell’anno è emerso che Sting avrebbe già versato oltre 800.000 dollari ai due ex-compagni dopo l’avvio dell’azione legale. Il cantante continua però a contestare le loro richieste, sostenendo che i ricavi provenienti da streaming e download debbano essere considerati compensi per “esecuzione pubblica” e non vere e proprie vendite. I suoi legali hanno inoltre respinto le accuse, affermando che Summers e Copeland sarebbero stati “pagati in modo eccessivo”.
Al centro della controversia ci sono alcuni dei maggiori successi del trio, in particolare “Every Breath You Take”, il singolo di traino dell’ultimo album pubblicato a nome Police, “Synchronicity” (1983). Pur non essendo accreditati come autori, Summers e Copeland rivendicano un riconoscimento economico per il contributo fornito agli arrangiamenti delle registrazioni originali e per il conseguente sfruttamento digitale del repertorio della band.
Nell’intervista, Copeland riflette anche sul ruolo pubblico degli artisti, pur prendendo le distanze dall’attivismo politico delle celebrità. “Quando le star prendono il microfono, spesso danneggiano la causa che vogliono sostenere. Non credo che agli elettori importi davvero di quello che penso io”. Resta invece immutata la sua convinzione sul valore delle canzoni che hanno reso celebri i Police. “Le nuove possono essere anche migliori dal punto di vista tecnico, ma non avranno mai lo stesso impatto emotivo. Perché i vecchi brani hanno una storia”. Una storia che, nonostante le incomprensioni, le battaglie legali e le reunion improbabili, continua ancora oggi a legare indissolubilmente Sting, Andy Summers e Stewart Copeland.