29/04/2005

Autechre

Brancaleone, Roma


di Nicola Minucci
Autechre

Freschi di un nuovo album, gli Autechre tornano nella Città Eterna. Il mio viaggio di avvicinamento a questo evento, tuttavia, non è stato il migliore che si possa desiderare. Qualche giorno prima del concerto, infatti, decidiamo con il boss di provare a intervistare il duo, notoriamente abbastanza schivo e misterioso (avete provato ad aprire la pagina dedicata alla loro biografia sul sito della Warp? E' completamente vuota). Facciamo domanda alla Dna, che organizza l’evento, e al distributore italiano, Spin-Go. Lo stesso giorno del concerto, finalmente, ci danno il via libera. Alle sette del pomeriggio mi reco al Brancaleone con il mio foglietto delle domande, emozionato al pensiero di poter scambiare quattro chiacchiere con due dei miei miti giovanili. Arrivato in loco, mi viene detto che la mia “prenotazione” non risulta da nessuna parte, ma un gentilissimo organizzatore del Brancaleone (in questa disavventura devo infatti lodare il comportamento degli organizzatori e del personale del “Branca”, tutti sempre cortesi e molto disponibili) mi permette di parlare con il tour manager e con l’addetto di Dna, che ci aveva fissato l’appuntamento. Si scopre quindi che il tour manager non era stato avvisato e che era di pessimo umore e affamato, come mi dicono essere anche Booth e Brown. Risultato: l’intervista non si fa, proprio no. Poi, sempre il tour manager (gli Autechre non mi rivolgeranno mai la parola) aggiunge che, se saranno dell’umore giusto, forse potrò porre loro le mie domande un’oretta prima del concerto. Torno al Brancaleone alle 23.30 (il concerto inizierà solo alle 1.40), ma non c’è niente da fare: gli Autechre non sono “in the mood”, niente intervista. Peccato, anche per loro.

Ma veniamo al resoconto della serata. L’entrata in scena è discreta, ma ad effetto. La musica degli Autechre si incastra nell’ultimo brano suonato da DJ Rob Hall, mentre la luce puntata su di lui si dissolve, e quelle che illuminano la loro strumentazione fanno percepire i volti dei due. La scena è completamente al buio, fatta eccezione per i led verdi delle tre coppie di casse che stanno davanti a Booth e Brown coprendoli parzialmente, e per le fioche luci che permettono al duo di vedere che cosa sta suonando, impedendolo a chiunque altro. La strumentazione infatti, oltre che dal buio quasi completo, è protetta da alcune scatole e ripiani metallici. Di fatto, se già scorgere Booth e Brown non è semplice, vedere cosa suonano è impossibile. Prestando molta attenzione, tuttavia, si può supporre che non ci sia alcun laptop tra i ferri del mestiere. Sembra di essere tornati al 1993, quando chi aveva qualche vantaggio sonoro sugli altri faceva di tutto per mantenere il segreto. Questo atteggiamento li differenzia profondamente dalle nuove leve, figlie della filosofia dell’open source, che fanno esattamente il contrario, fiere di esibire sia la propria tecnologia che la paccottiglia vintage. Prova ne siano le recenti tappe italiane di Four Tet e Prefuse 73, tanto per fare due esempi.

Anche lo schema delle loro esecuzioni è molto old style, e sempre più o meno questo: base di beat forse presa da qualche brano già inciso, forse no, e sopra altri beat, rumori vari ma solo di natura analogica, e a volte (di rado, a onor del vero) qualche esile, eterea melodia ricavata — sembrerebbe — da una tastierina.
Gli Autechre stasera vogliono dimostrare di essere gli unici depositari di un certo suono, e da questo punto di vista l’esibizione è completamente riuscita. Il problema è piuttosto di approccio. Si sceglie di non concedere niente agli altri sensi (soprattutto alla vista, ma la scelta sarebbe stata davvero sorprendente e rivoluzionaria se la negazione del senso-principe fosse stata totale, e il buio completo e impenetrabile), di non essere neanche sensazione fisica (scordatevi i bassi che vi fanno tremare, in un concerto di questi signori), ma puro ascolto. Ecco perché non mi stancherò mai di dire che quella degli Autechre è un’elettronica astratta: vuole creare sensazioni esattamente allo stesso modo dell’arte non figurativa alla sua nascita.

La decisione, però, non è del tutto felice, perché il rischio di andare incontro a una certa monotonia non viene evitato, anzi. Si va avanti senza l’appiglio di un brano noto, senza pause fra un pezzo e l’altro in un’esibizione monolitica, che stanca e non sempre appaga.
Il concerto acquista mordente verso il finale, quando i battiti di Booth e Brown si fanno molto complessi, e si arriva quasi a una sorta di noise elettronico imbastito prima su quella che sembra una parte di “Gantz Graf” in loop, poi su altri beat duri, quasi ostici, che aggrediscono l’ascoltatore come forse sarebbe stato meglio fare anche in precedenza. Raggiunto il culmine di questa “pienezza”, gli Autechre lasciano nell’aria soltanto un fischio, una radiazione di fondo prima di spegnere le attrezzature e scomparire improvvisamente proprio come erano apparsi.

Per chiudere, una nota di demerito per parte del pubblico: qualcuno si agita come se fosse al Cocoricò lamentandosi perché gli altri (intelligentemente) non ne seguono l’esempio, altri parlano per tutta la durata del concerto, altri ancora urlano a sproposito, e non manca qualche “Fatece bballa’!” del tutto fuori luogo. E’ vero, forse era compito degli Autechre riprendersi e recuperare queste anime perse, e tale situazione va imputata anche a loro, ma solo in minima parte.

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