In occasione del cinquantesimo anniversario della compilation “M.U. – The Best Of Jethro Tull” e della sua riedizione in vinile rimasterizzato half-speed, supervisionata dallo stesso Ian Anderson e realizzata ad Abbey Road, abbiamo incontrato in videochiamata il leader dei Jethro Tull. Partendo dalla prima vera raccolta di successi della band, la conversazione si è spostata sulla libertà artistica, sul progressive rock, sull’umorismo di “Thick As A Brick” e sul sottile confine tra osservazione e invettiva politica nelle canzoni.
M.U. sta per “Musicians’ Union”. A cinquant’anni dall’uscita originale, vedi ancora i Jethro Tull come una sorta di “unione di musicisti”, o la natura del gruppo è cambiata nel tempo?
L’idea alla base di quel titolo era riunire una serie di brani che vedevano la partecipazione di alcuni musicisti che avevano fatto parte dei Jethro Tull fin dai primi anni, ma che non erano necessariamente più nel gruppo. In un certo senso, significava riunire di nuovo delle persone. E credo che, in fondo, questa sia la storia dei Jethro Tull fin dal 1968.
L’altro ieri ero a Padova, dove avremmo dovuto tenere un concerto, purtroppo cancellato a causa di terribili temporali e piogge torrenziali. Era il compleanno del nostro bassista, così, mentre fuori c’erano tuoni e fulmini, band e crew sono rimasti insieme a bere qualcosa. È un’unione anche in questo senso: persone che si ritrovano e stanno insieme.
Naturalmente, però, il titolo alludeva alla Musicians’ Union, il sindacato dei musicisti britannici, comunemente chiamato M.U. Ne ho fatto parte per moltissimi anni, finché, circa dieci anni fa, ha cominciato a schierarsi politicamente in modo molto esplicito contro un partito e a favore di un altro. A quel punto ho deciso di uscirne. Continuo a sostenere in linea di principio la funzione dei sindacati, che in questo caso è proteggere gli interessi dei musicisti professionisti, ma non credo che la politica debba assumere un ruolo così prominente al loro interno.
Alcune persone considerano la propria musica, la propria pittura o la propria attività artistica una dichiarazione politica. È la loro opinione e il loro modo di lavorare, ma non è il mio.
Il primo disco dei Jethro Tull che ho posseduto era proprio un greatest hits: ho scoperto le singole canzoni e solo in seguito ho trovato il loro posto negli album. Come autore, che rapporto hai con l’album come forma compiuta rispetto ai singoli brani e alla vita che possono avere autonomamente?
Una volta realizzato e pubblicato un album, divento piuttosto pragmatico nell’accettare che le compilation, i best of o i greatest hits – comunque li si voglia chiamare – siano un buon punto d’ingresso nell’opera di un artista. Io stesso ho scoperto moltissimi artisti attraverso le loro raccolte, da Beethoven e Händel fino ai musicisti rock e pop contemporanei. Mi permettono di farmi un’idea generale del loro lavoro e poi di approfondire uno, due o tre album specifici, una volta capito che cosa mi interessa di quell’artista.
Se ascoltassi una compilation di Beethoven, per esempio, probabilmente sarei più attratto dalla sua musica orchestrale che dai quartetti d’archi. È un punto d’ingresso. È un po’ come aprire la porta di un negozio: una volta visto che cosa c’è dentro, puoi dirigerti verso lo scaffale specifico in cui sono esposte le cose che ti interessano. Per questo sono un pragmatico sostenitore delle compilation.
Devo però dire che “M.U.” fu assemblato e pubblicato per adempiere a un obbligo contrattuale. La Chrysalis doveva consegnare un altro album attraverso la Warner Brothers negli Stati Uniti per chiudere il contratto, e così misero insieme una compilation.
All’epoca, quindi, non la consideravo una nuova uscita particolarmente importante per i Jethro Tull. C’erano un paio di canzoni che non erano apparse sugli album, e questo la rendeva in qualche modo interessante. Né l’artwork né l’idea in sé erano particolarmente ispirati, ma conteneva alcune grandi canzoni dei Jethro Tull e un paio di brani nuovi.
Guardando la tracklist di “M.U.”, “Teacher” è un caso interessante: nacque come lato B e la sua versione americana acquisì poi una vita propria grazie alle radio FM. Quanto hanno influito la radio, il mercato e le etichette discografiche sulle vostre scelte e sul percorso dei Jethro Tull?
Per quanto riguarda l’influenza della radio, direi praticamente zero, almeno all’epoca. Nel 1972, quando pubblicammo “Thick As A Brick”, andammo apertamente contro le convenzioni della programmazione radiofonica. Le radio potevano anche trasmettere brani di cinque o sei minuti, ma l’idea di un intero album senza interruzioni era considerata molto pericolosa. La casa discografica era davvero terrorizzata: pensava che nessuno lo avrebbe trasmesso e che nessuno lo avrebbe ascoltato perché era troppo lungo.
Io, invece, pensavo che proprio quella fosse la sua differenza. Forse la gente sarebbe stata incuriosita da quaranta e più minuti di musica continua. Il pubblico, naturalmente, non aveva idea di che cosa avrebbe trovato.
Sono momenti di difficoltà che si incontrano lungo il percorso, ma se la musica, in ultima analisi, vale qualcosa, prima o poi riesce ad affermarsi. È quello che è successo a “Thick As A Brick”: alla fine è diventato popolare in molti paesi. Curiosamente, in Italia, che ha sempre avuto una tradizione di interesse per il progressive rock e per la musica più complessa, fu più facile proporlo.
In generale sono stato molto fortunato nel mio rapporto con le case discografiche. Mi hanno sempre concesso la libertà di scegliere le canzoni, il materiale degli album, l’artwork; mi hanno lasciato scrivere la musica che volevo e presentarla nel modo in cui volevo. La maggior parte delle volte i risultati sono stati abbastanza positivi perché tutti ne fossero soddisfatti.
Ho sentito moltissime storie di altri artisti sulle case discografiche che cercavano di controllarli e plasmare la loro carriera. Io, invece, ho sempre ricevuto un grande sostegno dalle etichette, sia negli Stati Uniti sia in Europa, e sono molto grato per la libertà che mi è stata concessa.
Hai citato “Thick As A Brick”. Il disco nacque anche come parodia della grandiosità e della pomposità del progressive rock dell’epoca, ma è diventato a sua volta un monumento del genere. Come conviveva l’elemento parodico con il tuo autentico coinvolgimento in quel linguaggio musicale?
Oh, era davvero una parodia. E tutto cominciò dal testo. Avevo questa piccola figura che suonavo alla chitarra acustica, in fa, e la prima frase che scrissi fu: “I really don’t mind if you sit this one out”. Era come dire al pubblico: “Non m’importa davvero se volete ascoltare oppure no”. Era una provocazione, un guanto di sfida lanciato fin dalla primissima frase.
Cominciò come una parodia, ma quando ebbi scritto venti minuti di musica ero ormai completamente assorbito dallo stile compositivo e dai suoi aspetti tecnici. Cercai comunque di mantenere un elemento di umorismo surreale, anche nella musica e soprattutto nei testi.
Bisogna ricordare il clima dell’umorismo britannico di allora, e in particolare “Monty Python’s Flying Circus”. Era un umorismo surreale, al di là della realtà, e non tutti lo capivano. Quella sensibilità entrò soprattutto nei testi di “Thick As A Brick”: volevo creare una forma di umorismo surreale, oscuro, che in effetti permea tutto l’album.
Anche in questo caso si trattava di una sfida: vedere se sarebbe stato accettato. Ero, diciamo, sicuro al cinquanta per cento che avrebbe avuto successo. [ride] E lo ebbe.
A proposito di “Skating Away”, hai parlato della «classica via del folk: usare la musica per diffondere la consapevolezza di un problema che riguarda tutti». Prima hai detto di non concepire la tua musica come una dichiarazione politica: come convivono queste due idee? E che rapporto hanno, più in generale, i Jethro Tull con la musica folk?
La musica folk significa cose diverse per persone diverse. A volte riguarda questioni di divisione sociale. Se parliamo della musica tradizionale di due, tre o quattrocento anni fa, può raccontare tradizioni sociali e culturali, ma lo fa in modo osservativo. Ed è ciò che feci nel 1973, quando scrissi una canzone sul cambiamento climatico in un periodo in cui l’opinione diffusa era che avremmo potuto essere precipitati in una nuova era glaciale.
E, a causa del riscaldamento globale, potrebbe ancora accadere. Quando la temperatura del clima aumenta – il che è diverso dai singoli eventi meteorologici – uno dei possibili effetti è l’alterazione della North Atlantic Drift, la Corrente del Golfo. Se accadesse, l’Europa settentrionale potrebbe essere precipitata in una nuova era glaciale.
La nostra dipendenza dai combustibili fossili e la riluttanza ad abbandonarli continuano a essere parte del problema. “Drill, baby, drill”, dice Mr. Trump. L’ironia è che il riscaldamento globale potrebbe portarci a un nuovo raffreddamento, almeno a livello regionale.
Quando scrissi “Skating Away”, però, non lo feci da un punto di vista politico. Il testo è osservativo: immagina un futuro nel quale, come dice la canzone, stiamo “pattinando via sul ghiaccio sottile di un nuovo giorno”. Pattinare sul ghiaccio sottile significa trovarsi in una situazione pericolosa. Non stavo dicendo alle persone per chi avrebbero dovuto votare.
Questo non significa che io non abbia opinioni personali. Credo, per esempio, che le motivazioni di Donald Trump siano profondamente sbagliate ed egoistiche. E qui nel Regno Unito ne vediamo un’eco in chi sostiene che dovremmo ricominciare a trivellare per cercare altro petrolio nel Mare del Nord. La realtà politica a breve termine sembra essere quella di continuare a utilizzare i combustibili fossili, forse persino di aumentarne l’uso.
Ma una canzone come “Skating Away” non nasce da una motivazione politica. È osservativa: vuole far pensare e interrogare le persone. Ed è per questo che conserva la sua rilevanza.
Non voglio spaventare la gente, solo metterle un po’ di paura. [ride] Non è un film catastrofico. È soltanto una piccola canzone che ricorda alle persone la fragilità del mondo in cui viviamo.
(19 luglio 2026)
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| Il resconto di una breve chiacchierata con Ian Anderson, leggendario leader dei Jethro Tull. E’ stato prezioso l’aiuto, nelle domande, del giornalista musicale Silvano Pertone, grande esperto musicale e dell’artista in questione.Ciao Ian, inizierei con il chiederti se, dopo i 17 minuti della canzone “Drink From The Same Well” possiamo aspettarci un’altro pezzo simile in futuro. Ciao, beh, forse si però devo prendermi una pausa di qualche mese dal registrare per via di altre questioni e del tour imminente! Come ti è venuta l’idea in merito al libro “Silent singing”? E’ vero che non eri molto soddisfato riguardo i precedenti libri usciti in cui si parlava dei Jethro Tull? Qual è il tuo pensiero circa la religione oggi? Sei d’accordo con la frase di William Blake “immaginazione e realtà sono la stessa cosa”? “Crest Of A Knave” vinse, negli anni 90, un Grammy nella categoria heavy-metal. Cosa ricordi di quella serata? Qual’è l’influenza nella canzone “Bourèe”? Ho letto che ti ha ispirato una performance di un tuo vicino. Rifiustasti di partecipare al Festival di Woodstock. Pensi ancora sia sta la scelta giusta per voi? (29 marzo 2026) |
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Il pifferaio magico del rock Non capita tutti i giorni di chiacchierare amabilmente con una leggenda del calibro di Ian Anderson, una figura presente nella mia memoria – come bizzarra e atipica icona del rock and roll – sin dalla prima infanzia, grazie al nutrimento musicale paterno. Il nostro dimostra di non essere ancora “too old to rock’n’roll” e di sicuro lo reputiamo anche “too young to die”! La sua traboccante creatività gli dà modo di esprimersi attraverso multiformi forme di comunicazione e arte. Ian ha tanto da dire e non si è risparmiato nemmeno per i lettori di OndaRock. Buona lettura. Dunque, caro Ian, cosa devono aspettarsi i fan dagli show del 50° anniversario dei Jethro Tull, il prossimo marzo? Cosa ti ricordi dei concerti in Italia negli anni Settanta? …tempi duri! Cosa ci puoi raccontare di “The Ballad Of Jethro Tull”, il primo libro ufficiale sui Jethro Tull. Cosa vi troveranno i fan? “The String Quartet” è un tuo disco registrato con il Carducci Quartet, arrangiato e orchestrato da John O’Hara. Cosa ci puoi dire della sua registrazione, l’avete realizzata in due chiese, giusto? Un paio d’anni fa hai raccomandato la band Edensong. Che musica ascolti quando non sei occupato con la tua? Cosa possiamo aspettarci in futuro: nuove registrazioni di Ian Anderson o dei Jethro Tull? Fuori dalla musica, in Italia abbiamo degli ottimi ristoranti indiani. Che consigli daresti ai novizi del cibo indiano? Sappiamo anche che ami molto i gatti, cosa pensi di queste creature adorabili? Assolutamente! Memento! Un messaggio, saluto e invito finali per i fan italiani dei Jethro Tull che ti aspettano a Brescia? (21 marzo 2019) |
| This Was (Chrysalis, 1968) | 7 | |
| Stand Up (Chrysalis, 1969) | 7.5 | |
| Benefit (Chrysalis, 1970) | 6.5 | |
| Aqualung (Chrysalis, 1971) | 8 | |
| Living In The Past (antologia, Chrysalis, 1972) | ||
| Thick As A Brick (Chrysalis, 1972) | 8 | |
| A Passion Play (Chrysalis, 1973) | 8.5 | |
| War Child (Chrysalis, 1974) | 5.5 | |
| Minstrel In The Gallery (Chrysalis, 1975) | 8 | |
| M.U. - The Best Of Jethro Tull (antologia, Chrysalis, 1975) | ||
| Too Old To Rock'n'Roll, Too Young To Die (Chrysalis, 1976) | 6 | |
| Songs From The Wood (Chrysalis, 1977) | 7 | |
| Repeat - The Best Of Jethro Tull vol. II (antologia, Chrysalis, 1977) | ||
| Heavy Horses (Chrysalis, 1978) | 6.5 | |
| Live - Bursting Out (Chrysalis, 1978) | ||
| Stormwatch (Chrysalis, 1979) | 7 | |
| A (Chrysalis, 1980) | 5 | |
| The Broadsword And The Beast (Chrysalis, 1982) | 6 | |
| Under Wraps (Chrysalis, 1984) | 4.5 | |
| Original Masters (antologia, Chrysalis, 1985) | ||
| Crest Of A Knave (Chrysalis, 1987) | 6.5 | |
| 20 Years Of Jethro Tull (triplo cd, antologia, Chrysalis, 1988) | ||
| Rock Island (Chrysalis, 1989) | 6 | |
| Catfish Rising (Chrysalis, 1991) | 6 | |
| Live At The Hammersmith 1984 (DEI, 1991) | ||
| A Little Light Music (Chrysalis, 1992) | ||
| The Best Of Jethro Tull: The Anniversary Collection (doppio cd, Chrysalis, 1993) | ||
| Roots To Branches (Chrysalis, 1995) | 5.5 | |
| In Concert (live, Windsong, 1995) | ||
| Dot Com (Varese, 1999) | 6 | |
| The Christmas Album (Fuel 2000, 2003) | 6 | |
| The Best Of Acoustic (antologia, Emi, 2007) | ||
| Thick As A Brick 2 (Emi, 2012) | 6 | |
| The Zealot Gene (Inside Out Music, 2022) | 6.5 | |
| RökFlöte (Inside Out Music, 2023) | 6 | |
| Curious Ruminant (Inside Out Music, 2023) | 6 |