Non è un rapporto semplice o lineare, quello che lega Robert Smith al proprio repertorio. Se per il frontman dei Cure alcuni lavori restano centrali, in altri casi continua a nutrire perplessità o dubbi. Di recente, parlando con il dj di Bbc Radio Matt Everitt, oltre a rivelare quali canzoni lo rendono più orgoglioso – in particolare la traccia che dà il titolo all’album "Faith", "Untitled" da "Disintegration" e "To Wish Impossible Things" da "Wish" – Smith ha anche ricordato a quale uscita non guarda indietro con particolare affetto, citando in particolare l’Lp omonimo del 2004. "È l'unico album che non penso funzioni", ha ammesso Smith.
Se tra i fan esiste una sorta di consenso diffuso e trasversale che individua i vertici della loro discografia in "Disintegration", "Pornography", "Seventeen Seconds" e "Faith", il resto del catalogo dei Cure sfugge a gerarchie definitive, oscillando nel giudizio critico e nell’ascolto nel tempo. L’impatto immediato di "Wish", ad esempio, è difficilmente replicabile, ma album come "Bloodflowers" o "Wild Mood Swings" sono emersi più lentamente, arricchendosi ascolto dopo ascolto e mostrando nuove sfumature di quel caleidoscopio sonoro che definisce l’identità degli ex-Three Imaginary Boys. E sarà interessante capire, dopo l'entusiasmo iniziale, come sarà percepito dai fan tra qualche anno, il disco del gran ritorno nel 2024, "Songs Of A Lost World", da alcuni inserito forse un po' frettolosamente tra i vertici della formazione britannica.
Robert Smith, però, ha sempre mantenuto una mappa personale delle proprie preferenze, che spesso non coincide con quella del pubblico o della critica. Tra i titoli che considera fondamentali - come ricorda il magazine Far Out - figura sicuramente "Pornography", nonostante all’epoca fosse stato percepito come un azzardo quasi suicida sul piano commerciale. Allo stesso modo difende "Bloodflowers", raramente incluso tra i lavori maggiori della band, ma centrale nella sua visione perché pensato come terzo capitolo ideale accanto a "Pornography" e "Disintegration", oltre che per una scrittura lirica che, a suo giudizio, regge il confronto con quei due dischi. Anche "Wild Mood Swings" viene riletto da Smith in modo controcorrente. Pur riconoscendone i limiti — una durata eccessiva e scelte discutibili come l’inclusione di "Gone!" e "Round & Round & Round" — continua a considerarlo uno dei lavori più riusciti sul piano melodico e testuale.
C’è però un altro titolo che Smith ha indicato sempre, senza esitazioni, come il punto più alto raggiunto dalla band: si tratta dell'album dal vivo "Show", pubblicato nel 1992. Nonostante l’affetto per gran parte della produzione in studio, dischi come "Wish" segnarono per lui l’inizio di una fase di minore slancio creativo, con la sensazione di procedere senza più assumere veri rischi. "Show", invece, rappresenta uno snodo preciso. Come lo stesso Smith ha ricordato, quel concerto catturava i Cure "all’apice della loro forza", poco prima di una fase di frattura interna che lui stesso riteneva inevitabile al termine del tour di "Wish".
Registrato al The Palace di Auburn Hills, nel Michigan, durante le date del 18 e 19 luglio 1992 del "Wish Tour", "Show" documenta il momento di massima esposizione commerciale dei The Cure. La scaletta alterna hit simbolo della loro carriera - come "The Walk", "Let’s Go To Bed" e "Just Like Heaven" - una selezione significativa di pezzi tratti da "Wish", allora ultimo capitolo discografico, oltre a momenti chiave del loro repertorio — da "Disintegration", da "The Head On The Door" a "Kiss Me, Kiss Me, Kiss Me" — fissando su nastro un equilibrio difficilmente replicabile.
L’album è stato distribuito in due configurazioni differenti. La versione pubblicata in Europa, Asia e nella maggior parte dei mercati internazionali presenta 18 tracce suddivise su due CD o due LP. Al contrario, l’edizione destinata a Stati Uniti e Oceania è ridotta a 14 brani su un solo supporto. A integrazione di quest’ultima, venne pubblicato il singolo "Sideshow", che raccoglie i quattro pezzi esclusi dall’album, tra cui "Tape", breve introduzione strumentale utilizzata come apertura dei concerti del tour.
Parallelamente all’uscita discografica, venne distribuito anche un video ufficiale, anch’esso intitolato "Show", che amplia ulteriormente il documento live. Oltre alle 18 tracce della versione completa del disco, il filmato include cinque esecuzioni aggiuntive tratte dallo stesso concerto: "To Wish Impossible Things", "Primary", "Boys Don’t Cry", "Why Can’t I Be You?" e "A Forest".
"Show" segna dunque un punto di arrivo, più che una semplice fotografia dal vivo, che segna con precisione il momento in cui i Cure hanno raggiunto il massimo della propria traiettoria artistica.