A metà degli anni Novanta, nel pieno della sua definitiva consacrazione, PJ Harvey fu anche protagonista di una celebre relazione artistica e sentimentale con Nick Cave. Il cantautore australiano, di tredici anni più grande, era già una figura di culto grazie all’esperienza con i Birthday Party e ai primi album con i Bad Seeds. Quando i due si conobbero, Cave stava vivendo uno dei momenti più fortunati della sua carriera, ma anche uno dei più difficili sul piano personale, segnato dalla dipendenza dalle droghe. Eppure, proprio in quella turbolenta stagione il Bardo di Melbourne avrebbe conosciuto il massimo successo della sua carriera, grazie alla sua raccolta di “Murder Ballads”. Inclusa proprio quella ballata dolente di nome “Henry Lee” che aveva segnato l’incontro con Polly Jean, “la ragazza con le mani più fredde e le labbra più calde che abbia mai conosciuto”, secondo la sua celebre definizione.
La cantautrice del Dorset era fresca reduce dall’exploit di “To Bring You My Love“, che l’aveva scaraventata di diritto nell’olimpo del rock anni 90. Tra i due nacque una sintonia naturale, intensa, palpabile anche nel videoclip che li raffigura intenti a decantare le gesta dello sventurato Henry Lee, ucciso per vendetta dalla donna incinta che l’amava e che lui aveva respinto per restare fedele alla “girl I have in that merry green land”. Una ballata tradizionale, nata in epoca medievale nelle isole britanniche col titolo “Young Hunting”, che il folksinger Dick Justice incise per primo nel 1930. Per il colpo di fulmine sarebbe bastato un solo ciak. “Non c’era niente di provato, a parte il fatto che io e PJ eravamo seduti su questo divanetto a due posti – racconterà Cave – Non ci conoscevamo bene e accadde questa cosa proprio mentre stavamo facendo il video. C’era un certo imbarazzo e poi dopo…”.
Nel 2019 Cave è tornato a parlare di quella storia sulle pagine del suo blog “The Red Hand Files”, raccontando con grande sincerità la fine della relazione. “La verità è che non sono stato io a lasciare PJ Harvey: è stata PJ Harvey a lasciare me”, ha scritto. Ha poi ricordato la telefonata ricevuta nel suo appartamento di Notting Hill, quando Polly Jean Harvey gli comunicò, con poche parole, che tutto era finito. “Le chiesi perché e lei rispose semplicemente: “È finita”. Rimasi talmente sorpreso che quasi mi cadde di mano la siringa”, ha raccontato con amara ironia.
Ripensando a quel periodo, Cave ha ammesso che la droga ebbe un peso importante nella rottura, insieme ad altri fattori. “In fondo sospettavo che le droghe fossero un problema tra noi, ma c’era anche altro. Io dovevo ancora capire il significato della monogamia, Polly aveva probabilmente le sue difficoltà, ma credo che alla fine fossimo semplicemente due persone estremamente creative e troppo concentrate su noi stesse per riuscire davvero a condividere lo stesso spazio. Eravamo come due valigie identiche e smarrite su un nastro trasportatore che non porta da nessuna parte”.
Da quella sofferenza nacque però uno degli album più celebrati della sua carriera, “The Boatman’s Call” (1997). Cave ha spiegato che la separazione gli diede l’energia per affrontare, per la prima volta, temi profondamente personali. “La rottura mi riempì di un’energia quasi folle, che mi diede il coraggio di scrivere apertamente di esperienze umane comuni, come il cuore spezzato. Fino ad allora avevo sempre preferito nascondere le mie emozioni dietro personaggi e storie di fantasia”.
Nonostante la fine della loro relazione, Harvey ha continuato a nutrire una profonda stima artistica nei confronti di Cave. Nel giugno 2016, ospite del programma radiofonico “Start Making Sense” condotto da Jehnny Beth dei Savages su Beats 1, la musicista britannica fu invitata a scegliere alcune delle sue canzoni preferite. Tra brani di Captain Beefheart e John Jacob Niles, trovò spazio anche la sua canzone del cuore di Nick Cave & The Bad Seeds. Contro ogni previsione, Harvey non scelse un pezzo tratto da “The Boatman’s Call” né “Henry Lee”, il celebre duetto inciso insieme a Cave per l’album “Murder Ballads“. La sua preferita – raccontò – era invece “From Her To Eternity”, intensa e abrasiva title track del debutto dei Bad Seeds del 1984, sorta di tabula rasa dove il blues del Delta e del Mississippi rivive attraverso le forme di un raggelato rock moderno, dove le percussioni dell’inferno post-industriale e il battere dei canti di lavoro nelle piantagioni diventano un unicum indistinguibile. Nel brano che dà il titolo alla raccolta – gioco di parole sull’omonimo romanzo/film – le lugubri frasi di piano alimentano un clima claustrofobico, mentre il canto singhiozzante di Cave instilla un senso di profonda desolazione e infelicità. Una fusione perfetta tra tensione post-punk, blues e ossessione emotiva che ancora oggi rappresenta una delle interpretazioni più viscerali della prima fase della carriera di Nick Cave.