All’inizio degli anni Novanta, il post-hardcore americano sembrava arrivato a un punto di rottura. Dopo un decennio fatto di velocità, militanza e furia iconoclasta, molte band iniziarono a percepire i limiti di un linguaggio ormai irrigidito nelle proprie convenzioni. Fu proprio in quel momento di crisi che quel genere diventò qualcosa di molto più instabile, emotivo e imprevedibile, avviando una mutazione sotterranea da cui, nel giro di pochi anni, sarebbe nato anche lo screamo (o skramz).
Probabilmente, tutto ebbe inizio nella scena di Washington, D.C., dove i Fugazi avevano trascinato l’hardcore lontano dalla sua forma originaria, facendo leva su ritmiche spezzate, improvvise sospensioni e tensioni trattenute fino all’esplosione. Non contava più soltanto l’aggressività: adesso teneva banco anche (e, forse, soprattutto) un senso di inquietudine permanente. Da sentimento distruttivo, la rabbia si convertiva in controllo, slancio e bruciante emotività. Ecco, l’emotività. Perché alle radici dello screamo c’è anche quella forma di hardcore, già evoluto e che poi sarà detta “emo”, che si era iniettata dose più o meno massicce di “mal de vivre”, trovando, sempre nella zona di Washington D.C., pionieri in formazioni quali Rites Of Spring ed Embrace, in cui non a caso avevano militato alcuni membri degli stessi Fugazi.
Intorno a quella rivoluzione prese forma una nuova sensibilità underground. Non fu un caso, quindi, che il vero collante di quella stagione fosse l’etica DIY ereditata dal punk. Nessun music business o circuito ufficiale, ma solo fanzine fotocopiate, cassette duplicate a mano, concerti nei seminterrati, case occupate, centri sociali improvvisati. Lo screamo nacque lì, in una rete sotterranea di micro-scene che comunicavano attraverso lettere, split 7” e tour organizzati con pochi dollari in tasca. Prima ancora di essere un genere musicale, era un modo di vivere la musica come esperienza totale, fisica e comunitaria.
Quando, a metà decennio, iniziarono a emergere nomi come Portraits Of Past, Orchid, Saetia o Pg. 99, il processo era ormai compiuto. In quella musica convivevano la violenza dell’hardcore delle origini, la sensibilità confessionale dell’emo e il caos destrutturato del post-hardcore più radicale. I brani alternavano esplosioni furiose, divagazioni cariche di malinconia e urla disumane. Tutto sembrava vivere costantemente sull’orlo del precipizio. Paradossalmente, però, il termine “screamo” venne accolto con sospetto proprio da molti protagonisti della scena, che lo consideravano l’ennesima trovata a uso e consumo della stampa musicale. Non fece eccezione Rob Pettersen, che dei Portraits Of Past, una delle band fondamentali per la codificazione dello screamo, fu validissimo cantante: “All’epoca, siamo tra il 1993 e il 1995, lo ‘screamo’ non esisteva: quel termine fu inventato anni dopo. Noi suonavamo nella scena hardcore punk DIY e ci consideravamo una band hardcore. Nei primi anni ’90, a volte il termine ‘emo’ veniva usato in senso dispregiativo per descrivere band che non suonavano dure o aggressive quanto altre, quindi nemmeno quel termine mi piaceva molto. Facevamo parte della scena underground della Bay Area, ed eravamo fortunati ad assistere ai concerti e a suonare con tante band incredibili di quel periodo. Io andavo ai concerti in modo quasi ossessivo: a volte anche sei al mese. I concerti DIY costavano tra i 3 e i 5 dollari, la benzina era economica, e vedere musica dal vivo era il mio principale sfogo e interesse in quel periodo. Direi anche che vedere così tante grandi band dal vivo e lasciarsi trasportare da suoni nuovi ci ha spinto a voler creare musica che fosse la migliore possibile e anche in qualche modo nuova o diversa. Era il nostro modo di restituire qualcosa a una scena che ci aveva dato tantissimo”.
Nati nel 1993 da un gruppo di amici d’infanzia, non ancora ventenni e cresciuti nella cittadina costiera di Half Moon Bay, poco a sud di San Francisco, i Portraits Of Past mossero i primi passi mentre frequentavano ancora il liceo, legati da una comune passione per quella musica capace di dare forma all’alienazione adolescenziale. Il chitarrista Rex John Shelverton e il cantante Rob Pettersen trascorrevano le giornate tra skateboard, cassette dei Metallica e concerti improvvisati, crescendo dentro l’ambiente sotterraneo della Bay Area dei primi anni Novanta.
Un ruolo fondamentale nella loro formazione lo ebbe il 924 Gilman Street di Berkeley, autentico epicentro della rinascita punk e dell’estetica DIY, dove i futuri membri della band si ritrovavano regolarmente e imparavano che quella musica non era qualcosa da osservare a distanza, ma da vivere in prima persona. “Sembrava semplicemente quello che facevi se amavi quella musica,” avrebbe ricordato Rex anni dopo. “La creavi anche tu.” Rob, invece, ricorda quanto fosse importante vedere persone comuni salire su un palco e suonare punk: un’esperienza che tolse loro ogni dubbio, spingengoli a formare una band.
Le loro influenze erano tanto eterogenee quanto rappresentative dello spirito dell’epoca: Fugazi, ovviamente, ma anche Black Flag, Suicidal Tendencies, Born Against, Drive Like Jehu, Unwound, Econochrist, Swing Kids, Heroin, un po’ di metal, di powerviolence (una variante ancora più estrema e caotica dell’hardcore), nonché di cupo post-punk: il tutto mediato dall’etica indipendente dell’underground californiano. Anche il nome scelto, Portraits Of Past, rifletteva quella strana combinazione di sensibilità emotiva e rumore abrasivo che stava facendosi largo negli ambienti del Gilman: sembrava quasi il titolo di una canzone dei Joy Division o dei Rites of Spring, tanto da lasciare inizialmente perplesso qualcuno dei membri della band, vista la violenza sonora che avevano in mente di sviluppare.

Come da tradizione hardcore, i Portraits Of Past (la cui prima formazione era completata dall’altro chitarrista Jonah G. Buffa, dal bassista Daniel Fenton e dal batterista Aaron Lee Schlieve) iniziarono facendosi le ossa ovunque capitasse di suonare, tra piccoli spazi autogestiti, garage e concerti improvvisati. Provavano nei fine settimana, fino a mezzanotte. In pratica, non facevano altro, convinti che quella fosse l’unica strada per non restare una band tra le tante. Nel 1994 arrivò finalmente il primo passo discografico, grazie alla registrazione di uno split EP condiviso con i Bleed, un’uscita che passò quasi inosservata, ma che contribuì a definire le coordinate di un suono già personale, emotivo e convulso, destinato a diventare un tassello fondamentale per l’evoluzione dello screamo.
Sostituiti Fenton e Schlieve con, rispettivamente, Jeremy Andrew Bringetto e Matthew Martin Bajda, i Portraits Of Past registrarono il loro LP d’esordio tra il settembre e l’ottobre del 1995, subito dopo un breve tour, che Rob aveva pianificato grazie a “Book Your Own Fucking Life”, una subzine di “Maximumrocknroll” piena di contatti relativi a promoter che organizzavano concerti DIY servendosi di case o spazi alternativi in tutti gli States.
Come ricorda ancora Rob, “durante le registrazioni Rex era molto ispirato e interessato a imparare come registrare musica, quindi passò moltissimo tempo con l’attrezzatura nella control room, cercando di capire come ottenere il miglior suono possibile, considerando che non avevamo budget e pochissimo tempo a disposizione. Il disco fu registrato su ADAT [Alesis Digital Audio Tape], una delle prime macchine digitali, quindi, anche se usavamo amplificatori completamente analogici e così via, la registrazione era intrinsecamente digitale. All’epoca c’era molta negatività nei confronti di quel tipo di registrazione, e NON sto dicendo che l’ADAT fosse grandioso, ma il disco è venuto fuori con un suono piuttosto figo e un po’ unico, quindi… chi se ne importa?”.
“Ci ha sempre affascinato l’idea dei Fugazi a proposito di ciò che si può fare con una semplice chitarra collegata a un amplificatore”, osserva Rex. “Anche se volevamo creare dei veri e propri paesaggi sonori, non utilizzavamo accordature alternative, ma al massimo abbassavamo l’intonazione fino a Do diesis. Molte cose sono nate in modo accidentale, ma il suono finale fu comunque il risultato di scelte precise e intenzionali. Inoltre, abbiamo registrato tutte le chitarre in doppia traccia, facendo attenzione a che fossero estremamente precise, così da evitare il cosiddetto flamming, che si ha quando due esecuzioni leggermente sfalsate producono un effetto indesiderato. Eravamo appena tornati da un tour, quindi suonavamo molto affiatati. Però quella specie di oscillazione tra accordatura e intonazione creava un effetto di chorus naturale, una cosa strana alla Sonic Youth. In realtà stavamo cercando di avvicinarci agli Unwound: erano la nostra band preferita. Più volte mi hanno chiesto quali pedali chorus usassimo, il che è divertente, visto che sulle chitarre non c’è alcun effetto, a parte il riverbero degli amplificatori e della stanza.”

Terminate le registrazioni, la band si sciolse, non prima però di aver tenuto un ultimo concerto al Gilman, dinanzi a qualcosa come una decina di persone, alcune delle quali si divertirono a bersagliarli con oggetti vari e a sbeffeggiarli, incapaci di capire cosa davvero significasse quella musica così disperata e aggressiva. Negli anni, ciascun membro della band ha sviluppato una propria versione dei motivi che portarono alla separazione. Rex ricorda un periodo fatto di tentativi continui: nuove canzoni prendevano forma, ma nessuna sembrava avere davvero l’identità giusta. Rob, invece, guarda soprattutto a se stesso, convinto di non essere riuscito a tenere il passo con la crescita artistica degli altri. A pesare fu anche la stanchezza accumulata nei tour, che avevano ormai perso il fascino degli inizi.

L’esordio dei Portraits Of Past fu pubblicato nella primavera del 1996 dalla Ebullition Records, una piccola label messa su all’inizio degli anni Novanta da Kent McClard, ex editorialista di “Maximumrocknroll”, insieme a Brent Stephens (chitarrista dei Downcast) e a Sonia Skindrud, autrice della fanzine “Exedra”.
“All’epoca”, ricorda ancora Rob, “Rex lavorava in una tipografia offset, e stampò le copertine in vinile 7” del disco di un’altra band in cambio di tre giorni di registrazione in uno studio che si trovava nel campus della Stanford University, dove studiava uno dei membri di quella band, il quale registrava anche altri musicisti. Così incidemmo l’album lì in due giorni e facemmo il mixaggio in uno, praticamente gratis. All’inizio, l’album era in realtà senza titolo, oppure ‘omonimo’. Tuttavia, in seguito la nostra etichetta e altre persone presero a chiamarlo con il nome del codice binario [“01010101”] presente sulla copertina, ma non era mia intenzione dare quel titolo al disco.”
All’inizio, “01010101” (o “Portraits Of Past”, fate voi), vendette una miseria (per usare un eufemismo). Solo col passare degli anni, e soprattutto grazie all’avvento della “seconda ondata” dello screamo (siamo all’inizio degli anni Duemila), quelle otto tracce furono finalmente riconosciute come pionieristiche. La rabbia, il dolore, la sofferenza e la speranza infranta dei cinque giovani californiani, elevati a una dimensione quasi epica, divennero un punto di riferimento per tutti coloro che nella musica non cercavano soltanto conforto, ma un’autentica esperienza catartica. Una catarsi che rappresenta l’esito di un processo dialettico, nel quale fragilità e violenza sonora, slancio poetico e impulso distruttivo si confrontano in una tensione costante.
“Penso che tutte quelle emozioni confluiscano nella nostra musica, sia nei testi che scrivo, sia forse nel suono dei riff e nelle dinamiche delle strutture dei brani”, racconta Rob. “Per quanto riguarda l’epicità, ascoltavamo e vedevamo dal vivo molte band intense e malinconiche, ma per qualche motivo finimmo a scrivere diverse canzoni lunghe, con alti e bassi, riff differenti e diversi livelli di intensità. Non so bene come siamo arrivati a quello stile, dato che la maggior parte delle band che ascoltavamo suonava pezzi più brevi e diretti. Immagino che una parte dipendesse da un approccio ‘kitchen sink’: buttavamo dentro le canzoni tutto quello che avevamo — tantissimi riff e melodie, la maggior parte delle quali non si ripeteva, momenti molto intensi e altri più quieti, moltissime parole nei testi, forse perfino troppe. Stavamo semplicemente dando tutto ciò che potevamo ed eravamo estremamente ispirati, quindi le canzoni e il disco sono venuti fuori così. Esito a citare un riferimento così diretto, ma prima di scoprire il punk e l’hardcore, quando avevamo tra i 10 e i 12 anni, gran parte della band ascoltava gruppi metal degli anni ’80, come Metallica e Iron Maiden, oltre ad altri tipi di musica. Quindi forse parte della lunghezza delle canzoni, dell’epicità e della componente melodica derivava proprio dal metal.”

Aperta da una ventina di secondi di flaccide corde distorte, “KQED Equals Volvo” è un concentrato di violenza ancora legata essenzialmente alla stagione dell’hardcore classico, anche se il pathos è di quelli che dicono che nel frattempo l’esistenza è diventata un problema serio e non solo il fondo di una sputacchiera. La detonazione incontrollata degli strumenti è fronteggiata dalle urla di Rob, che trasforma la propria immagine in qualcosa di degradato, quasi patologico, come se si riconoscesse nel riflesso di una lunga esperienza di alienazione ed esclusione.
A little closer to home
One who’s distant
A sick look glazed over my repression
Humbly I’m dismissed with no warning
Momentary this bliss
You can see the look on my face
Say, nothing’s said
I wish you’d fight me ‘til the last teardrop’s bled
Momentary this bliss
I can see the look on your face
“Bang Yer Head” è probabilmente il punto più drammatico dell’intero disco e, se non altro, quello più incisivo nel restituire l’essenza ultima del suono dei Portraits Of Past. Volendo evocare il senso di un’emotività ribollente, di una personalità in frantumi e impegnata in un confronto a dir poco conflittuale con una società sempre più radicalizzata e marcia, questo brano (introdotto da una figura di chitarra che fa venire in mente quella che apre “Do You Compute” dei Drive Like Jehu) passa in rassegna scariche adrenaliniche, passaggi meditabondi con gli Slint nello specchietto retrovisore e lampi di disgusto autodistruttivo, che nemmeno il suo offrirsi come inevitabile possibilità da condividere riesce a rendere meno devastante. In fin dei conti, l’essere incasinati e la giovinezza non possono che andare a braccetto. Si tratta di un destino condiviso. Non restano che “tentativi disperati di aggrapparsi a qualcosa”, per evitare di farla finita, nella consapevolezza che “Ci sono poche verità/ E una è che/ Sono incasinato/ Più o meno quanto lo sei tu”.
There are a few truths
And here’s just one:
I’m as fucked up
About as much as you’re fucked up
But, beyond that, there are only grasped straws
And our own private perceived flaws
Where’s that gun?
We should both use it
Un profondo senso di solitudine e di isolamento dominano “The Control Freak”. Le dissonanze, i sovratoni, le chitarre che disegnano panorami di pathos cristallino e le convulse accelerazioni: tutto mira a trasmettere il senso di una gelida autocoscienza, della consapevolezza disarmante che ci sono limiti che non si possono superare e che “la porta di metallo è chiusa a chiave dall’interno”. Nonostante tutto, restiamo soli di fronte a un mondo che ci respinge, e per questo la nostra presunta libertà assume un carattere intrinsecamente perverso. È l’assurdo: lo scontro inevitabile tra il desiderio innato dell’uomo di rintracciare un significato nel mondo e l’insondabile silenzio di un’alterità che resta indifferente alle sue domande. In fin dei conti, quella dei Portraits Of Past è musica profondamente “romantica”, perché proprio la frattura tra coscienza individuale e realtà oggettiva rappresentò uno dei tratti fondamentali del Romanticismo.

“Implications of a Sinkhole Personality” è invece una di quelle canzoni che hanno il sapore della tua giovinezza quando ad essa attingi da una lontananza estrema, intrappolato nel perimetro dell’orrore silenzioso del quotidiano, consapevole che il passato è sempre e solo memoria conficcata nel presente come un chiodo arrugginito. Vedersi negli altri, essere se stessi negli altri, fino ad uccidersi negli altri. La disperazione, alla resa dei conti, s’invera nella lucida percezione che proprio negli altri è manifesto il nostro inferno.
See yourself in others
Be yourself through others
Hate yourself in others
Just kill yourself in others
In others
In others
Anche in “The Outlook Is Bleak” – un brano che sembra avanzare a fatica sotto il peso del proprio sconforto (“le prospettive sono cupe”, avverte il titolo!) – le chitarre intrecciano linee acute e melodiche in uno stile tagliente e compatto che richiama i Drive Like Jehu. A fare da contrappunto intervengono il basso profondo di Bringetto – “un bassista alla Peter Hook: molto melodico e chitarristico; suona con il plettro usando delay, riverbero e overdrive“, spiega Rex – e il batterismo dinamico di Bajda, trascinando la musica sempre più in profondità, nei territori della psiche, lì dove è chiaro che “le menti fredde non percepiscono mai l’ampiezza della separazione”.

Dal canto suo, “Snicker Snicker” è il suono di un’agonia. Una lezione di tensione e rilascio in cui i due poli sono così intrecciati da rendere impossibile ogni vera assolutizzazione. La materia sonora è sempre grezza e febbrile, talvolta volutamente sghemba, ma al tempo stesso sorretta da una trama fittissima di dettagli e sfumature. La anima una tensione continua tra impulso e controllo, tra urgenza espressiva e architettura interna.
Poi, chissà: forse dietro l’orizzonte delle parole c’è il fantasma di Rodney Glen King, il tassista afroamericano che il 3 marzo 1991 subì un violento pestaggio da parte di alcuni poliziotti losangelini (“Bullets in control – watch out for your uniform in control – watch out for those stray bullets. Tongue tied – those outside define everything. High beams- my dark side is everything. No wonder high use of black plastic eye shields. No one leaves the house without a Kevlar skin suit”). O forse c’è soprattutto l’invito a scrollarsi dal volto gli occhi dell’Impersonale (“Whose eyes are glued to your head?”). Di certo, tra le righe si respira l’odore acre di una malinconia che, proprio perché ormai priva di speranza, è dileguata in furia. Negli angoli della mente, non se ne sta più in silenzio, ma ha cominciato a graffiare sulle pareti.

Condensando e, per certi versi, estremizzando tutti gli elementi dell’opera (le lente progressioni che scavano baratri nel buio, le slavine strumentali che scatenano pulsioni e invitano a sfondare il muro dell’incomunicabilità, le urla che zampillano dal mix come fiotti di magma troppo a lungo soffocato, perché l’urlo degli screamer non nasce dalla rabbia, ma da ciò che le parole non riescono più a contenere), “Something Less Than Intended” torna al dramma di ciò che è stato e che mai più potrà tornare. La “sinkhole personality” ha prosciugato le energie emotive degli altri, sulla scorta di un’integrità morale fasulla. Dietro di sé lascia le rovine degli ideali, della giovinezza e dell’amicizia spensierata che un tempo riempivano i giorni, le ore, i minuti. Il tempo è quello di una decisione non ancora autentica, perché, confessa Rob, “è come se stessi vivendo la vita di qualcun altro”. Restano i ricordi, veri e propri ritratti del passato.
Remember those ideals?
Remember mom and dad? We’re them
Remember carefree friendship?
Oh, those great times
Living like the stars
Just playing with our hearts, how cute
Predestined
Predestined, I’m predestined
Let’s play scapegoat
Let’s play martyr
Pretty intention, pretty intention
Let’s be the living dead
Okay, I’m going to fuck you over now
It’s like I’m living someone else’s life
Okay, I’m going to fuck you over now
But I know, I’m just not “them”
