Quando Lucio Battisti e David Bowie firmarono un brano insieme

07-11-2025

Non è un segreto che in più occasioni David Bowie abbia manifestato una profonda ammirazione per Lucio Battisti, arrivando addirittura a definirlo uno dei due autori di canzoni migliori al mondo. L'altro, per intenderci, è Lou Reed.
Per un breve periodo, nei primi anni Novanta, quando il cantautore di Poggio Bustone era ormai pienamente immerso nella fase creativa con Pasquale Panella, iniziò a circolare persino la voce di una possibile collaborazione con il Duca Bianco. Un’ipotesi che non si è mai concretizzata, ma che suona tutt’altro che illogica, se si considerano le sotterranee affinità artistiche che, pur a distanza, li accomunavano.
Eppure un contatto, indiretto ma reale, tra i due universi era già avvenuto vent’anni prima. Nel 1973, per la precisione, con l’intermediazione del più noto degli Spiders from Mars. Ma per ricostruire compiutamente la storia bisogna riavvolgere il nastro ancora più indietro, alla fine del decennio precedente.

Un primo, indiretto rendez-vous, infatti, era avvenuto già nel 1969, con la sciagurata “Ragazzo solo, ragazza sola”, versione italiana di "Space Oddity" che David Bowie incise nel 1969 avvalendosi della collaborazione del paroliere di Lucio Battisti, Giulio Rapetti alias Mogol. Il testo si rivelò decisamente distante dalla magia dell’originale, così come l’interpretazione del dandy britannico, in un italiano maccheronico dall’effetto quasi caricaturale. Il contrasto tra la musica, maestosa e visionaria, della saga di Major Tom e un testo così ordinario creava oltre tutto uno scollamento evidente facendo venire meno quella fusione tra parole e suoni che nell’originale rendeva il brano potentissimo.
Quattro anni dopo, il 2 agosto 1973, terminate le registrazioni del suo disco di cover "Pin Ups", David Bowie sbarca in Italia con la moglie Angie, stabilendosi in una residenza di campagna nei pressi di Roma, Villa San Nicola a La Storta. Con lui anche il fido Mick Ronson, chitarrista degli Spiders from Mars, e la moglie Suzi Fussey, parrucchiera personale del Duca Bianco e di sua madre. In quei giorni di relax e incontri, alla corte di Bowie giungeranno amici e conoscenti, tra tutti, Patty Pravo, che lo aveva conosciuto proprio durante la sessione di "Ragazzo solo, ragazza sola".



Quando, il 7 agosto, Bowie rientra a Londra per lavorare al missaggio di “Pin Ups”, Ronson e Fussey decidono di restare a Roma per altre due settimane. È in quel periodo che il chitarrista, cardine della band di Ziggy Stardust e dell’epopea glam-rock, inizia ad ascoltare compulsivamente musica italiana. Restando colpito, in particolare, da un brano: “Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi”. Firmato da Mogol e Battisti, era stato incluso nell'album “Il mio canto libero” (1972) e rappresentava uno dei vertici del loro equilibrio espressivo, in cui parole e musiche si compenetravano e si alimentavano a vicenda. Non è un caso che alcuni critici lo abbiano interpretato in chiave quasi madrigalistica. Nel ritornello, l’oscillazione ascendente e discendente delle note mima il movimento stesso del mare, traducendo in suono versi come "come può uno scoglio arginare il mare" o "le discese ardite e le risalite".
Mick Ronson se ne innamora perdutamente, al punto che un anno dopo, mentre sta lavorando al suo primo disco solista, gli ritorna in mente spingendolo a realizzarne una versione inglese. Chiede così allo stesso Bowie di redigere un nuovo testo, quello di "Music Is Lethal", che comparirà come quarta traccia dell’album "Slaughter On 10th Avenue", pubblicato da Ronson nel febbraio 1974. "Music Is Lethal" viene così accreditata ufficialmente a doppia firma David Bowie-Lucio Battisti. Anche se nel 2008, però, Suzi Fussey dichiarerà di esserne in realtà co-autrice, sostenendo che Bowie ne firmò i crediti perché all’epoca lei non era nelle condizioni di poterlo fare.
Quel che è certo è che dal punto di vista musicale il brano segue da vicino l’originale, filtrato però dal carattere inconfondibile della chitarra tagliente di Ronson. Il testo, al contrario, si muove su un altro pianeta: scompaiono scogli, mare e discese ardite, sostituiti da istantanee metropolitane, tensioni adulte e una sensualità ambigua che sembra uscita direttamente dal lessico di Bowie.



L’ossessione italiana di Mick Ronson non finirà qui. Anche nel successivo album, “Play Don't Worry”, infatti, il chitarrista inglese attingerà a un brano di un nostro cantautore, ovvero Claudio Baglioni, con una cover della sua “Io me ne andrei”, intitolata “The Empty Bed”. Il sodalizio con David Bowie, invece, si incrinerà presto. "Pin Ups" resterà infatti l’ultimo disco a vederli insieme per quasi vent’anni. Si ritroveranno solo nel 1993 per "Black Tie White Noise", realizzato pochi mesi prima della morte di Ronson, stroncato da un tumore al fegato.
A unire i due, però, resterà sempre la passione per Lucio Battisti, a conferma della statura internazionale del cantautore laziale, che nel 1977 tenterà anche di conquistare l’America con la controversa operazione “Images”. Ma questa è decisamente un’altra storia. Resta solo il rimpianto che quelle affinità elettive che univano il dandy britannico e il riccioluto cantautore reatino non si siano mai tradotte in una vera e propria collaborazione, i cui esiti sarebbero stati davvero imprevedibili.

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