Ilya E. Monosov

Ilya E. Monosov

Poesie e suoni sospesi nel silenzio

intervista di Francesco Amoroso, Alessandra Reale

Ricerca e improvvisazione, melodie e puro suono, dolcezza e impeto, note e silenzi. La musica del cantautore statunitense di origini russe Ilya E. Monosov è un coacervo di contraddizioni che si inchinano davanti al romanticismo dei testi. Il coinvolgimento emotivo nella cultura e nella storia della sua terra natale, l’appassionata curiosità verso qualsiasi forma d’arte, il suo modo di concepire e vivere in maniera istintiva e totale i sentimenti, in particolare l’amore: tutto questo si riflette nelle atmosfere dell’ultimo lavoro di Monosov, “Seven Lucky Plays, Or How To Fix Songs For A Broken Heart”. E di tutto questo abbiamo parlato con Ilya, personaggio a tratti introverso, ma al tempo stesso estremamente gentile e disponibile.

Scorrendo la tua biografia, si nota un coinvolgimento artistico a trecentosessanta gradi: musica, poesia, arti grafiche, che inevitabilmente tendono a influenzarsi in maniera reciproca, spesso compenetrandosi. In particolare, “Seven Lucky Plays...” è basato su poesie e storie che hai scritto dal 1996 al 2007. Ci racconti gli esordi del tuo percorso letterario?
Ho passato i primi dieci anni della mia vita nella Russia sovietica. Quando ero un bambino, volevo scrivere. La mia famiglia incoraggiava lo studio e, in una certa misura, il dissenso. La maggior parte delle famiglie tenta di spegnere la natura ribelle dei bambini. La mia famiglia, nel bene o nel male, ha fatto il contrario. Inoltre, i miei familiari amavano ascoltare i bardy russi - soprattutto Alexander Galich e Vysotsky. Penso che questi siano tutti fattori che mi hanno portato a sguazzare nella scrittura già da quando ero un bambino. Ho preso questa cosa più sul serio con l’adolescenza.

Tra le rare notizie reperibili sul web, in effetti, è possibile imbattersi in una tua “precoce esposizione alla cultura dissidente russa del tardo periodo sovietico”. Inoltre sul tuo Myspace, tra le persone che hanno influenzato la tua musica, citi appunto Aleksander Galich, che è considerato tra i padri della “bard poetry”, la poetica cantautoriale russa nata negli anni 60 ed incentrata su arrangiamenti minimali e testi spesso politicamente impegnati. In che relazione ti poni con la “bard poetry”?
Beh, la politica è sempre un caos. Galich si interessò di politica su larga scala - la politica della società. E lo fece in un modo unico e apparentemente diretto. Ho sempre pensato ad alcuni dei suoi brani come a delle grandi canzoni d’amore, anche quando avevano un qualche intento politico. Galich ha molto amato la sua patria. Anche i miei brani sono politici, ma mi interessa di più la politica in piccola scala (l’amore e le relazioni tra le persone), che è spesso anche più intricata della politica sociale. Nelle mie canzoni sento l’urgenza di trattare proprio questo tipo di caos.

A proposito di Russia, che legame hai con la tua terra natale? Ci torni spesso?
Ciò che mi lega alla Russia sono i miei antenati e mio nonno, morto a Mosca mentre stavo lasciando la Russia nel 1988. E i ricordi. Ho uno stretto rapporto anche con lo spirito della cultura dissidente. Mio nonno ha trascorso quasi un decennio in un carcere politico e sono particolarmente legato alle ragioni per cui l’ha fatto. Mi piace molto la gente russa, ma nel contempo ho molto disprezzo per il loro attuale governo, che si comporta in un modo vergognoso. Mi auguro che il paese cresca in modo da capire che il tipo di “ordine” al quale sono abituati non è quell’“ordine” dal quale la gente può trarre davvero beneficio. Si sono arresi troppo facilmente durante il periodo di transizione che ha portato alla “democrazia” e Putin è salito al potere. In effetti sto attivamente cercando aiuto per la pubblicazione dell’autobiografia di mio nonno, e questo è uno dei miei principali obiettivi per i prossimi anni. Credo che sia storicamente importante, soprattutto ora, capire perché e in che modo la Russia è diventata quello che è.

Ascoltando la tua musica, in alcuni momenti si ha quasi la sensazione che la chitarra si animi di sentimenti propri, specie quando si tende fino allo spasimo nelle fasi più straziate degli assoli. Si può supporre che questo tuo modo di suonare rappresenti una sorta di proiezione della tua anima?
Non lo so. Devo impormi di comporre, perché quando suono mi piace veramente molto improvvisare. Mentre lavoro sulle canzoni cerco di lasciare che il significato dei testi interagisca con la musica. In questo periodo sto lavorando su un secondo disco, che avrà più momenti di improvvisazione. E’ difficile trovare un valido compromesso.

Nelle tue canzoni dai ampio spazio ai momenti di “sospensione”, che preludono fraseggi strumentali più o meno sofferti. Che valore dai ai silenzi quando componi?
Il silenzio è importante. E’ importante per il teatro, importante per ascoltare veramente qualcosa ed è importante per pensare. La musica pop in genere non ha molti momenti di “silenzio”. Penso che la ripetizione e il minimalismo dei primi blues contengano sicuramente silenzi e progressioni lente, cosa che non si può certo dire di una buona parte della musica rock…e questo è un gran peccato.

In relazione al tuo album d’esordio “Vinyl Document #1”, incentrato prevalentemente su suoni derivanti da macchinari rotti o danneggiati, dici: “Penso che la musica possa essere trovata praticamente in qualsiasi oggetto, così come si può dire che ogni cosa abbia una sua qualità musicale”. La tua ricerca sonora ti ha condotto e ancora ti conduce a una forma piuttosto raffinata di sperimentazione, molto evidente tanto negli arrangiamenti quanto nelle atmosfere che caratterizzano i tuoi brani. Qual è, se esiste, il percorso preferenziale che ti conduce alla scoperta di nuovi territori (in termini di strumenti, stili, generi...) da esplorare?
Improvvisazione e sogno a occhi aperti...questo effettivamente ha a che vedere con la domanda precedente. Se si ascolta musica di continuo, credo che sia veramente difficile pensarci. Trovo che una combinazione tra pensare e semplicemente esplorare qualcosa senza un piano concreto sia un buon modo per lavorare con il suono. Per “Seven Lucky Plays…” ho scritto prima i testi. Poi, ho semplicemente sperimentato fino a quando non sono stato soddisfatto del suono della chitarra.

Dai lavori più sperimentali del passato sei giunto a concepire e realizzare un album più cantautorale. E’ stata una tua precisa scelta stilistica, una ricerca per avvicinare più persone possibili al tuo lavoro, oppure è stata un’ispirazione estemporanea e istintiva?
Penso che sia una progressione naturale per me. Ho iniziato con la sperimentazione di un suono puro, e continuerò a farlo. Inoltre vorrei avere un modo per condividere i miei testi e le mie poesie con la gente. Credo che la scrittura di una canzone sia un modo molto naturale per raggiungere questo scopo.

“Seven Lucky Plays…” è un disco che suona classico e allo stesso tempo originale. Si tratta di un risultato cercato e ottenuto in sede di registrazione oppure è semplicemente il frutto delle tue precedenti sperimentazioni?
Ringrazio e incolpo il mio amico Greg Weeks, che ha registrato l’album. Il suo studio analogico ha contribuito a rendere il disco caldo e “classico”. Greg si è anche occupato dell’arrangiamento degli archi, che tra l’altro mettono in risalto la qualità cui voi vi riferite come “classica”.

Questo album è stato descritto come una celebrazione privata dell’esperienza umana. In che grado e in che modo credi sia possibile far coesistere in un brano il personale e l’universale?
Le canzoni d’amore hanno poteri magici. L’amore è un tipo di pazzia. E’ qualcosa che trascende la logica. Uno dei brani contenuti in “Seven Lucky Plays…” parla di mio nonno, ma la maggior parte delle persone pensa che parli di una donna. Non vi dirò di quale canzone si tratta, ma credetemi sulla fiducia: è la verità.

Gli arrangiamenti vocali di questo album sono stati registrati presso l’Hexham Head di Phildalphia, dove sono passati anche artisti come Marissa Nadler, Bonnie ‘Prince’ Billy, Espers, Meg Baird, Picastro. Le registrazioni sono state eseguite da Greg Weeks (Espers). Com’è nata la vostra collaborazione? Avevi prima d’ora collaborato con un produttore? Come ti sei trovato?
Beh, effettivamente ho cantato e ho arrangiato personalmente tutte le parti vocali del mio disco. Greg Weeks ha registrato il disco e ha arrangiato gli archi. E’ una persona meravigliosa e un grande musicista. Registrerò sicuramente un altro disco con lui al più presto, spero sempre per la Language Of Stone. Oltre a Greg, io lavoro con Preston Swirnoff nel progetto The Shining Path. Preston è un produttore che fa lavori sperimentali molto interessanti e che produce tanta musica appartenente a generi diversi. Ho iniziato a collaborare con lui nel 2001 nel progetto Monosov / Swirnoff - che è il nostro duo di improvvisazione.

La tua figura sembra un po’ quella di un “outsider”, eppure nell’album collabori, oltre che con Greg Weeks, con altri musicisti di una certa fama nell’ambito del folk indipendente. Ti senti in qualche modo parte di quella scena? E ci sono band o musicisti che apprezzi particolarmente?
Non mi sento parte di alcuna scena. Ci sono molti musicisti influenzati dalla musica “folk” che sono semplicemente grandiosi: Fern Knight, Josephine Foster, Greg Weeks. I miei amici Mountain Home stanno facendo delle interessanti registrazioni di sessioni di improvvisazione. Sono molto interessato alla musica folk giapponese di Kazuki Tomokawa e Kan Mikami. Mi piace anche qualcosa della scena hip hop, che considero essere la musica popolare americana. Ultimamente sto ascoltando Black Milk e Guilty Simpson. In tempi recenti la musica folk è diventata l'attuale cultura sperimentale statunitense - persone provenienti da ogni piccola città che si riuniscono per fare proprie certe sonorità. Come disse Abner Jay, “La musica folk è musica di alta classe suonata da un gran numero di persone di basso rango”.

In “I’ll Live My Life Without Pain” dici: “Darling, stop, do not cry/ I’m telling you these stories just to explain why/ I’ve got to do my doing in the rain/ I can not stay, I’ll live my life with out pain/ I’ve chosen to live my life with out pain.” Credi che per poter vivere senza soffrire si debba rinunciare a tutto, e prima di tutto all’amore? E vale la pena fare rinunce così gravi pur di non soffrire?
No, non ne vale la pena. Per me questo è ciò di cui tratta quella canzone. Descrive e mi riporta alla mente svariati momenti bui della mia vita e della vita di persone alle quali sono stato vicino. Credo che quei momenti difficili si sarebbero potuti evitare se alcune decisioni fossero state prese tenendo conto dei sentimenti altrui, anziché perseguendo finalità edonistiche e autodistruttive... La sofferenza è in effetti un bene.

Nel testo di “Happy Song” dici di non aver mai scritto prima di quel momento una canzone felice. Tuttavia anche nello specifico di questo brano prevalgono le atmosfere fortemente malinconiche presenti nell’intero album, contrastando così la “positività” del testo: in questo caso specifico sembra addirittura di assistere ad una sorta di mirabile concretizzazione della teoria degli opposti, che inevitabilmente si attraggono. Che peso hanno nella tua musica i contrasti?
In realtà molte delle canzoni che scrivo esprimono quel tipo di contrasto. Credo che “Happy Song” sia solo il caso più evidente. Penso che per scrivere una canzone d’amore si debba innanzitutto e soprattutto essere onesti – e questo crea contrasto e incoerenza.

C’è qualche artista che ti ha influenzato particolarmente sia dal punto di vista della stesura dei testi che dal punto di vista della composizione delle musiche?
Difficile sceglierne uno. Alcuni scrittori e musicisti che mi vengono ora in mente sono Galich, Oe, Mishima, Mann, Vysotsky, Cohen, parte di Nick Cave, Dostoevski. Ma ce ne sono molti altri: gli artisti del Fluxus (movimento neo-dadaista degli anni 60, ndr) come Joe Jones e Takehisa Kosugi, e naturalmente alcuni compositori come La Monte Young, Morton Feldman, Webern... ce ne sarebbero troppi da elencare.

Sulla copertina del tuo ultimo album sei ritratto in una posa dolente, quasi come un Cristo in croce. E’ una suggestione voluta? Cosa intendevi comunicare?
In realtà, io non pensavo che fosse una posa sofferente. Il mio amico Courtney ha fatto quella foto. Penso di averla scelta perché dà a chi guarda la cover la sensazione di essere molto vicino a me - forse tanto da metterlo a disagio. Ah ecco! Si adatta allo stile delle canzoni e dei testi.

Nello splendido booklet che accompagna il tuo ultimo lavoro accanto ai testi c’è l’anno di composizione. E’ un puro caso se solo gli ultimi due, di gran lunga i meno disperati, sono stati composti nel 2007? E’ forse il riflesso di una visione della vita meno pessimistica?
È vero che gli ultimi due anni sono stati più felici. Prima di tutto, ho incontrato una bellissima donna con la quale ho passato questi ultimi due anni. In secondo luogo, molti dei miei obiettivi personali si sono realizzati. Non credo di essere mai stato del tutto pessimista, comunque.

Hai fatto o hai intenzione di fare un tour promozionale per questo lavoro? In generale, quando suoni dal vivo, come risolvi il problema di rendere i suoni delle tue canzoni? Che rapporto hai con le performance live?
Sto pianificando un tour per quest’estate. Di solito eseguo i miei brani nel modo in cui voglio farlo in quello specifico momento. A volte un elevato livello di improvvisazione può causare difetti nell’esecuzione, ma penso che quando va tutto bene improvvisare è meglio che suonare la stessa roba tutte le sere. A dire il vero mi rifiuto di andare in tour come un vero musicista e di suonare tutti i brani allo stesso modo ogni volta: penso che sia abbastanza orrendo.

In futuro pensi di ritornare verso lidi più sperimentali, o sfornerai altri album di “canzoni”?
Sto lavorando su un secondo album di canzoni. Sarà più “flessibile” e più improvvisato durante alcuni passaggi, ma spero di attenermi al genere “canzone” per ma maggior parte del tempo. Inoltre, ho finito di scrivere un libro e una delle mie principali priorità al momento è quella di vederlo pubblicato. Il libro contiene poesie, racconti brevi, e una storia grafica per bambini.

Per l’ultima domanda abbiamo scelto una citazione del noto teorico teatrale russo Kostantin Sergeevič Stanislavskij: “Love the art in yourself, not yourself in the art.” Condividi questo principio?
Sì, sono d'accordo. Non avrei saputo dirlo meglio.

(31/10/2008)

(foto di Marietta Davis)

Discografia

  ILYA E. MONOSOV  
     
  Vinyl Document #1 (Lp only – Elevator Bath, 2002)  
  Architectures On Air And Other Works (Elevator Bath, 2005)  
Seven Lucky Plays, Or How To Fix Songs For A Broken Heart (Language Of Stone, 2008)

 


     
  ALTRI PROGETTI  
     
  Radu Malfatti / Ilya Monosov - Indiscrete Silences / Music For Listening (Bremsstrahlung, 2003)  
  Ilya Monosov / Preston Swirnoff - Seven Recorded Works (volume 1) (Lp only - Eclipse, 2005)  
  Ilya Monosov / Preston Swirnoff / The Shining Path - Two Recorded Works (volume 2) (Lp only - Elevator Bath, 2005)  
  Ilya Monosov / Preston Swirnoff - Five Recorded Works (volume 3) (Lp only - Elevator Bath, 2005)  
  Ilya Monosov / Preston Swirnoff / Habitat Sound System - Split L.P. (volume 4) (Lp only - Elevator Bath, 2006)  
  Mountain Home - Mountain Home (Language of Stone, 2007)  
  The Shining Path - The Shining Path (Holy Mountain, 2007)  
  Civyiu Kkliu / Ilya Monosov - Cartolina Postale, Composition No. 2 (Winds Measure Recordings, 2008)  
  The Shining Path - Take You So Low So You Can Fly So High (Cassette only - Holy Mountain, 2008)  
  The Shining Path - Chocolate Gasoline (Ep, Holy Mountain, 2008)  

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Seven Lucky Plays, Or How To Fix Songs For A Broken Heart

(2008 - Language Of Stone)
Tra songwriting e ricerca sonora, un album di soffusa amarezza e magia

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