31/05/2006

Rivulets

La Volpe e l’uva, Salerno


di Antonio Ciarletta
Rivulets

“Sogno di una notte di mezza primavera”, titolerebbe uno sprovveduto scribacchino alle prime armi in forzata enfasi citazionista. In realtà, la frescura pungente a cui ci siamo giocoforza sottoposti è stata ben ripagata dall’ascolto di uno dei più grandi talenti del cantautorato avant-mininale di ultima generazione: Mr Rivulets, al secolo Nathan Amundson, da Duluth, figlioccio prediletto di Alan Sparhawk, in quel di Salerno. Ma procediamo con ordine.
Il locale non è esattamente l’ideale per un’esibizione del genere. All’aperto, condiviso con una clientela generica che di tutto ha voglia, mangiare, bere, divertirsi… fuorché rimanere in religioso silenzio al fine di entrare in comunione di sensazioni con l’artista. Vabbè, l’impiantistica è qui un annoso problema, per cui ci sembra inutile imprecare. D’altronde non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire… In apertura, il buon Mr.Milk, alle prese con un delizioso lamento Drake-iano, riscalda l’ambiente. Spiccata personalità appena adombrata da una timidezza di maniera che rende simpatico il personaggio, e ce ne fa apprezzare le buone doti espressive, oltre che una discreta fantasia compositiva.

Quando toglie gentilmente il disturbo il (poco) pubblico interessato resta sufficientemente soddisfatto e sufficientemente in tiro per accogliere la seconda guest della serata, gli Amè.
Qui si viaggia dalle parti di Calexico, Black Heart Procession se non Castanets. Sì, avete indovinato, quei suoni che evocano paesaggi desertici, tra fantasmi di città disabitate, visioni rabdomantiche, scricchiolanti ma melodiose suggestioni western; come dei Wall Of Voodoo meno impetuosi ma ancor più allucinati. Non male.

Subito dopo il piatto forte, Rivulets. Alto, allampanato, un viso da ragazzino che tradisce un’età post puberale, Nathan si avvia sul palchetto con flemma, senza svelare nessun segno di nervosismo, che pur avrebbe potuto presentarsi considerata la non ideale confacenza del contesto. Il ragazzo si china con maestria sulla chitarra, e inizia a intonare accordi su accordi senza soluzione di continuità. Una voce apprensiva ma profonda, vellutata, al (male) miele, direttamente in comunicazione con l’anima; come sorgente di acqua purissima, sgorga incontrollata, e senza controllo, l’etere diviene strumento di condivisioni di sensazioni, almeno per chi in catalessi è capace di abbandonarsi al florilegio di emozioni che il nostro stimola con naturalezza estrema. Il fluire meravigliosamente chiesastico di quelle note si sublima in “Cutter”, dal magnifico “Debridement”, in quasi cinque minuti di perturbante tristezza, che porta con sé il carico di una giovinezza vissuta ma già consumata.

Il vociare del pubblico aumenta, Nathan s’infastidisce, ma continua a dispensare magie, quasi fosse in missione divina, fino alla fine, fino all’ultima goccia d’energia, fino al bis fortemente richiesto dall’audience interessata. Non c’è limite al climax emozionale che può creare un uomo con la sola chitarra, soprattutto se quell’uomo è in possesso di un talento fuori dalla norma. Nathan dimostra, se mai ve ne fosse bisogno, che la musica è questione di attitudine, di capacità di creare situazioni di mutuo scambio di suggestioni, di percezioni condivise, di transfert emotivi che l’artista trasla sul singolo ascoltatore.
Poi, quattro chiacchiere, il banchetto dei cd, i soliti convenevoli, ma soprattutto la consapevolezza di un fiore definitivamente sbocciato.
Un plauso particolare all’organizzazione nella persona di Raffaele Orilio, una delle poche voci fuori dal coro di una città ancora troppo poco sensibile rispetto alla proposta di musiche “altre”.

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