Autore: Maria Teresa Soldani
Titolo: Made in USA. L’opera dei Sonic Youth tra indie e pop, video e cinema
Editore: Mimesis Edizioni
Pagine: 152
Prezzo: 16,00 euro
Immaginiamo di tornare per mezz’ora nel 1991, accendere la tv e pescare Mike Bongiorno mentre, entusiasta più di un bambino appena entrato in un campo di calcetto, annuncia in diretta l’anteprima mondiale del nuovo video di Michael Jackson, per l'esattezza "Black Or White" diretto da John Landis. Ebbene, basterebbe anche solo questo strano aneddoto per cogliere il peso specifico del videoclip in un’epoca immacolata come i primi anni 90, in quanto lustro non ancora ostaggio di social, selfie, foto, video, insomma ci siamo capiti. In quell’era così cruciale per l’industria musicale, i Sonic Youth si comportarono, ovviamente, da schegge impazzite, o se preferite da inguaribili cani sciolti, sciorinando una serie di video difficili da inquadrare in un unico raggio d’azione, sia per lo stile beatamente folle, dunque imprevedibile, e sia per la voglia, ancor più matta, di non deludere manco sotto tale nascente aspetto “il contesto culturale e artistico degli anni 80 e 90 negli Stati Uniti”, che per inciso è anche il titolo del primo capitolo di “Made in Usa. L’opera dei Sonic Youth. Tra indie e pop, video e cinema”, il nuovo libro di Maria Teresa Soldani, pubblicato da Mimesis Edizioni.
Assegnista di ricerca all'Università degli Studi di Milano e docente di "Metodologia della cultura visuale" e "Archeologia dei media", Maria Teresa è anche da anni preziosa e attenta redattrice di OndaRock. In questa sua nuova pubblicazione, la Soldani è minatrice come non mai, perché accende il fatidico lanternino sul ruolo dei Sonic Youth nel campo dell’audiovisivo, o meglio: quantifica la potenza evocativa della loro immagine nell’estetica di un paese che si apprestava, negli anni immediatamente successivi al crollo del Muro, a controllare praticamente mezzo mondo, con tutti gli annessi e connessi anche nei circoli cosiddetti alternativi. E' uno studio, con relativo approfondimento tematico, sulla carta tutt’altro che di facile fruizione, vista la stravagante quantità di video legati alla band noise-rock newyorkese.
Per addentrarsi tuttavia con cura nel network dei Sonic Youth, Maria Teresa scorpora reiterazioni per imbastire con passione una narrazione assimilabile, possibilmente snella, al netto delle necessità, senza mai intaccare la linea temporale, soprattutto perché il gruppo non ebbe, dopotutto, grosse accoglienze da parte dei media generalisti statunitensi, e diventa dunque utilissimo tracciare un quadro d'insieme coerente sul piano delle lancette per analizzarne a dovere l'evoluzione in ambito. Uno dei tanti obiettivi centrati di “Made in Usa”, non a caso, è proprio quello di enunciare la caratura dei video dei Sonic Youth in quel processo supersonico di espansione mediatica che coinvolse il macrocosmo della scena art-rock/grunge/underground/punk/e chi più ne ha più ne metta americana. Senza contare l’inedito apporto della band alla carriera di registi ancora sconosciuti in quel periodo come, un nome su tutti, Spike Jonze.
Sono ben tre le macro-sezioni, suddivise accuratamente in capitoletti che esplicano a pioggia il sopracitato contesto artistico e il “corpo”, quest’ultimo a sua volta analizzato sia per il suo ruolo al centro delle convenzioni video-mediatiche, sia per l’effetto “rovina” inscenato nel cinema indipendente. Tematiche in apparenza “complesse”, per un approccio, che per quanto conciso e fluido, non può non tener conto anche della natura intrinsecamente accademica. Eppure, la Soldani riesce a sgusciare con grazia fuori dall’aula per definire tanto la musica dei Sonic Youth, attraverso anche le parole del noto scrittore e critico musicale californiano Greil Marcus (“uno spaventoso Big Bang”), quanto “il subconscio culturale collettivo” autenticamente legato all’immaginario restituito dai quattro musicisti davanti alle telecamere, volgendo spesse volte lo sguardo anche sulla centralità degli apparati audiovisivi coinvolti o, per dirne una, sull’arte del cut-up che funse, di fatto, da asse di rotazione per tutta la macchina da ripresa sonica.
Entriamo però nel vivo della faccenda. E prendiamo in esame uno dei tantissimi videoclip posti sotto la lente di ingrandimento, come quello di “Death Valley ‘69”, in cui spunta un fotogramma della pellicola “Submit To Me” di Richard Kern con Lung Leg. L’effetto è straniante, tra corse fughe thriller in scene del crimine, scenari lynchiani, nubi, imprecisati cataclismi, guerriglie punk e chitarre a cascata. C’è poi il più “blasonato” video di “Teen Age Riot”, che l’autrice spiega come “ibridato con la formula diaristica piuttosto che con quella saggistica”, sfruttando poco dopo anche le parole dell’epoca rilasciate da Lee Ranaldo per chiarire il concetto a monte, che prevedeva, tra le tante cose, il riutilizzo di riprese mai usate. E ancora le altrettanto potentissime immagini di Tamara Davis per “Kool Thing”, interconnesse in modo spiritato all’eccentricità della moda newyorkese dei primissimi anni 90.
Dicevamo, dunque, di luce e sottosuolo. Ebbene, Maria Teresa Soldani guida chi legge a scoprire la miniera visiva della band noise-rock per antonomasia, dove il lercio è linfa per gli occhi e il funambolismo è cultura dell’anima. Ci si sofferma così sui piani sovrapposti e il reale simulato di un esordiente Jonze o di Kevin Smith che anticipano la saturazione e la policromia sfumata di Nick Egan, il quale diresse i videoclip di canzoni memorabili del campionario sonico come “Youth Against The Fascism” e “Sugar Kane”, con il primo "girato in un sito abbandonato di Los Angeles" per rimandare al "concetto di propaganda nella storia del Novecento tramite la tecnica visiva del collage, caratteristica delle avanguardie storiche e ripresa dalla sottocultura punk", stando sempre a quanto scrive Maria Teresa. E si vola alti lungo le corsie della memoria quando rispunta il “teen drama” di “Kids”, scritto per l’occasione da un giovane Korine per la regia di Larry Clark.
Sono gli ultimi fuochi d’artificio prima del tentato matrimonio “mainstream” in auge verso la fine del secolo, che però finì inesorabilmente per cozzare con l’assetto in opposition fisiologico del gruppo guidato da Moore, che tuttavia riescì comunque nel miracolo di inquadrare (e sdoganare tra il sottobosco critico ancora scettico) l’immaginario depressivo agitato ai tempi dai Nirvana e pressocché da tutta la scena di Seattle.
Non mancano poi le finezze fondamentali per legarsi all'estetica audiovisiva dipinta nei videoclip o mediante richiami terzi. Come la scena in “subUrbia” di Richard Linklater, in cui due amanti Jeff/Sooze “si lasciano andare alla liberazione dei corpi” dopo aver ascoltato “Candle”. Stesso dicasi per le citazioni, doverose ma non scontate, di film cult come “Generazione X” e “Kicking And Screaming”, inanellate prima di trattare il caso “Sunday”, ossia quello che per l’autrice è “probabilmente il videoclip più emblematico dell’estetica, del lavoro concettuale e dei processi collaborativi dei Sonic Youth”. E’ la miglior chiosa per mappare gli universi paralleli dell’immaginario “sonico”. Un insieme di mondi che Maria Teresa Soldani abbraccia nelle pagine di un libro che animerà i cuori (e gli occhi) dei fan (e non solo) del gruppo noise-rock più ispirato e miliare di sempre.