Quella con il poeta Roberto Roversi è stata una collaborazione decisiva per la maturazione di Lucio Dalla. Come musicista, in primis, ma anche come (futuro) paroliere. “Se non avessi incontrato Roversi, adesso farei l’idraulico”, ironizzerà il cantautore bolognese in un’intervista rilasciata due anni prima di lasciarci. Insieme, diedero vita a una memorabile trilogia che rivoluzionò la canzone italiana, scardinando la formula tradizionale strofe-ritornelli e rimpiazzandola con un peculiare flusso di musica e poesia, indubbiamente sperimentale ma mai velleitario o fine a sé stesso.
Roversi fu l’uomo della provvidenza per Dalla, che, fin dai tempi di “Lucio dove vai” (1967), viveva una sorta di dissociazione tra il suo vero sé e la sua figura pubblica. Non pago del successo, il cantautore bolognese ricercava una “terza via” per la canzone italiana: una terra di mezzo tra il cantautorato ideologico di Pietrangeli, Guccini e Lolli e la musica pop. E la sua ambizione lo spingeva a voler raccontare storie dirette, crude e disarmanti, in grado di aprire uno squarcio sulla società, mettendo alla berlina l’arroganza e le contraddizioni del potere. Roversi riuscì ad assecondare la sua aspirazione sposando realismo e poesia. Con punte di durezza inaudite, come nel caso di questa canzone cult del secondo capitolo della trilogia, “Anidride solforosa” (1975). Un disco che, del resto, si doveva intitolare “L’anno è un fuoco”, per raccontare “l’inarrestabile violenza di questo tempo”, secondo le parole dello stesso Roversi. Una violenza che, nella fattispecie, non risparmia neanche i più piccoli e indifesi.
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Roversi traeva spesso ispirazione dalla cronaca per le sue poesie. In questo caso, a colpirlo era stato il terribile caso di cronaca di Churchville del 1971, che aveva coinvolto una bambina di 10 anni: Carmen Colon fu rapita il 16 novembre nella città di Rochester, nello stato di New York; venne ritrovata morta due giorni dopo nei pressi di Churchville, a sei chilometri di distanza. Si trattò del primo dei tre delitti di colui che venne chiamato l’Alphabet Killer: tutte e tre le piccole vittime, infatti, avevano l'iniziale del nome identica a quella del cognome. Due anni dopo Carmen Colon toccò infatti a Wanda Walkowicz, di undici anni, e a Michelle Maenza, sempre di undici anni. Inoltre, l'assassino fece sì che i cadaveri delle bambine fossero ritrovati in località i cui nomi iniziavano pure con la stessa lettera del nome e del cognome: Carmen Colon a Churchville il 18 novembre 1971, Wanda Walkowicz a Webster il 3 aprile 1973, e Michelle Maenza il 28 novembre 1973 a Macedon.
L’Alphabet Killer non venne mai trovato. L'Fbi interrogò più di un centinaio di persone, ma solo poche sembrarono avere una reale conoscenza dei fatti. Tra queste vi era un individuo, mai identificato pubblicamente, indicato all’epoca come “persona di interesse”: si tolse la vita sei settimane dopo l’ultimo omicidio. Il suo nome è stato cancellato dal registro degli indagati soltanto nel 2007, quando l’esame del Dna ne ha escluso qualsiasi coinvolgimento. Nel caso di Carmen Colon, l’unico sospettato fu lo zio della vittima, ma le scarse tracce lasciate dall’assassino impedirono di accertarne la colpevolezza, come accadde anche per l’altro principale indagato. L’uomo si suicidò nel 1991.
Il brano è una straziante ricostruzione del calvario di Carmen Colon, ma anche una durissima reprimenda sull’indifferenza di una società che si dimentica di tutelare e proteggere i più indifesi. La suadente musicalità country degli arrangiamenti e l’intenso vibrato di Dalla accompagnano la straziante descrizione degli ultimi istanti di vita della ragazzina, con la martellante anafora “Carmen Colon” ripetuta in modo ossessivo, restituendo tutto il senso del dolore causato da una morte così precoce e violenta. Roversi immagina la piccola gitana abbandonata come un rifiuto sul ciglio della strada (il cadavere fu ritrovato in un canale vicino la Interstate 490) nell’indifferenza delle automobili che sfrecciano verso il mare, salvo poi essere usata dai media per scatenare un’ondata di commozione collettiva:
Oh Carmen Colon
questa ragazzina e la morte
commuovono la tivù.
Grandi i titoli sopra i giornali
Carmen Colon
è la vittima ventesima
fra i bidoni viola dell’agosto
il suo corpo sotto un lenzuolo è nascosto
Carmen Colon
nessuno per lei si è fermato
né un aiuto o una mano le hanno dato
filavano via verso il mare
"Carmen Colon" non fu certo una hit, ma colpì al cuore tutti i fan del cantautore bolognese. E non passò inosservata perfino alle forze dell’ordine. Roversi venne addirittura convocato a Roma dall’Interpol per un interrogatorio sui fatti, poiché alcuni dettagli delle descrizioni presenti nel testo sarebbero stati nascosti dagli investigatori al pubblico. Ma il poeta chiarì l’enigma mostrando agli inquirenti i ritagli di giornale sui quali si era basato per scrivere il testo.
Il sodalizio tra Dalla e Roversi si interruppe – non senza qualche strascico polemico – dopo il terzo capitolo della trilogia, “Automobili”. Seguiranno scontri e rappacificazioni. Fino a quando l’ascia di guerra sarà seppellita definitivamente. “Ad attrarmi di Lucio Dalla più che l'insofferenza umana e artistica è stata l’insofferenza rispetto agli standard normali – riconoscerà Roversi nel 2007 - Dalla è un uomo, oltre che un artista e un cantante, sempre un passo avanti al proprio corpo. Calpesta la propria ombra che gli è davanti e non dietro le spalle ed è quindi un miracoloso sperimentatore”. “Da Roversi ho imparato tutto - tornerà ad ammettere Lucio - a scrivere da solo le mie parole, ma sopra ogni altra cosa l'emozione pura”.
Proprio dopo quella storica trilogia, Dalla darà vita a tre capolavori consecutivi (“Come è profondo il mare”, “Lucio Dalla”, “Dalla”), inframezzati dalla storica tournée di "Banana Republic" con Francesco De Gregori, affermandosi definitivamente come uno dei principali cantautori italiani di sempre. Mai, però, tornerà a cantare una canzone così dura e straziante come “Carmen Colon”. Una canzone che a ogni riascolto non può non mettere i brividi e commuovere inesorabilmente.