Ultimamente abbiamo osservato il mondo intero fare il countdown verso l’utimo episodio di “Stranger Things”. Una serie divenuta storica ancor prima di terminare, forse più influente che bella. Che ha, per dirla con Simon Reynolds, innescato la retromania dilagante nell'universo dell'audiovisivo.
Tra le varie armi utilizzate dal serial dei fratelli Duffer per catapultarci in un mood ispirato ai coming of age di fantasia degli anni Ottanta c'è sicuramente l'utilizzo di una ficcante colonna sonora non originale, dove le canzoni scelte per innescare il pathos dei momenti clou diventano protagoniste al pari dei personaggi, al punto di vivere una seconda vita anche al di fuori dello schermo – diventando virali su TikTok, arrivando in cima alle top globali delle varie piattaforme streaming o facendo addirittura capolino nelle classifiche di vendita di alcuni paesi.
Da “Stranger Things” in poi, questo utilizzo di brani storici o di culto è addirittura aumentato nel mondo delle serie tv. La cosa in realtà non fa che ricordarci quanto il mondo delle serie sia indissolubilmente legato a quello della musica pop, ben più che il cinema. E non da una decina d'anni, ma almeno da mezzo secolo.
Questa nuova rubrica di OndaRock nasce come un viaggio, anche piuttosto disorganizzato, nella storia delle canzoni più legate al mondo delle serie tv. Ne proporremo cinque in ciascun volume, corredate da una playlist a tema.
How To Save A Life – Scrubs 5*20
Uno degli eventi televisivi dell’anno è senza ombra di dubbio il ritorno in tv di “Scrubs”. Dopo 17 anni di iato, JD (Zach Braff) ha fatto ritorno al Sacred Heart Hospital per formare, questa volta da primario, una nuova generazione di medici. Quando si parla del rapporto tra serie tv e canzoni, quelli di “Scrubs” e del creator Bill Lawrence sono in tutta probabilità i nomi più importanti da fare. Gli Shins, i Keane, gli Snow Patrol e i Coral, ma anche gli Spoon sono solo alcuni dei gruppi che devono buona parte del loro successo a un’apparizione nel dramedy a sfondo medico più famoso della storia. Se c’è una canzone però che a “Scrubs” deve una vera e propria deflagrazione su scala mondiale è "How To Save A Life" dei Fray. Si tratta di un brano molto orecchiabile, un po’ triste e un po’ speranzoso, nel quale è facile immedesimarsi. Gran parte del lavoro lo ha fatto però la giustapposizione a una delle scene più intense e struggenti della quinta stagione, ovvero il crollo emotivo di Dr. Cox (John C. McGinley) dopo la scoperta di aver dato il via libera a dei trapianti d’organi provenienti da un paziente affetto da rabbia. Il mentore di JD, fino a quel momento un personaggio di infallibilità quasi divina, si mostra qui in tutta la sua fragilità umana e viene consolato proprio dal suo “pivello” preferito.
I know The End – Shrinking 1*3
L’utilizzo di brani provenienti dal mondo indie è una costante del modo di fare televisione di Bill Lawrence, un tratto stilistico che trascende quindi il mondo di “Scrubs” e costituisce parte integrante del tessuto emotivo anche delle altre opere del creator americano. Il motivo per cui tantissime delle scelte di Lawrence sono diventate iconiche risiede nel fatto che lo sceneggiatore, grandissimo appassionato di musica alternativa, riesce a scegliere canzoni che sembrano dialogare con la scena in cui vengono innestate.
In “Shrinking” vi è una scena che sembra proprio voler esplicare il “metodo Lawrence”. Paul, lo psichiatra burbero interpretato da Harrison Ford, consiglia ai suoi pazienti di scegliere una canzone che incarni perfettamente il proprio dolore e di piangere a dirotto ascoltandola. Per dare sfogo al dolore causato dal suo lutto, Jimmy (il protagonista della serie con il volto di Jason Segel) sceglie di confrontarsi con il cantautorato spettrale ad alto contenuto emozionale di Phoebe Bridgers. Per poi, una volta in lacrime, tuonare “Fuck you, Phoebe Bridgers!”
Prisencolinensinainciusol – Ted Lasso 3*3
Le scelte musicali vincenti di Bill Lawrence non si riducono però a canzoni dall’alto tasso drammatico. Spesso e volentieri lo sceneggiatore si è dimostrato capace di tirare fuori dal cilindro grandi associazioni musicali anche per le sue proverbiali scene comiche. Una delle più bizzarre la troviamo nel terzo episodio della terza stagione di "Ted Lasso", la geniale epopea dell’allenatore baffuto di football americano (Jason Sudeikis) finito sulla panchina di una squadra di calcio, nientemeno che in Premier League.
Quando nella terza stagione il neopromosso Richmond guidato da Lasso inizia a imbroccare un’incredibile striscia di vittorie, queste vengono proposte nel classico montaggio da film sportivo all’americana, in cui si alternato immagini dal campo, titoli di giornale, aggiornamenti di classifica in sovrimpressione ed estratti dai notiziari televisivi. A fare da sfondo all’insperata situazione troviamo, ancora più incredibilmente, nientemeno che il classico nonsense in finto inglese del nostro Adriano Celentano. Se non è genio questo...
Red Right Hand – Peaky Blinders 1*1 (e numerosi altri)
L’inizio del 2026 è stato segnato anche dall’uscita, prima in sala e poi su “Netflix” del film “Peaky Blinders: The Immortal Man”, conclusione cinematografica delle vicende seriali della famiglia Shelby. Si tratta di un’altra serie per la quale la colonna sonora è ben più che un fondale, ma una vera e propria parte del Dna.
Al pari di fotografia plumbea, dialoghi affilati e stilosi completi da gangster inglesi anni Quaranta, a delineare un immaginario diventato iconico, troviamo infatti una colonna sonora smaccatamente rock, in mille declinazioni che vanno dai Radiohead agli Idles, da Anna Calvi ai Fontaines Dc.
E’ però solo e soltanto una, la canzone che con il suo eterno ritorno in ogni momento chiave, rimarrà associata per sempre a una delle serie britanniche più apprezzate degli ultimi anni: “Red Right Hand” di Nick Cave & The Bad Seeds. Un brano da sempre foriero di cattivi presagi, da un po’ di tempo a questa parte associato alle apparizioni minacciose del temibile gangster zingaro con la faccia di Cillian Murphy.
Axolotl – Twin Peaks 3*15
C’è sempre musica nell’aria, laggiù. Lo diceva il Nano, l’enigmatico Nano, prima di abbandonarsi alla sua danza dinoccolata nella Stanza Rossa. Nella stagione finale di “Twin Peaks”, ogni puntata si conclude con la musica sul palco della Roadhouse: ci sono i Nine Inch Nails, ci sono i Chromatics, ci sono le indimenticabili Rebekah Del Rio e Julee Cruise. E poi c’è “Axolotl” dei Veils. Arriva dopo una delle scene più claustrofobiche della serie, l’estenuante discussione tra Audrey Horne e il marito Charlie (ancora un nano…), che sembra tenerli imprigionati dietro la porta di casa. Finn Andrews entra in scena con il piglio del predicatore, completo scuro e cappello a larghe tese, evocando lo spirito minaccioso di Nick Cave. Canta di una metamorfosi anfibia, canta del diavolo e della salvezza. L’axolotl, per gli aztechi, era un simbolo di trasfigurazione: è sempre questione di una soglia da attraversare, come in tutte le opere di Lynch. Nel locale, intanto, c’è una ragazza a terra, a quattro zampe, che lentamente comincia a piangere. Per un attimo si guarda intorno spaesata, poi grida, grida. Grida con tutta la voce che ha in corpo. Prefigurazione dell’epilogo del viaggio, quello che arriverà a compimento davanti a casa Palmer: il nulla alle spalle, con un terrore da ubriachi.
Contributi di Gabriele Benzing ("Twin Peaks")