Feelies

Loveless Love

The Feelies – “Loveless Love” (da “Crazy Rhythms”, 1980)

Prima della new (e no) wave e molto prima che il rock alternativo diventasse una categoria riconoscibile, la New York della seconda metà degli anni Settanta era un laboratorio in continua ebollizione. Tra il Cbgb e il Max’s Kansas City proliferavano i germi fertili di punk, proto-punk, art rock e le prime avvisaglie dell’era wave: i Television ridefinivano il concetto di psichedelia e l’uso della chitarra elettrica, i Talking Heads destrutturavano il linguaggio del rock contaminandolo con l’etno-funk, i Blondie traghettavano il punk-pop in discoteca, mentre decine di gruppi cercavano ogni sera di distinguersi con un repertorio originale.
In questo crogiolo competitivo e creativo si affacciarono anche i Feelies. Anche se, pur riuscendo a conquistarsi una buona reputazione nella scena underground e il sostegno del management dei Television, rimasero per anni ai margini dell’industria discografica, più interessati a perfezionare la propria ricetta sonora che a inseguire un contratto.

Sull’orlo di una crisi di nervi

Nati a Haledon, nel New Jersey, su iniziativa dei chitarristi Glenn Mercer e Bill Million, i Feelies costruiscono fin dall’inizio un’identità sonora sfuggente e inclassificabile. Il nucleo originario comprende anche Dave Weckerman, destinato a diventare il fondamentale percussionista del gruppo, mentre il definitivo salto di qualità arriverà con l’ingresso del batterista Anton Fier, chiamato a sostituire Vinnie DiNunzio dopo la sua partenza. Fier, già passato per Electric Eels e Pere Ubu, imprime alla band una personalità ritmica assolutamente fuori dal comune. Il suo drumming nervoso, sincopato e apparentemente sconnesso rappresenta uno degli elementi distintivi del Feelies-sound. La sperimentazione sonora del gruppo, ossia la rinuncia all’uso dei piatti in favore di un più ampio accompagnamento percussivo (maracas, tom-tom, tamburello), si tradurrà in una ritmica animalesca, messa in scena in performance febbrili e sovraeccitate (leggenda vuole che i membri del gruppo bevessero ingenti quantità di caffè prima di ogni show), che i Feelies centellinano nel corso dell’anno. “Suonavamo solo in giorni di festività nazionale”, ricorda Mercer.
Ma il vero miracolo nasce dall’intesa fra Mercer e Million. Come Tom Verlaine e Richard Lloyd nei Television, le loro chitarre non si limitano ad accompagnarsi: si rincorrono, si intrecciano, si sovrappongono e si dissolvono continuamente, costruendo una trama melodica ipnotica che sembra respirare più che procedere per accordi tradizionali. Gli arpeggi frenetici, spesso trattati elettronicamente, si innestano su melodie pop, ritmiche nevrotiche e testi surreali, creando un linguaggio che guarda contemporaneamente ai Velvet Underground, al minimalismo, al punk britannico e persino alle strutture del vaudeville e del country. Ripetizioni ossessive, improvvise esplosioni psichedeliche, vocalizzi spettrali e una costante tensione ritmica trasformano ogni brano in un delicato equilibrio fra estasi e inquietudine, contemplazione e impulso, timidezza e aggressività.

Questa ricerca maniacale della perfezione spiega anche la lunga gestazione dell’album d’esordio. Poco interessati all’attività live e ossessionati dal suono, Mercer e Million arrivano perfino a registrare le proprie parti di chitarra senza amplificatore, insoddisfatti del timbro ottenuto in studio. Le sessioni di “Crazy Rhythms” si protraggono per quattro settimane, un’enormità per gli standard dell’epoca, ma il risultato è uno dei debutti più influenti e originali della new wave americana.

The Feelies

L’amore senza amore

Pubblicato nel 1980, “Crazy Rhythms” è un disco che sfugge costantemente alle convenzioni del rock. Ogni composizione vive di tensioni che si accumulano, si contraggono e si dissolvono senza offrire un’autentica liberazione.
L’apice emotivo dell’intera raccolta giunge con la terza traccia: “Loveless Love”, probabilmente il manifesto più compiuto dell’estetica dei Feelies. Non è una normale canzone pop-rock, ma quasi un organismo vivente, costruito su pochissimi elementi. Due accordi ripetuti ossessivamente costituiscono l’ossatura del brano, mentre una pulsazione ritmica essenziale introduce, uno dopo l’altro, nuovi dettagli sonori. Le chitarre disegnano scale melodiche trasognate e ondeggianti, quasi ricordassero il suono di un organetto da fiera, sospendendo l’ascoltatore in un’atmosfera delicata e irrisolta.
L’intero pezzo funziona come un lento accumulo di energia. Un paziente castello di carte in cui ogni strato aggiuntivo aumenta la tensione senza mai concedere il sollievo del climax. Tutto è giocato sull’impressionante precisione dei musicisti, capaci di mantenere in equilibrio un meccanismo delicatissimo che si tende progressivamente come una molla caricata all’infinito. È una costruzione quasi matematica, tanto rigorosa nella forma quanto profondamente ansiogena nello spirito, che anticipa per certi aspetti certe geometrie del math-rock, pur rimanendo immersa in una sensibilità pienamente post-punk. Eppure quell’accumulo di trame minimali genera un pathos debordante, come nella più struggente delle ballad.

Anche Anton Fier offre una delle sue prove più straordinarie. Il suo drumming minimale, debitore della lezione di Maureen Tucker dei Velvet Underground, ma completamente rielaborato, accompagna il brano senza mai dominarlo, lasciando che siano le chitarre a respirare, avanzare e ritirarsi come onde continue. Qua e là eleganti stoccate interrompono il flusso ipnotico, mentre brevi silenzi e sottili bordoni elettronici aumentano ulteriormente il senso di sospensione.
La vocalità, quasi espressionista, è attraversata da un disorientante coro di sottofondo e da discrete incursioni elettroniche. Con un testo disarmante. Può esistere l’amore senza amore? Pare di no, secondo i nostri, che imbastiscono un dialogo teso, nevrotico, fatto di frasi brevi e concitate: “Quello che io vedo come senza speranza/ Tu lo vedi come una vittoria… Potremmo stare insieme stanotte? Sono stato cresciuto con principi diversi/ E non mi sembrerebbe giusto”. Fino all’incalzante epilogo che sfocia in una incomunicabilità assoluta: “(Un amore senza amore) Non è nei miei piani/ Ti ho detto che non è amore/ Tu pensi che sia una cosa figa, io penso che faccia schifo/ Non ti importa di quello che penso”.

Ma è soprattutto sul piano sonoro che si gioca la tensione di un conflitto insanabile. A metà brano arriva perfino un improvviso abbassamento del volume, come se l’intera costruzione trattenesse il respiro per un ultimo sforzo. Tutto lascia presagire una detonazione imminente. Ma è proprio qui che risiede l’unicità di “Loveless Love”. La tensione continua a crescere in modo quasi fisico, come il moto di un’onda che si gonfia lentamente prima di infrangersi o come un orgasmo trattenuto fino all’ultimo istante. L’ascoltatore attende inevitabilmente l’esplosione liberatoria, ma i Feelies scelgono la strada opposta: il crescendo implode su sé stesso, disperdendosi in una brevissima nube di elettronica impressionista che si spegne invece di esplodere. La liberazione non arriva mai davvero, lasciando soltanto un senso di inquietudine irrisolta. Ed è proprio questa negazione del climax, questa capacità di trasformare la frustrazione in lessico sonoro, a rendere “Loveless Love” uno dei momenti più straordinari non solo di “Crazy Rhythms“, ma dell’intera new wave americana. To be played at maximum volume.

You made your offer
A little too soon
It’s not the first time it’s happened
In a moment you said
You don’t want to know me
It’s seems as though that’s never done
What I’m seeing as hopeless
You’re seeing as won
The story asking
Could we be together tonight
I was raised by a different standard
And it wouldn’t seem right
Ah…
It doesn’t seem important
I’d like to know what matters then
As it happened they already did
I don’t remember it
(Loveless love) Is not my plan
(Loveless love) Said it isn’t romance
(Loveless love) You think it’s cool I think it stinks
(Loveless love) You don’t care what I think

(Contributi di Francesco Nunziata, Lorenzo Righetto)