C’è una matassa di storie, di corsi e ricorsi, di ritorni e di addii dietro “Kings Without A Crown”. Diciotto anni dopo l’ultimo album in studio “Fragile Forest”, gli Yuppie Flu tornano sulle scene con un Lp che, insieme a 42 Records, porta come ai bei tempi il marchio glorioso della Homesleep, rinsaldando quel binomio indissolubile band/etichetta che aveva scritto una delle epopee più esaltanti e genuine della scena indipendente italiana a cavallo del nuovo millennio.
“Kings Without a Crown” è anche l’ultimo lavoro firmato da Matteo Agostinelli, che a questo repertorio ha dedicato gli ultimi anni di vita, prima di lasciarci prematuramente lo scorso febbraio a soli 48 anni. “Le canzoni sono esattamente come Matteo le aveva scritte, registrate e completate. Non una raccolta incompiuta o un archivio riaperto dopo anni, ma un vero album costruito senza la pressione di dover rispettare tempi di mercato o scadenze produttive”, si legge nel comunicato che accompagna l’uscita del disco.
Il nuovo repertorio – dieci canzoni per poco più di mezz’ora di durata complessiva – non si limita a riallacciare i fili col passato. Pur non essendo stato concepito come un album “finale”, “Kings Without A Crown” sintetizzano ed esalta al meglio il lungo cammino iniziato dagli Yuppie Flu sul finire degli anni Novanta. Se il lo-fi pop fatto di chitarre e sintetizzatori è ancora una volta l’inizio e la fine di tutto, il lungo lavoro in studio emerge tanto dalla scrittura, caratterizzata da una sequela di melodie al limite della perfezione, quanto dall’attenzione dedicata agli arrangiamenti.
Orchestrazioni tascabili esaltano la narcolettica “We’re Real (In Neverland)” e l’elegante “Be Free Now”, costruita insieme a Francesco Chielli, storico bassista e co-compositore della band, che firma anche le strofe rappate. “Avalon” si srotola su note agrodolci e delle linee melodiche che ricordano “The High Road”, vecchio singolo firmato Broken Bells-Danger Mouse, “Chasing What” fa addirittura riecheggiare gli Air della colonna sonora di “The Virgin Suicides”. Non da meno sono il rutilante uptempo “Sweet Ghost”, impreziosito dall’ennesimo ritornello perfettamente tornito, e una “Hold On” adagiata su metriche trip-hop.
Che ognuna delle nove canzoni si spinga in una direzione diversa, pur mantenendo una matrice stilistica riconoscibile, lo testimoniano con ancora maggiore evidenza la spettrale “Devil’s Sweetheart” e la psichedelica e rarefatta “Cosmic Ape”, nel cui ritornello ritornano le atmosfere spaziali degli Air. “We will meet again to start/ the game of the thin and sharp/ knife of the heart/ ever and ever”, canta Matteo Agostinelli nella conclusiva – quasi country-rock – “Nothing”, come ad accomiatarsi dopo aver dispensato, ancora una volta, così tanta bellezza.
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26/09/2026