22/03/2004

Kraftwerk

Grand Rex, Parigi (Francia)


di Nicola Minucci
Kraftwerk

Bisogna dirlo subito: questo è un concerto che si presta più al racconto o alla cronaca che alla critica. Chi ama o apprezza i Kraftwerk, la sera del 22 marzo 2004 ha avuto modo di riconoscere e ritrovare anche dopo tanto tempo tutte le caratteristiche (e le canzoni, ovviamente!) che alimentano questa passione. Chi li ha sempre detestati avrà trovato in questa esibizione tutte le ragioni che ha sempre avuto per parlarne male. Anche se nasce spontanea la domanda: perché andare a vederli, allora?
Non mi dilungherò in presentazioni, perché i Kraftwerk non ne hanno certo bisogno, ma dirò solo che abbastanza sorprendente è la composizione del pubblico, in età decisamente avanzata: i ventenni del 1977, diciamo. Un signore si è portato anche un figlio, sulla faccia del quale già prima del concerto si legge l’intera gamma di espressioni relative alla noia e mancanza di interesse. A concerto iniziato, il fanciullo, l’unico minorenne in una sala da un migliaio di posti, esibirà anche una mirabile collezione di sbadigli. Ma va bene lo stesso, questa gioventù non sa quale leggenda vivente sta per esibirsi di fronte a lei e, d’altra parte, la suddetta leggenda vivente non ha fatto niente perché i nuovi giovani venissero a lei. Dunque eccoci qua, seduti e pronti per questa suggestiva rievocazione. E qui comincia la storia… O lo dovrei scrivere con la S maiuscola?

Una voce metallica, filtrata dal vocoder, introduce i Kraftwerk quando il sipario è ancora chiuso, e sempre lo è quando comincia la musica (sconosciuta) e improvvisamente alcune luci rosse proiettano le ombre dei quattro sulle tende. Il pubblico in sala esplode mentre si comincia a intuire quale brano sia stato scelto per l’apertura del concerto e, finalmente, del sipario. Cosa potevano proporre gli uomini-macchina se non proprio “The Man Machine”? Vestiti come sulla copertina dell’album omonimo ma con indosso anche una giacca nera, i quattro di Düsseldorf sono in fila davanti al pubblico, ognuno dietro alla sua postazione, comprendente un computer e altri oggetti ben nascosti, e dunque non identificabili. Si riesce solo a intuire una tastierina nella postazione di Hütter e un paio di cuffie (destinate a non essere mai utilizzate, peraltro) in quella di Schmitz. Segnalo inoltre, per gli appassionati di tecnologia nella musica, un particolare che potrebbe divenire o già essere un vero trend: per la seconda volta consecutiva vedo utilizzare, in luogo del Macintosh d’ordinanza, dei Sony Vaio. Si sarà intuito che, a parte rare eccezioni, è impossibile capire chi sta facendo cosa. A dire il vero, è difficile anche stabilire quanto ci sia di già fatto (lèggi: preregistrato) e quanto da fare (lèggi: live), ma non è in questo il succo di un concerto dei Kraftwerk. Qui si parla di suoni, non interessa la tecnica.
Il secondo brano è una “Expo 2000” riconoscibilissima fin dall’attacco, ma privata di ogni riferimento all’Esposizione Universale di Hannover di cui era l’inno ufficiale. Rimane protagonista, a maggior ragione, quella successione di note così kraftwerkiana che aveva fatto sperare in un ritorno in studio migliore di quello che si è poi rivelato essere “Tour De France Soundtracks”. Arriva dunque il momento dell’ultimo nato in casa Kraftwerk: nell’ordine si susseguono una non proprio entusiasmante “Tour De France Etape 1”, una divertente “Vitamin” e una piacevole “Tour De France”. Nonostante non siano certo questi i capolavori del gruppo, non ci si annoia. La classe è sempre quella, e i ragazzi (ehm… signori, va’) ci sanno fare ancora. Mantengono il loro contegno robotico e non tradiscono la minima emozione, fatta eccezione per un Hütter che muove le gambe a tempo di musica e canta portandosi quasi sempre una mano alla bocca. “Vitamin” non ha più quell’aria naif che palesava su disco. Era impossibile, con gli scandali degli ultimi anni, pensare che i ciclisti potenziassero il loro fisico solamente con qualche vitamina… A questa favola non credono molto neanche i quattro sul palco, si direbbe stasera, a giudicare dalle cascate di pillole che accompagna la canzone sul megaschermo. E’ divertente lasciarsi andare con Hütter e partecipare al gioco: “carboìdrat proteìn…A Be Ze De vitamìn”. Anche “Tour De France”, complici le suggestive immagini d’epoca (ed epica), non sfigura affatto. Poi la bellezza del concerto s’impenna…

Buio in sala. Silenzio. Rumore dell’avviamento di un’automobile. Ecco che parte… Macché, il motore si spenge. Altro tentativo… Niente. Ancora uno… L’automobile si mette finalmente in moto. Lenta una voce scandisce la parola magica: “Au-to-bahn”. Sullo schermo appare il cartello di entrata in autostrada. Avete mai visto qualcuno esaltarsi per essere arrivato in autostrada? Beh, io sì, un Grand Rex intero. Due o tre persone si producono addirittura in scene da beatlesmania. L’autostrada dei Kraftwerk scorre sotto le nostre orecchie mentre passano le immagini della copertina di Emil Schult e vecchie pubblicità di automobili. Hütter modifica qualche nota del cantato qua e là, ma per il resto c’è tutto quello che a una “Autobahn” dal vivo si richiederebbe, qualità non secondaria se si pensa che la versione proposta dura dieci minuti e non i canonici ventidue. Mai un “fahr'n fahr'n fahr'n” è stato così simile a un “fun fun fun”. Si conclude con il cartello di uscita dall’autostrada.
Non ci lasciano neanche il tempo di capire a fondo cosa ci è appena successo che attaccano “The Model”. Si va di ovazione in ovazione, ci si lascia trasportare da musiche eterne che hanno appena trent’anni. Sullo sfondo vecchie immagini di indossatrici. L’emozione prosegue con una lunghissima “Neon Lights”, dolceamara e ipnotica. L’inno al calore delle luci più fredde del mondo mantiene, inalterata, tutte le sue suggestioni. Fine delle perle? Proprio no. Introduce “Radioactivity” un discorso su Sellafield. La canzone ha subito un restyling evidente. Stemperata l’ironia, si punta maggiormente a un messaggio diretto: “Stop radioactivity”. I bassi, a volume altissimo, fanno vibrare tutto ciò che sta nella sala, viscere degli spettatori comprese. Le “good vibrations” di cui parlavano i Beach Boys? Sul finale il ritmo si velocizza, sebbene rimanga intatta la suadente melodia.

La prima, esaltante parte del concerto si conclude con nientemeno che “Trans-Europe Express”, completa di “Metal On Metal”. Mentre sullo schermo diviso in tre parti uguali si susseguono immagini del TEE, come se fosse realmente esistito. L’unione di questi filmati di un treno che nel 1977 poteva essere avveniristico e possibile, e della musica, perfetta trasposizione di questo sentimento più ottimista e fiducioso che utopico, fa uno stranissimo effetto. Futuro possibile visto dal futuro reale, e probabilmente non c’è poi tanto di cui rallegrarsi, se non della bellezza della musica e dei suoni scintillanti, uniti alla particolare mitologia kraftwerkiana, qui in una delle sue espressioni più riuscite di sempre.

Al ritorno in scena, sfoggiano un cambio di cravatta: la nuova ha una striscia di led luminosi che si accendono e si spengono in sequenza. Questa parte è interamente dedicata al lavoro del 1981, “Computer World”, da cui propongono tre brani. Si apre dunque con “Numbers”, in occasione della quale si verificano dei problemi ai computer che regolano le immagini proiettate sul megaschermo. Il risultato è che, in luogo delle animazioni previste, vediamo alcune finestre e il logo di Windows. Anche se involontariamente, i Kraftwerk ci mostrano una volta di più il lato umano della macchina… “Computer World” è un’amica che fa piacere ritrovare stasera, ma il pubblico dimostra di preferire largamente “Pocket Calculator”, complice la parte cantata in francese. Poi il sipario si chiude di nuovo. Quando si riapre i Kraftwerk non ci sono più. Al loro posto i mitici robot con le loro sembianze. E sono loro a eseguire (hmm, forse sono i quattro nel backstage…) “The Robots”. Stupisce, oltre a un pubblico caloroso e partecipe come non ci si sarebbe mai immaginato a un concerto del gruppo di Düsseldorf, la capacità di dare agli spettatori quello che si aspettano esattamente quando se lo aspettano, senza però risultare mai banali o scontati. Merito della scarsa frequenza delle loro apparizioni, ma soprattutto di un’eccezionale capacità di fondere l’aspetto artistico della musica popolare con quello spettacolare.

Cosa manca all’appello, adesso? Qualcuno ha detto “le tutine aderenti con le righe fosforescenti”? Esatto, ed è proprio indossando quelle che tornano in scena i Kraftwerk in carne, ossa e microchip. L’ultimo bis prevede una “Elektro Kardiogramm” non eccezionale, ma diciamoci la verità: chi se ne frega? E’ l’occasione per fare foto al gruppo, riflettere ed essere felici di essere lì, e che loro siano sempre quelli, che la magia tecnologica funzioni ancora a meraviglia. Nell’esaltazione dei presenti, o forse perché nell’abile amalgama di questo concerto suona perfettamente, anche “Aéro Dynamik”, nuovo singolo fresco di uscita, sembra bello. Tutto ha un termine, però, e alla regola non sfugge nemmeno questo concerto. Dopo più di due ore i nostri ci propongono…
Cosa manca? Un pezzo da “Electric Cafe”? Cosa sarebbe più adatto a un finale? Eh sì, introdotta da un accenno a “Boing Boom Tschak” (praticamente tutta), tocca proprio a “Musique Non Stop” il compito di chiudere, e lo fa con classe ed eleganza. Loro escono dalla scena in successione, lasciando ognuno il computer acceso e ancora in grado di ripetere le sequenze programmate. Per primo se ne va Schneider, che perde la sua rigida fissità per salutare con entrambe le braccia. Poi tocca, in ordine, a Hilpert e Schmitz. Hütter resta solo sul palco, e ringrazia a voce prima di andarsene anche lui. Rimangono la musica e lo slogan “Musique Non Stop” ripetuto all’infinito. Continuano quando il sipario si chiude, e ci accompagnano fino all’uscita.

Cosa altro dire, allora? I Kraftwerk hanno affrontato il loro mito con rispetto e intelligenza, e ne sono usciti vincitori. Chi ci ha guadagnato sono loro come artisti e noi come pubblico, ovviamente.

Setlist
  1. The Man Machine
  2. Expo 2000
  3. Tour De France Etape 1
  4. Vitamin
  5. Tour De France
  6. Autobahn
  7. The Model
  8. Neon Lights
  9. Radioactivity
  10. Trans-Europe Express + Metal On Metal
  11. Numbers
  12. Computer World
  13. Pocket Calculator
  14. The Robots
  15. Elektro Kardiogramm
  16. Aéro Dynamik
  17. Boing Boom Tschak + Musique Non Stop
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