Dopo aver messo in pausa Il lungo addio, Fabrizio Testa torna al progetto a suo nome. Con “Diario notturno” guarda oltre i confini di “Ritorno al sacro” e apre una nuova strada nella sua discografia. È uno di quei dischi da ascoltare e leggere allo stesso tempo: uno spoken word su sfondi sperimentali cangianti, da cui emergono parole profetiche ispirate ad alcuni dei libri pubblicati negli ultimi anni da Testa, soprattutto “Diario notturno di un guardiano di camping” e “Distretto Adriatico”. La poetica di Testa, quindi anche quella de Il lungo addio, rimane sostanzialmente invariata; quello che cambia è il mezzo a disposizione che fa da sfondo ai luoghi in cui si trovano i protagonisti della riviera romagnola, soli coi loro pensieri sconnessi.
In “Diario notturno” la Riviera romagnola perde i propri colori balneari e diventa paesaggio metafisico dove i campeggi, i bar, le spiagge diventano luoghi dove si ripetono in loop infiniti gli stessi gesti in una sorta di liturgia povera. Con la consueta lunga schiera di collaborazioni (Luca Barachetti, Massimo Pupillo degli Zu, Martin Mayes, Mario Arcari, Walter Prati e Luca Gusella), Testa immagina pensieri dissociati che sembrano buttati lì per essere rapidamente dimenticati, flussi di coscienza senza filo conduttore che a volte potrebbero contenere frasi fondamentali, ma che restano comunque destinati all’oblio.
Il guardiano del camping, protagonista di uno dei suoi libri, e gli altri avventori della costa si incrociano guardandosi tra loro, ma restando sempre profondamente soli a riflettere su una realtà non comprensibile. Sono tutte figure senza nome (una ragazza tedesca, l’uomo malato di cuore, un nero sudato che suona il jazz, un frate ecc.) simili a fantasmi che pensano e vagano compiendo azioni inutili in questa riviera/universo, senza possibilità di mutare il proprio destino.
Le citazioni di Bergman (“Questa è l’ora del lupo”), le riflessioni sul tempo che avanza inesorabile (“Il tempo rovina lo smalto sui cancelli”), proverbi yiddish su trombe apocalittiche e scenari gotici (“Una ragazza tedesca completamente nuda sosta accanto ad una tomba”), la religione continuamente cercata ma mai davvero trovata sono solo immagini che si susseguono come una serie di fotografie sfogliate velocemente.
Anche le soluzioni sonore cambiano di brano in brano. “Gesù dietro la siepe” richiama il call and response delle work song degli schiavi americani. In “Ortodossia Ok”, le percussioni alienanti e i synth di Massimo Pupillo accompagnano l’attesa di “una moderna apocalisse” tra scenari di degrado e abbandono. “Calce sul volto” intreccia un basso ripetitivo ai rumori della carriola di Luca Barachetti, mentre in “Nel respiro del tempo” un violoncello decisamente avant si muove su testi criptici. È però “Colmare l’abisso” a restituire l’atmosfera più immediata dell’album: uno scenario apocalittico, nero come una notte solitaria in un campeggio deserto.
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27/09/2026