Let’s Call It A Day, la grammatica senza direzione

È il 2007 quando David Moufang e Benjamin Brunn entrano da Smallville Records ad Amburgo e sentono il loro stesso album suonare in negozio. Nulla di insolito, se non fosse che fino a quel momento il disco sembrava evaporato dai circuiti musicali. Uscito l'anno prima per BineMusic, "Let's Call It A Day" nasce da quattro giorni di session in studio, datati febbraio 2006: una serie di jam senza un disegno concettuale preliminare. Un lavoro istintivo, costruito su take estese, spesso oltre i dieci minuti, da cui sono stati al massimo rifilati alcuni passaggi, senza sovraincisioni.
In un'intervista David racconta che questo è, per lui, l'unico modo sensato di affrontare una collaborazione: tutto deve accadere in tempo reale, altrimenti il rischio è quello di ottenere due mezzi dischi solisti incollati insieme. Moufang nasce nel 1966 nella città universitaria di Heidelberg, nel Sud della Germania. Il suo primo orizzonte musicale è legato agli strumenti fisici: batteria, chitarra e pianoforte, prima di un passaggio graduale all'elettronica, attraversata da un interesse per la tecnologia e la fantascienza.

Negli anni Novanta diventa una figura di riferimento con il progetto Deep Space Network, di cui restano emblematici "Big Rooms" del 1993 e la collaborazione del 1996 con The Higher Intelligence Agency: un'ambient techno pensata per viaggi mentali a lunga percorrenza e sorretta da consapevolezza tecnica. Il primo album solista arriva nel 1995 con "Kunststoff", sospeso tra Idm, deep house e ambient. Seguono le collaborazioni con Pete Namlook per Fax +49-69/450464 e con Jonah Sharp per Reagenz.
Dalle interviste emerge il profilo di un artigiano del suono schivo, forte di un diploma SAE in audio engineering e di una costellazione di progetti spesso apparsi in tirature limitate. Sul versante opposto, Brunn, nato nel 1977 nella piccola città di Mittweida, in Sassonia, studia pianoforte da bambino e, a metà dei Novanta, entra in contatto con Detroit techno e Chicago house, oltre che con le uscite della Kompakt, etichetta centrale nel definire il linguaggio riduzionista del decennio Zero. A questo si somma la scena di Chemnitz e del club VOXXX, decisiva nella sua formazione: un luogo dove convivevano techno, house e forme ibride più sperimentali.

È lì che Brunn matura l'idea dell'elettronica come architettura, atmosfera. Il punto di svolta arriva con il sintetizzatore Clavia Nord Modular, con cui dal '99 inizia a costruire patch auto-generative, strutture capaci di muoversi autonomamente o di essere guidate in tempo reale. Quelli di Brunn sono sistemi semi-autonomi basati su micro-mutazioni continue, che lui stesso racconta di lasciar fluire anche per ore, fissando solo i momenti in cui si stabilisce un equilibrio timbrico convincente. In quegli anni pubblica soprattutto per BineMusic, etichetta perfettamente allineata al suo approccio lento e meditativo. 
Lavori come "Fahrstuhlmusik" del 1999 e "König Und Drache" del 2004 rivelano una personalità raffinata, in cui i confini tra ambient, dub, deep house e Idm restano volutamente sfocati. Si arriva così al 2006, anno della session da cui vengono estratti "Let's Call It A Day" e il successivo "Songs From The Beehive". Più che una raccolta di brani, è una sequenza di stati sonori, un flusso continuo nato dalla stessa improvvisazione. Ad aprire è "C-Sick", accogliente come un'immersione in acque tiepide. Una deriva soffice, fatta di accordi dub, pulsazioni appena percepibili e assenza quasi totale di cassa, sorretta da un fondale di basse frequenze che avvolge l'ascolto.

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È come se il progetto Maurizio dei Basic Channel venisse spogliato della kick drum, lasciando emergere un fraseggio più notturno e blue note. "On The Magic Bus" si muove su coordinate dub-house, con accordi jazzati sospesi su un pad e una ritmica che resta sempre trattenuta. Il beat esiste, ma non prende mai il comando: niente climax, solo un viaggio intimo verso un orizzonte calmo e pacifico, lontano dall'energia abrasiva della stagione rave appena trascorsa.
I diciassette minuti di "Magnetically Levitated Train" rappresentano uno dei momenti più emotivi e melodici dell'opera, con armonie morbide adagiate su percussioni minime. È un'improvvisazione di variazioni sottili e tensioni delicate. Gli strumenti sembrano rispondersi con fare ipnotico: a ogni slittamento melodico, gli altri si riallineano con naturalezza. La traccia rinuncia a qualsiasi impalcatura formale: nessuno sviluppo canonico, ma una forma libera composta da estese zone di quiete.

Qui il microsuono atmosferico dei due raggiunge una delle sue espressioni più compiute: la pulsazione avanza senza spingere, mentre le armonie ruotano lentamente su se stesse, con minimi cambi di colore, come se l'intero flusso rifiutasse deliberatamente una risoluzione finale. "A" è una delle tracce più brevi del lotto (quasi sette minuti), una figura ripetitiva di sintetizzatori ridotti all'essenziale. Basterebbe poco per spezzarne l'equilibrio, ed è evidente la scelta consapevole di non aggiungere nulla al flebile crescendo: all'accordo ostinato, ai crackle sommessi della drum machine filtrata, ai pochi interventi eterei che galleggiano ai margini. "Ω" ne è il proseguimento concettuale, con una sezione ritmica molto simile, riformulata in una logica di movimento continuo e uniforme di accordi, sibili e bordoni. Qui la deep techno viene definita nel suo senso più astratto: un'arte profonda e atmosferica, attraversata da una trama ritmica costante.

In "Grains" emergono i contrasti tra ciò che resta di una dub techno frammentata e suoni che prima lampeggiano come scariche elettriche, poi si dissolvono in interferenze riverberate. I richiami elettroacustici e i glitch evidenti dialogano con la poetica di Thomas Fehlmann e Moritz von Oswald, ma con un'attenzione che guarda anche a Ryoji Ikeda. La title-track "Let's Call It A Day" riassume il percorso: click, sibili, atmosfere urbane e meditative, sospese ma presenti nei sub; magnetica e rarefatta, chiude una delle session più ispirate del decennio Zero. Smallville Records, lo stesso luogo in cui i due riconobbero il loro album a distanza di un anno dall'uscita, ristampa l'opera nel 2020 con un ordine delle tracce differente, sancendo una rivalutazione critica a lungo rimasta sospesa.

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