Che poi c’è anche del bello, del poetico, se mi passate l’esagerazione, in questi tempi di spappolamento distributivo, di playlist che mangiano i dischi, polverizzazione delle proposte e impossibilità di tracciare un quadro generale, di esaminare lo stato dell’arte della musica contemporanea. Risiede in storie come quella dei Keo.
Quattro ventiduenni londinesi che nel 2026 debuttano con un disco che, per come suona, sarebbe potuto uscire nell’America degli anni Novanta, qualche tempo dopo le tragiche dipartite di Kurt Cobain e Jeff Buckley. Un disco di tempi che non hanno vissuto, se non attraverso i racconti e i dischi dei genitori e che probabilmente hanno ricostruito e assimilato proprio grazie all’iper-accessibilità di cui li hanno dotati tempi e piattaforme moderne.
Finn e Conor Keogh, rispettivamente voce e chitarra e basso della band, sono i figli del folkster irlandese Davey Keogh e accompagnano il papà in giro per il mondo da quando hanno 9 anni, età nella quale hanno iniziato a scrivere canzoni. Quando qualche anno fa i due fratelli si sono stanziati a Londra hanno conosciuto il chitarrista solista Jimmy Lanwern, un fanatico tanto di J Mascis quanto di Johnny Greenwood, e il batterista e tecnico del suono Oliver Spackman, con i quali hanno dato vita a questo progetto.
Come dicevamo, il grunge e quello che viene dopo sono la linfa vitale della band, che a un orecchio inesperto potrebbe davvero suonare di quei tempi e posti lì. L’arpeggio iniziale di “Best I Can Do” tradisce milioni di ascolti di “In Utero”, per esempio. Mentre invece la dolcezza di ballad come “Thorn” e, soprattutto, “Spent On You” mostrano che la band non si vergogna nemmeno di tradire ascolti come Goo Goo Dolls e Nickelback.
A elevare la band dal mero revivalismo ci sono però due fattori essenziali. Il primo è la padronanza del sound, che prende forma in una sezione ritmica granitica e in un chitarrismo rovente e impetuoso. Il secondo è la qualità di scrittura di Finn Keogh, che dà vita a testi autentici, melanconici e programmaticamente angosciati, sempre pronti a sfociare in ritornelli che si mandano a memoria in un paio d’ascolti. È il caso della doppietta di apertura “Be Happy” e “That’s Me”, della strisciante “Bird On The Wire”. Per chi vi scrive è però l’ossessiva e lavica “Loser” ad aggiudicarsi la palma di pezzo del disco.
Messi da parte i pregiudizi su una band di ventenni che celebrano il grunge nel 2026, da Londra per giunta, non vi resta che godere di uno degli esordi dell’anno.
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02/10/2026