Phil Collins ha costruito una carriera solista di enorme successo negli anni Ottanta, attraverso una sequela di innumerevoli hit, ma per gran parte degli appassionati di rock il suo nome resta indissolubilmente legato all’epopea dei Genesis, la band di cui è stato batterista, cantante e frontman. È all’interno del gruppo inglese che è avvenuta la sua formazione come musicista, attraverso una lunga fase di trasformazioni stilistiche e cambi di formazione.
Entrato nei Genesis all’inizio degli anni Settanta, Collins ha preso parte a dodici album in studio – da "Nursery Cryme" del 1971 a "We Can’t Dance", pubblicato 20 anni dopo - vivendo dall’interno l’evoluzione della band: dal progressive rock più articolato dell’era Peter Gabriel fino a un avvicinamento a una forma canzone pop-rock più accessibile, ma senza mai abbandonare l’approccio sperimentale delle origini. La svolta decisiva, com’è noto, arriva nel 1975, quando Peter Gabriel lascia il gruppo e Collins ne raccoglie l’eredità come cantante, esordendo nel nuovo ruolo con "A Trick Of The Tail" e consolidandolo poco dopo con "Wind & Wuthering". Due buoni dischi, molto più in continuità con la storia del gruppo di quanto alcuni critici abbiano fatto pensare.
Un ulteriore, importante cambio di assetto avviene però nel 1977, con l’uscita del chitarrista Steve Hackett. A quel punto i Genesis si riducono a trio: Phil Collins, Tony Banks e Mike Rutherford: "...And Then There Were Three...", come da titolo dell’album che fotograferà con precisione la nuova fase della band.
Il disco datato 1978 segna anche l’inizio della loro ascesa commerciale più ampia, ma Collins non lo ha mai considerato un lavoro riuscito. In più occasioni, tra cui un’intervista raccolta da Mario Giammetti nel volume "Genesis: 1975 to 2021 – The Phil Collins Years", il musicista inglese lo ha indicato come il suo meno riuscito. "Probabilmente è il mio disco meno preferito. Forse perché non era un periodo particolarmente felice della mia vita. Ho contribuito solo in parte. I brani erano piuttosto brevi, un po’ inconsistenti", ha spiegato.
L’unica eccezione, stando alle sue parole, resta "Follow You Follow Me", la traccia conclusiva, destinata a diventare uno dei maggiori successi del gruppo, il primo a proiettarli nella top ten della Uk Chart. Per il resto, Collins ha sempre detto di percepire il disco come distante dalla propria identità artistica. "Ricordo di aver scritto alcuni testi, ma non erano ancora del tipo che avrei sviluppato pochi anni dopo, ad esempio su ‘Duke’, molto più personali", ha aggiunto.
In quella fase, infatti, Collins si muove ancora all’interno della tradizione narrativa dei Genesis, fatta di immagini e suggestioni spesso indirette. "C’erano forse un paio di testi legati a esperienze personali, ma continuavo a scrivere cose di fantasia, in linea con la storia della band. Io sono sempre stato più diretto, mentre i Genesis tendevano a raccontare in modo più tortuoso".
Questa distanza tra esperienza personale e materiale scritto contribuisce a spiegare il giudizio severo del batterista sul disco uscito nel 1978. Più che un problema di risultati commerciali o di singoli episodi riusciti, "...And Then There Were Three..." rappresenta per Collins un momento di transizione in cui non si riconosce pienamente.
Eppure, proprio quel lavoro contribuì ad ampliare il pubblico del gruppo. Lo stesso Collins ha ricordato come "Follow You Follow Me" circolasse anche in contesti lontani dal mondo prog, arrivando persino sul bus dei Weather Report durante i tour della formazione jazz fusion. Un segnale, per lui, che la band stava entrando in una dimensione più ampia, con maggiore esposizione radiofonica e un pubblico diverso.
Ma anche tra i fan dei Genesis non manca chi riconosce piena dignità a "...And Then There Were Three...". “Presentato quasi ovunque come un album di transizione e imbarbarimento pop, è invece uno scrigno di gioielli prog, in cui la brevità dei brani non cozza con la loro capacità di sorprendere e rapire – sottolinea ad esempio Marco Sgrignoli nel nostro speciale “Afterglow”. Citando in particolare l'apertura con "Down And Out" che “segna una vetta nel percorso jazz-rock di Phil Collins, e spiazza con cambi di umore particolarmente marcati - dall'incipit luminoso in cui regna la chitarra assai hackettiana di Mike Rutherford alla tensione delle strofe costruite su bordate di Hammond secche e plumbee. In cinque minuti e poco più, uno dei pezzi più camaleontici della carriera della band”.
Lo stesso Giammetti, al quale il batterista rivelò la sua idiosincrasia per il disco, lo ha definito invece in termini entusiastici, proprio nell'intervista che ci ha concesso qualche mese fa, ricordandolo addirittura come l'Lp che lo fece appassionare all'universo del gruppo inglese: "Li ho veramente conosciuti piuttosto tardi, nel 1978. Era il periodo in cui Steve Hackett li aveva appena lasciati e il trio superstite pubblicò 'And Then There Were Three'. So che per molti, almeno qui in Italia, potrà sembrare blasfemo, ma quel disco mi fece letteralmente sobbalzare dalla sedia. Amavo la musica fin da quando ero piccolo, ma in quell’album mi ritrovai completamente a livello musicale, mi catturò incondizionatamente". Ma forse Phil Collins non la penserà così...