Dopo l’uscita di scena di Little Simz, che ha interrotto la propria collaborazione avviando inevitabili azioni legali (si parla di oltre un milione di sterline prestate e non restituite), i Sault sono rimasti un affare fondamentalmente di famiglia. Il producer londinese Inflo, la mente del collettivo, e Cleo Sol, la voce femminile più spesso utilizzata, sono infatti una rodata coppia anche nella vita. I Sault non sono più avvolti nel mistero, non hanno più troppi intriganti segreti dietro i quali celarsi, non sono più un’idea senza volto, ma proseguono la strategia di diffusione dei dischi a sorpresa, senza alcun preavviso, senza campagne promozionali, senza comunicati stampa a supporto, cosa che si è ripetuta venerdì 9 gennaio 2026, con “Chapter 1”, titolo che - come di consueto - annienta qualsiasi logica matematica, trattandosi in realtà del quindicesimo atto di una discografia che in meno di sette anni ha prodotto ben tredici album e due Ep.
Certo, quando i loro lavori uscivano sull’onda del dissenso per un drammatico fatto di cronaca, come nel caso del brutale assassinio di George Floyd a Minneapolis (al quale nel giugno 2020 seguì “Untitled – Black Is”), la sensazione era quella di vivere in diretta una narrazione, qualcosa di speciale. Ora i dischi dei Sault sembrano invece provenire da una catena di montaggio pronta a sfornare prodotti ogni tot mesi. E quando il periodo è particolarmente ricco, ecco sopraggiungere persino cinque articoli in un colpo solo, come accadde il primo novembre del 2022.
In realtà, il riflesso dell’attualità nei loro testi in qualche modo resta, pur se in maniera meno esplicita: “Chapter 1” parte infatti con una preghiera, “God, Protect Me From My Enemies” (sontuosa l’introduzione strumentale), un’invocazione dietro la quale, con neppure troppa fantasia, si possono intravedere in controluce le ferite dell’infinita guerra combattuta nella Striscia di Gaza, il massacro che si sta consumando proprio in questi giorni in Iran, il conflitto in Ucraina. Perché i Sault vogliono essere voce collettiva, vogliono essere linguaggio spirituale. Obiettivo centrato anche questa volta, grazie a raffinatissime composizioni che insistono sui temi della fede e dello spirito, arrangiate con un generoso dispiegamento degli archi e con l’efficace scelta estetica di portare le pulsazioni del basso in prima linea nel mix finale. Scelta che conferisce groove non soltanto in occasione delle tracce più ritmate (la title track, che poggia su un buon impianto chitarristico, e la conclusiva “Puppet”, il pezzo più fuori dagli schemi, interpretato da Melissa Young), ma anche in quelle più avvolgenti (le eleganti, seducenti “Good Things Will Come After The Pressure” e “Lord Have Marcy”, due esempi di scrittura di grande qualità).
Dal punto di vista stilistico, i Sault questa volta si immergono nel mood soul-funk anni Settanta, elaborando un’atmosfera decisamente cool, rilassata, un suono vintage sempre coinvolgente, con dinamiche increspature che intervengono a conferire le opportune discontinuità. Gli spunti di Inflo pescano a piene mani da decenni di black culture, mostrando gusto e competenza, per mantener viva la memoria afrocentrica, continuando a realizzare moderni bignamini di storia della soul music.