Dopo il caos elettro-danzante del debutto “Blush” (2022), il trio londinese sceglie la sottrazione. Meno esplosione da club, più pressione interna. Meno rave tossico, più after silenzioso, quando il battito resta nelle tempie ma la stanza è quasi vuota. “No More Like This” è un disco che privilegia la texture alla saturazione, la pelle al riflettore.
Questa trasformazione non è un semplice cambio di suono, ma è un cambio di postura. Se infatti il precedente capitolo si muoveva con un’energia centrifuga, qui i PVA lavorano per compressione. I beat comunque sono ancora presenti (“Send” potrebbe incendiare qualsiasi dancefloor industriale) però vengono spesso trattenuti, piegati, incanalati in strutture che preferiscono accumulare tensione invece di liberarla. È una musica che si costruisce per stratificazione, come un pensiero ossessivo che ritorna con piccole variazioni fino a lasciare un’impronta.
“Enough” è uno dei vertici del disco: sensuale, trattenuta, costruita su un groove che non esplode mai del tutto. È desiderio sospeso, confessione sussurrata in un angolo buio. “Boyface” gioca apertamente con le categorie di genere, non come provocazione ma come esplorazione fluida e ambigua del corpo e dell’identità. Il beat richiama un certo trip-hop anni Novanta, ma l’approccio non è revivalistico: è un’appropriazione personale, aggiornata, quasi clinica.
“Anger Song” è invece emblematica del modo in cui i PVA trattano le emozioni: la rabbia non è gridata poiché è interiorizzata, resa fragile. Ella Harris alterna parlato e canto con una misura che può apparire distante, ma che in realtà è un controllo consapevole della tensione. Quando la sua voce si incrina o si apre leggermente (come in “Mate” o nei momenti più ariosi di “Flood”), si percepisce quanto potenziale emotivo venga deliberatamente contenuto.
“Okay”, con il suo andamento espanso e quasi shoegaze nei synth stratificati, rappresenta uno dei momenti più ambiziosi. Qui il trio dimostra di poter coniugare club culture e scrittura più tradizionale senza perdere coerenza. Il finale con “Moon” chiude il cerchio aperto da “Rain”: se all’inizio era un risveglio, ora è una presa di coscienza ciclica. Non c’è catarsi definitiva, solo un ritorno. L’emancipazione è un processo continuo.
L'intero album è attraversato dall'idea del segno che le persone e le esperienze possono lasciare sulla pelle. Lo si percepisce nella ripetizione ipnotica di certe frasi, nei synth che tornano come eco deformate, nei ritmi che insistono finché non diventano quasi corporei. Non è solo musica da ascoltare: è musica che ti preme addosso, che modella lo spazio emotivo.
Il corpo dunque è centrale (e non solo nei testi). La copertina, con il titolo impresso sulla pelle, sintetizza perfettamente il senso del disco: fisicità, vulnerabilità, segno. Nei brani si parla di desiderio, di consenso, di vergogna, di esposizione. C’è una sensualità esplicita ma mai gratuita, intrecciata a immagini più dure, talvolta disturbanti. La tensione tra attrazione e controllo diventa struttura musicale: build-up lenti, improvvise rarefazioni, bassi che emergono come pulsazioni interne.
La crescita rispetto al debutto è evidente, perché i PVA non cercano più solo l’impatto immediato ma anche la profondità. Hanno trasformato l’energia da palco in un linguaggio più intimo e controllato, senza perdere la componente fisica che li ha resi una delle realtà più interessanti della scena londinese.