Dente

Dente

Un morso all'indie italiano

intervista di Veronica Rosi
Primo punto. Questo è l'anno di Dente: è lui, trenteatreenne di Fidenza, il nome emergente della musica indipendente italiana. Indipendente in senso stretto, si badi bene, perché Dente i gironi dell'indie se li è fatti tutti: dal quattro piste in cameretta, alla squattrinata Jestrai Records, fino al recente approdo alla Ghost, una delle più importanti etichette indipendenti nostrane. Ma cosa vuol dire nel mondo reale essere il cantante sulla bocca di tutti? Qual è la vera portata del successo di Dente?
Secondo punto: Dente è un cantautore in senso classico: tutte le sue canzoni sono costruite su accordi  di chitarra acustica, tutte le liriche sono autobiografiche. In fondo, è il suo maggior punto di forza – ovvero l'elemento che lo ha portato fino a qui e potrebbe consentirgli di ampliare ulteriormente la sua notorietà – e insieme il suo punto debole: mostra facilmente il fianco a critiche di banalità, servilismo, tradizionalismo, noia. Inoltre, in quell'acquario di bohémien emointellettuali che appare oggi la musica italiana dei canali indipendenti, è molto facile passare per uno che ci marcia, che recita, che se la tira. Basta rimbalzare un'intervistina, finire su Vanity Fair, farsi fare una foto un po' artistica. Nei credits del suo ultimo album “
L'amore non è bello”, c'è scritto che tutte le canzoni sono a firma di Giuseppe Peveri, “per brevità Dente”. Non “in arte”, ma “per brevità”, come se Dente non fosse un personaggio, ma lui e Giuseppe fossero la stessa persona. Ma quanto è vero questo? Quanto è “vero” Dente?
Approfittando del suo concerto di Desio, ho deciso di farmi chiarire questi due punti direttamente da lui.

Dal 2006 ad oggi hai fatto 3 album e un Ep. Come sono andati rispettivamente, a livello di vendite?
Sono andati bene, inaspettatamente... Nel senso che i dischi non si vendono più, come sai. Specialmente quest'ultimo (“L'amore non è bello”, ndr) è andato bene, perché ha avuto più promozione, più visibilità. Il mio primo disco (“Anice in bocca”, 2006, ndr) è esaurito, ma erano state stampate solo 300 copie, si vendeva ai concerti e non era stato neanche distribuito. “Non c'è due senza te” (2007, ndr) è andato abbastanza bene, nonostante che dietro non ci fosse una macchina che lo promuoveva. Ha girato da solo, e comunque credo che abbia venduto più di mille copie. L'Ep (“Le cose che contano”, 2008, ndr) contava circa 3000 copie, ma era scaricabile gratuitamente. L'ho fatto insieme a Enrico Gabrielli, Roberto Dellera e Enzo Cimino (batterista dei Mariposa, che ha registrato e mixato tutto quanto), registrato in amicizia allo studio dei Mariposa. Per me non è costato niente e quindi non me la sono sentita di venderlo. Questo disco qua (“L'amore non è bello”, ndr) sta vendendo molto più degli altri, credo abbia triplicato le vendite di “Non c'è due senza te”.

Riesci a vivere vendendo dischi o comunque vorresti poterlo fare?
No, assolutamente no, ormai si guadagna solo con i concerti. Certo, a me piacerebbe vivere facendo dischi, ma mi piace anche suonare dal vivo. Il fatto è che i volumi di vendite ormai sono troppo bassi per guadagnare solo con le vendite. Pensa che oggi vendere 5000 copie è un grandissimo risultato, ma con le royalties di artista con quelle vendite non ci fai neanche la spesa. Una volta la pirateria non era alla portata di tutti e la genta comprava i dischi... Penso che ormai neanche Ramazzotti riesca a vendare 500.000 copie. Sono persino scesi i traguardi per il disco d'oro e il disco di platino!

“L'amore non è bello” sta andando particolarmente bene anche perché è stato promosso molto meglio: ora hai un'etichetta molto più attenta alla promozione, un ufficio stampa, un'agenzia che ti cura il booking, insomma sei passato ad un altro livello.
Fortunatamente sì, “L'amore non è bello” è a un livello superiore sia come composizione sia a livello di “oggetto”, tecnicamente. Sicuramente è un “prodotto” registrato meglio, soprattutto rispetto agli altri dischi che erano registrati in maniera abbastanza grezza. Io avrei sempre voluto registrare un disco in studio, solo che non avevo i mezzi, e quindi mi accontentavo di fare tutto in casa. Stavolta siamo riusciti ad andare in studio, e e finalmente mi sono tolto questo “fantasma” del registrare un disco in studio, lavorando con dei musicisti, che tra l'altro hanno collaborato anche agli arrangiamenti. Siamo stati 15 giorni in studio ad arrangiare tutte queste canzoni, e anche loro ci hanno messo lo zampino.

Le tue canzoni sono sempre molto “sincere”, molto autobiografiche. Man mano che diventi più popolare, è più difficile per te essere te stesso?
No, credo proprio di no. Anche perché non è che sono chissà chi. Certo, sono più famoso di due anni fa, ma non è che mi è cambiata la vita.

In realtà non mi riferivo solo al successo, ma allo scollamento tra te come persona, come cantautore, e il personaggio che sale sul palco. Quando non si è nessuno è molto facile essere se stessi, adesso invece vedo che tu comunque hai un'immagine: la locandina del concerto ti vede sotto forma di una specie di San Francesco che ammalia gli animali del bosco...
Io onestamente non bado molto a queste cose, faccio le cose come mi vengono. La foto della locandina è un'idea mia, mi piaceva l'idea di impersonare San Francesco e mi sembrava buona per la locandina, in quanto comunica questo concetto di attirare la gente verso di te,  con un messaggio tipo “venite a me”. Però è una cosa così, non penso molto all'immagine che do alla gente, anche perché se mi metto a pensare a queste cose qua, è finita.

Quindi tu sei te stesso e basta.
Sì, io mi sento come ero 10 anni fa. Certo, è cambiato il fatto che io conosco molta più gente e molta più gente mi conosce, ed è un po' fastidioso il fatto che alcuni si prendono delle libertà solo perché tu sei su un palco. Sai, anche questa storia dei nuovi mezzi di comunicazione (odiosi) influisce, perché la gente si sente molto più vicina all'artista rispetto al passato. Se tu pensi che solo 15, 20 anni fa, per sapere se c'era un concerto si chiamava il locale, adesso la gente scrive direttamente a te, ti mandano un messaggio su Myspace o Facebook... A me non è che questa cosa dà fastidio, però, ad esempio, io non mi sarei mai e poi mai permesso di scrivere una cosa del genere a Emidio Clementi! Come conseguenza, la gente interpreta il rapporto come se fosse quasi amicizia e quindi vengono lì e ti danno le pacche sulle spalle. Io non è che voglio fare il superiore (perché non lo sono), però non ti conosco, cioè non siamo amici io e te! E questa è una cosa che un po' mi dà fastidio della piccola popolarità.

“Beato Me” (inserita nella compilation “Il paese è reale”, ndr) è diversa dallo “stile Dente”, non solo per l'arrangiamento, ma anche per il testo, che trovo particolarmente criptico, me la spieghi?
Questa canzone è la prima canzone non autobiografica che ho scritto, che voleva rimarcare certi comportamenti degli uomini nei confronti delle donne, sai, quell'atteggiamento un po' cattivo, pesante, stile usa-e-getta. Non sono molto abituato a scrivere questo genere di pezzi, però ho provato a buttare giù questa cosa qua, che era tra le papabili dell'ultimo album ma poi è rimasta da una parte perché non era finita, soprattutto il testo. Poi mi hanno chiesto di fare un pezzo per “Il paese è reale” e ho ripescato questo qua, l'ho riarrangiato con la consapevolezza che sarebbe andato su quel disco là, non su uno dei miei, quindi in maniera più aggressiva. È stato diverso anche il metodo di lavoro ed è stata una bella sfida anche per me portare a termine una canzone nel giro di due giorni, quando io non sono affatto abituato a lavorare con le scadenze, e sono molto contento del risultato.

Un'altra canzone un po' fuori dal coro è “La presunta santità di Irene”, che si presta molto al gioco delle referenze. Il suono è proprio del Battisti di fine settanta, però la struttura è particolare, con questo lunghissimo tema musicale, le parole (poche) a metà, e la chiusura sempre lunga e strumentale, quasi alla Paolo Conte!
Quella canzone è stata la prima da cui ho cominicato a lavorare per il disco, salvo poi accorgermi che alla fine si è rivelata la più diversa e la più slegata, sicuramente perché ha questa lunga parte strumentale che non mi appartiene molto. In questo disco sapevo che avrrei suonato con dei musicisti, quindi ci sarebbe stata molta più musica e molta più “pienezza”, però non volevo esagerare con le parti strumentali, perché volevo che rimanessero protagoniste le canzoni, quindi testo e melodia. Non volevo “farcirle” più di tanto. Questa apertura musicale ricorda molto quella di “Abbraciami Abbracciali Abbracciati” che è la canzone che apre “Anima Latina” di Lucio Battisti, che è un disco che io adoro, e sì, voleva essere proprio una citazione.
In realtà io non so perché ricordo Battisti, o meglio anche io mi ricordo un po' Battsti, ma perché a me piace tantissimo e mi ha influenzato tanto in quello che faccio. Però i testi sono diversi, perché io fortunatamente non sono Mogol, e anche la voce è diversa... Non so, forse alcune melodie che scrivo possono ricordare alcuni pezzi di Battisti.

Invece rispetto a Ivan Graziani e Enzo Carella (in particolare i dischi che fece negli anni 70 con Pasquale Panella come paroliere) come ti sembri?
Purtroppo non li conosco. Però Panella mi piace molto.

Faresti l'autore?
Sì, certamente. Non mi è ancora capitato ma se facessi pezzi che non volessi cantare io li darei volentieri a qualcun altro.

Domanda finale di rito: cosa farai nei prossimi mesi e se stai registrando qualcosa di nuovo.
Ai pezzi nuovi per ora non ci sto pensando. Adesso porterò avanti questo tour qui fino a settembre-ottobre, poi l'idea era di fare una decina di date con una scaletta e un suono completamente diverso. Vorrei trovare dei posti un po' più scelti dove io possa fare canzoni che non posso eseguire nei festival estivi, quelle un po' più intime, ad esempio.

Tipo secret concert?
Beh, i secret concert sono un'altra cosa ancora, perché lì faccio un po' di tutto, faccio lo scemo, faccio cabaret, stile “siamo amici e suoniamo la chitarra”. Invece volevo proprio metter su uno spettacolo con la band con un altro set di canzoni, tipo “Solo andata”, che non faccio mai perché vedo che in questo set qui non funziona molto. Una cosa un po' più da seduto, tipo teatro, per essere un po' più seri.

Dente mi dice qualche altro dettaglio: ad esempio, che “Anice in bocca” gli è venuto così “cattivo” (la traccia due si chiama: “Io della bellezza non me ne faccio un cazzo”) perché si era appena lasciato con una ragazza ed era parecchio incazzato. La cosa buffa è che la registrazione casalinga rende i frammenti di canzoni che compongono “Anice in bocca” ancora più aspro e “anicioso”, con il bel contrasto tra le parole e la voce melliflua di Dente (“ti farò venire i lividi/ con gli occhi chiusi vedrai molto più di così”).
Gli faccio notare che tutti i suoi testi viaggiano su una dicotomia io/tu, soprattutto in “Non c'è due senza te” (“com'era bella/ la moglie del tuo amante/ sei stata ingenua/ col telefono stacci più attenta”, “che begli occhi che hai/ chissà come mi vedi bene”), e lui è addirittura sorpreso, mi risponde sorridendo: “Davvero”?
Onestamente, dal vivo è bravo, affiatato con i musicisti, ed è anche un buon intrattenitore che sdrammatizza i momenti di stanca con un umorismo asciutto che gode dell'involontario effetto comico della “r” debole fidentina. Al momento dei bis, qualcuno gli chiede di suonare “Verde”, una canzone scritta da Federico Fiumani e coverizzata da Dente nell'album-tributo ai Diaframma “Il dono” (2008). Mentre la canta, la stravolge, la “dentizza” anche nel significato, trasformandola in una scanzonata (e buffamente nonsense) canzone d'amore. Qualcuno è entusasta, qualcun altro storce il naso: che fastidio questo Dente con la sua immagine di sfigato imbranato romantico. Quale è.
Discografia
 Anice in bocca (Jestrai Records, 2006)

6,5

 Non c'è due senza te (Jestrai Records, 2007)

6,5

 Le cose che contano (Jestrai Records, Ep, 2008)

6

L'amore non è bello (Ghost, 2009)

7

 

Io tra di noi (Ghost, 2011)

6,5

 Almanacco del giorno prima (Rca/Sony, 2014)

6,5

 Canzoni per metà (Pastiglie, 2016)

5

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