21/09/2003

Faith & The Muse

Init, Roma


di Mauro Roma
Faith & The Muse

È strano quando un concerto a cui da tempo si sognava di assistere, spiazza ed emoziona ancora più di quanto era lecito attendersi a causa di un banalissimo imprevisto tecnico. È successo la notte del 21 settembre all'Init Club, piccolo ma suggestivo locale dove gran parte del non numerosissimo ma orgoglioso popolo "dark" della capitale si è riunito per assistere all'esibizione di una vera e propria istituzione del rock gotico degli ultimi dieci anni: ovvero la band capitanata dal chitarrista e cantante William Faith (leggenda del genere per la sua militanza nei "secondi" Christian Death di Rozz Williams e negli Shadow Project, altro splendido progetto varato dal mai troppo compianto Rozz) e dalla sua "musa", ovvero la vocalist e multi-strumentista Monica Richards, accompagnati per l'occasione dalla loro band al completo (Matt Howden — violino e chitarra; Cynthia Coulter — basso; Chad Blinman — batteria).

Stando alle indiscrezioni della vigilia, il concerto doveva essere improntato più verso il death-rock movimentato e ballabile dell'ultimo album "The Burning Season" che non verso le atmosfere gotico-medievali alla Dead Can Dance, vero le quali la band aveva mostrato spesso grande devozione nei lavori passati. Ma l'intoppo tecnico di cui si parlava — un banale guasto all'impianto di amplificazione — rendeva problematico, o meglio pressoché impossibile, l'utilizzo della strumentazione elettrica. Che fare? Rinunciare al concerto tanto atteso o improvvisare un set semi-unplugged? Per fortuna di tutti i presenti, si è scelta la seconda opzione. Così, mentre il sestetto italiano dei Morgana's Kiss, una delle miriadi di band gotiche che si agitano nell'underground musicale italiano che offre loro però ben poche possibilità di emergere, fungeva da antipasto con canzoni molto ben suonate e cantate (anche se la cantante, pur brava, forse "siouxsieggiava" un po' troppo e la corista, più una presenza scenografica che altro, si limitava a mormorare sottovoce), nessuna delle quali però ha lasciato una traccia permanente nella memoria, ecco che la lunga attesa e il lungo ritardo sulla scaletta giungono finalmente alla fine. William Faith — imbolsito e sornione — e Monica Richards — magnetica e bellissima — fanno il loro ingresso sul palco.

In un saliscendi di arrangiamenti semi-acustici messi su in pochissimo tempo (e le canzoni del nuovo album soprattutto erano pressoché impossibili da immaginare suonate con sonorità così fragili e delicate), accompagnati — in molte, ma non in tutte le canzoni — dai loro comprimari (nota di merito, in particolare, al polistrumentista Matt Howden, puntuale ed elegante nelle sue rifiniture sia violinistiche che chitarristiche), Faith e Richards percorrono a ritroso il meglio della loro carriera, prendendo gradualmente sempre più confidenza con l'inaspettata situazione in cui si sono trovati costretti a suonare, finché si è fatto chiaramente avvertibile il piacere che loro stessi traevano.

Più il concerto andava avanti e più la distanza fra il pubblico e la band si faceva pressoché inesistente; l'atmosfera si faceva tanto intima, raccolta, rarefatta che alla fine del concerto (che Faith ha chiuso con gran classe cimentandosi in una lunga e intensa cover dei Chamaleons) tutto l'uditorio era quasi stordito, incredulo. Era trascorsa un'ora e mezza, ma sembrava fossero passati cinque minuti: il concerto è scivolato via tutto d'un fiato, con una naturalezza sconcertante. E il "poco, ma buono" popolo dark romano lo ricorderà a lungo.

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