Eels – Beautiful Freak, ballad agrodolci per mostriciattoli irresistibili

16-08-2026

Il prossimo 16 ottobre gli Eels pubblicheranno “Cookie Happened”, sedicesimo album di un’onorata e strampalata carriera che compie proprio in questi giorni trent’anni suonati. Il 13 agosto 1996 usciva infatti “Beautiful Freak”, il disco che dava inizio a una delle carriere cantautorali e insieme a una delle realtà indie più imprendibili, tenere ed eccentriche che si ricordino.
“Beautiful Freak” è il primo LP di Mark Oliver Everett siglato Eels, che sono sì una band, che vede nel suo fondatore l’unico membro stabile e la fonte della scrittura stramba e irresistibile che li contraddistingue da sempre. È l’inizio dunque di una delle saghe indie più significative e influenti degli ultimi decenni, come dicevamo, ma è soprattutto un punto di arrivo. Il primo traguardo di un percorso impervio, umano ancor prima che creativo. Per capire a fondo questo disco, e da dove saltano fuori Mr. E e gli Eels, è infatti necessaria una parentesi sulla vita di Mark Oliver Everett.

Il piccolo Mark è nato nell’aprile del 1963, secondo dei tre figli del celebre fisico Hugh Everett III, un signore occhialuto che faceva corrispondenza con Einstein, per intenderci. Nella sua casa in Virginia si parlava molto poco: mamma Nancy sbrigava le cose di casa, papà Hugh taceva accartocciato sui suoi giornali e sulle sue teorie astruse, Elizabeth ascoltava Neil Young chiusa in cameretta e si ammalava di follia. E, invece, si rifugiava in soffitta a torturare una batteria rimediata ad un mercatino di quartiere.
Dati i presupposti, è facile immaginarsi perché Mark all’età di dodici anni fosse già arrivato a sperimentare sbornie e droghe assortite, ma anche come sia arrivato a sviluppare la bulimia musicale che di lì a poco lo avrebbe portato a scrivere ogni giorno qualche nuova canzone.
Nel 1983 Hugh Everett III morì di infarto a soli cinquant’anni, a ritrovarlo intirizzito nel letto fu proprio Mark. Dopo il suo decesso la restante parte della famiglia fu messa a dura prova: la malattia mentale di Elizabeth imperversava, sottraendole progressivamente una visione delle cose aderente alla realtà, Nancy incassava taciturna i colpi che la vita le infliggeva e Mark si chiudeva ancor più in se stesso e nella musica. Dopo cinque anni di sofferenza e cassette riempite di canzoni, sarebbe finalmente arrivata la decisione di partire alla volta di Los Angeles, per tentare concretamente una carriera nel music business.

Dopo un altro paio di anni trascorsi a sognare un ingresso nel palazzone della Polydor, che Mark poteva intravedere dall’autolavaggio dove lavorava per sbarcare il lunario, il nostro si guadagnò l’agognata entrata nell’edificio. Un dipendente della celebre compagnia discografica aveva ritrovato, manco a farlo apposta, in un altro mercatino di quartiere, certo materiale firmato da E e ne era rimasto molto colpito. Arrivò così una firma e poco dopo anche “A Man Called E” e “Broken Toy Shop”. Rispettivamente del 1992 e del 1993 ed entrambi pubblicati semplicemente a nome E, i due EP sono due buone collezioni di canzoni. Ancora un po’ acerbi e con qualche fronzolo di troppo, segno che all’epoca Mark andava ghiotto di anni Ottanta e di synth (specie quelli di Prince) e non faceva nulla per mascherare i suoi palesi debiti. I due lavoretti già svelavano però la fragile poesia di cui il loro autore è capace.
Purtroppo per Mark, il mercato e le classifiche di quegli anni erano troppo golosi di incazzature grunge per cedere alla sua dolcezza un po’ inquietante. Così, quando il suo delicato songwriting non trovò posto e vendite in quell’ecosistema di jeans sdruciti e chiome sudate, la Polydor lo eliminò dal roster senza pensarci su troppo.

Ancora una volta il giovane Mark si perse d’animo. O meglio… lo fece. Ma come al solito gli durò poco.
Un anno di depressione e solitudine dopo, ecco arrivare una nuova illuminazione, per mano del trip hop cinematico dei Portishead. La rivelazione proveniente da Bristol gli fece capire che forse i chilometri di sample registrati durante i periodi di reclusione nella cameretta in Virginia non erano stati un esercizio vano. Da lì all’incisione di una settantina di brani passò poco, un lavoro da niente se ti chiami Mr E.
Questa volta però, per dare forma compiuta a tutte queste bozze, Mark volle giocare di squadra. Reclutò così il batterista Butch Norton e il bassista Tommy Walter, coi quali dette nuovo corpo a tutte le nuove canzoni, nonché vita agli Eels.

Questo è un sunto magro e frettoloso di quanto accaduto a Mark Oliver Everett prima della realizzazione di “Beautiful Freak”. Quanto gli sarebbe capitato dopo, come sa bene chi si sarebbe affezionato alla sua opera, è altrettanto tortuoso e avvincente.
A volte viene da pensare: ma chi diamine gliel’ha scritta la vita a sto poveraccio? Tim Burton? O forse Steven Spielberg? Forse un mash-up dei due… di certo le sue vicende umane devono aver intrigato i recruiter del secondo. I quali, nel 1996, udite le prime meravigliose canzoni degli Eels risuonare per le radio locali, scritturarono E e i suoi alla neonata DreamWorks (fondata insieme a Jeffrey Katzenberg e David Geffen), consentendo loro di dare alla luce il tanto sospirato disco d’esordio.



La copertina di ‘Beautiful Freak’ è una specie di portale magico che mette gli ascoltatori in contatto col mondo depresso ma tenero della mente di Mr E ancor prima che la musica cominci. Dal suo bianco accecante spunta e si avvicina a gattoni una bimba in bianco e nero, coi capelli corvini come quelli di Mercoledì della famiglia Addams. È pallidissima e ti guarda fisso con due occhioni che le prendono mezzo viso, ai suoi piedi un margheritone appassito. Un mostriciattolo sproporzionato, sbucato da chissà quale baule di chissà quale soffitta, ma di una dolcezza irresistibile. Che vuoi correre ad abbracciare.
Sono questi i freak che popolano il disco: non creature repellenti, bensì esistenze trascurate da rincuorare, proteggere e fare felici.
La prima di queste creature la incontriamo nella dolcissima title track, acquattata tra i goccioloni di piano e i docili arpeggi di chitarra: “Some people say/You have a problem/But that problem/Lies only with them/Just ‘cause you are not like/The others/That is why I love you/Beautiful freak/Beautiful freak/That is why I love you/Beautiful freak/Beautiful freak.” Un’altra, ancora più spiazzante, passeggia lieta in un bozzetto elettrico intitolato ‘My Beloved Monster’: “My beloved monster and me/We go everywhere together/Wearing a raincoat that has four sleeves/Gets us through all kinds of weather” o ancora “My beloved monster is tough/If she wants she will disrobe you/But if you lay her down for a kiss/Her little heart it could explode”.
Il più rilevante ed agitato di questi simpatici creep è però proprio E, io narrante inarrestabile che infesta le dodici tracce. Ora cerca riparo nei farmaci, “Life is hard/And so am I/You’d better give me something/So I don’t die/Novocaine for the soul/Before I sputter out” canta nella ticchettante traccia d’apertura ‘Novocaine For The Soul’, ora sfoga tutta la sua frustrazione da anima incompresa, “They say i’m mental but i’m just confused/They say i’m mental but i’ve been abused/They say i’m mental ‘cause i’m not amused by it all” tuona tra i chitarroni della sfrenata ‘Mental’.

Non è meno avvincente il sound, lo scenario versatile e divertente dove questi piccoli freak vivono le loro avventure agrodolci. Un accompagnamento, ora impetuoso ora placido, mentalmente instabile verrebbe da dire, che contrappunta la voce dolce e roca di E. Un indie-rock che ha fatto scuola.
Al centro di questa piccola, grande collezione di classici indie c’è un senso del groove e della melodia pazzeschi. Di melodie memorabili gli Eels ne beccano praticamente una a brano, come fosse la cosa più semplice del mondo. È quasi musica che si vede, scenografie musicali congegnate al dettaglio e programmate per esplodere d’improvviso, per finire temporaneamente annientate da roghi elettronici e riff abrasivi. Le chitarre dalla punta arrotondata, le ritmiche di basso più cullanti e liete, la batteria spazzolata soffusamente, i carillon argentati, tutto quanto di più sereno c’è in “Beautiful Freak” può essere soffiato via come se niente fosse, da un attacco isterico o da una bordata noise.
Una formula come questa, di base molto semplice, permette alla band di innestare in ogni pezzo le contaminazioni e i germi più disparati, facendo di questo canzoniere indie un caleidoscopio di influenze. “Flower” è aperta da un coro gospel e spazzolata da un banjo autunnale, “Guest List” incontra invece l’armonica del primo amore Neil Young, mentre “Mental” affoga in un corto circuito elettronico. In “Susan’s House”, invece, c’è proprio di tutto, frullato alla maniera di Beck in “Odelay” – uscito peraltro solo qualche mese prima per Geffen. Quello di Beck è probabilmente il nome della scena alternative americana di quegli anni cui è più facile accostare quello di Everett, i due hanno infatti in comune i contenuti da reietti e una creatività bizzarra ed esplosiva.
Gli spunti e le citazioni di cui “Beautiful Freak” si nutre non finiscono qui. L’ipnotica “Your Lucky Day In Hell”, per esempio, ciondola su una base trip hop, forse tra i motivi per cui il disco fece più colpo in UK (si piazzò subito ad un ottimo numero 5 in classifica) che nei nativi States.

Ottenuta grazie alla sinergia totale tra testi e musica, la caratteristica fondamentale di “Beautiful Freak”, quella che potremmo definire la sua cifra poetica, è che nonostante tutta la rabbia, il perenne trovarsi sull’orlo di una crisi di nervi di queste canzoni e di questi personaggi, nella loro tenerezza infinita è sempre possibile scorgere una luce fortissima. La luce che ha permesso a E di non mollare mai e di arrivare a donarci questo capolavoro. La luce che non lo avrebbe mai abbandonato, anche quando le cose sarebbero peggiorate di nuovo.
Proprio intorno alla data d’uscita di ‘Beautiful Freak’, Elizabeth Everett si sarebbe tolta la vita nel bagno di casa; due anni dopo, a mamma Nancy sarebbe stato diagnosticato un brutto cancro, che poco dopo l’avrebbe strappata alla vita e a Mark.
Ma E, ancora una volta, non avrebbe gettato la spugna… E noi avremmo goduto ancora una volta delle sue canzoni e della sua luce. A partire proprio dalla pietra miliare “Electro-Shock Blues” e da “Elizabeth on the Bathroom Floor”.