Low

Low

(S)low core e pop minimalista

di Antonio Ciarletta + AA. VV.

Atmosfere malinconiche, unite a melodie soavi e a momenti di stasi trascendente: è la ricetta dei Low, il trio del Minnesota che ha elevato lo slowcore a meditazione spirituale

La musica dei Low non ha eguali nella storia del rock. Inizialmente emuli di Codeine, Cowboy Junkies e dello slo-core in genere, sono successivamente pervenuti a uno stile personale, minimale nei suoni e trascendentale nell'umore. Dire che i Low fanno musica triste e depressa è sicuramente vero, ma al contempo riduttivo. A livello semiotico, nella musica dei Low troviamo la fusione di significanti e significati; voci, suoni, testi e concetti espressi vanno a plasmare un'icona sonora compatta, che trova nella natura il suo referente ma nel superamento della stessa il suo fine. Le atmosfere create sono oniriche, appartengono a mondi lontani, possibili unicamente nei sogni. Solo Tim Buckley in passato, Roy Montgomery (Dadamah, Dissolve, Hash Jar Tempo) e i Lycia negli anni Novanta sono riusciti a comporre una musica così intensamente metafisica. La poesia sonora dei Low fluisce languidamente, cattura anima e corpo, affascina e rende catatonici, ipnotizza come solo Jim Morrison sapeva fare.

Il progetto Low si materializza nel 1994 a Duluth nel Minnesota, e ha come protagonisti Alan Sparhawk (voce e chitarra), la moglie Mimi Parker (batteria e voce) e il bassista John Nichols (sostituito da Zack Sally a partite da Long Division).

L'Ep Low contienealcune delle composizioni più lente che il gruppo abbia mai prodotto, mostrando da subito una stretta parentela con i Codeine. "Lazy" e "Words" verranno riproposte su I Could Live In Hope, "Caroline" e "Below and above" su Long division.

L'album d'esordio I Could Live In Hope è un lavoro strabiliante, insolitamente maturo per un gruppo alla prima uscita. Il suono è scarno ma intenso; è davvero incredibile come i Low riescano a costruire paesaggi sonori e atmosfere da sogno con la strumentazione classica di una rock band (chitarra, basso, batteria), impartendo così una severa lezione a quella moltitudine di musicisti elettronici che negli anni 90 si vantano di produrre musica ambientale. Una linea di basso minacciosa, ma tenue allo stesso tempo introduce la prima "poesia"; "Words" si trascina per oltre 5 minuti, sorretta da un'abulica melodia alla Galaxie 500 e dalla voce evocativa di Sparhawk, che pur non essendo particolarmente dotato, riesce a conferire al flusso sonoro una carica emozionale rilevante. In "Fear" il canto congiunto, quasi corale, di Sparhawk e della Parker va a costruire un'atmosfera sognante alla Mazzy Star, che si interrompe però bruscamente, squarciata da un ritornello declamato con l'austerità degli Swans. "Slide" è il capolavoro vocale di Mimi Parker; il suo canto delicato e avvolgente è capace di ipnotizzare l'ascoltatore, guidandolo verso destinazioni ultraterrene. Lo stile vocale della Parker è un incrocio molto suggestivo tra Tim Buckley e Hope Sandoval, Grace Slick e Margo Timmins; ciò che ne risulta è una sorta di sussurro etereo che ha la stessa qualità evocativa del vagito celestiale di Elizabeth Fraser.

"Lullaby" è una dolorosa ballata di circa dieci minuti che inizia lentamente, ma che aumenta il proprio ritmo non tanto per effetto della batteria o del basso, ma delle chitarre, che sembrano rincorrersi tra loro, disegnando, contemporaneamente, un intreccio melodico alla "Picture Of You" (The Cure).

I Could Live In Hope è un album meraviglioso, una di quelle opere che ha il merito di sdoganare il rock dal concetto stereotipato di musica adolescenziale, selvaggia e violenta, legata agli istinti primari. Se il tempo giudicherà il rock come arte maggiore, sarà anche per merito di dischi come questo.

In Long Division le melodie girano sempre al rallentatore, ma la sezione ritmica è ancor meno invadente. La batteria accompagna, più che produrre ritmo; il sound risulta ancora più minimale, solo apparentemente statico, ma se possibile ancora più ascetico. La musica sembra evocare stati di calma, ma è una calma illusoria, sottesa da un'evidente tensione.

"Violence" potrebbe essere l'ideale colonna sonora per il Dottor Stranamore di Stanley Kubrick, nell'attimo che precede la deflagrazione; è pazzesco come un musica così tranquilla possa essere al contempo così grave. Nella melodia di "Caroline" aleggia ancora lo spettro dei Galaxie 500, ma per intensità, il pezzo è superiore a qualsiasi cosa il gruppo di Wareham abbia mai prodotto. "Shame" è un altro dei capolavori dell'album, un lungo pianto che si materializza dal nulla, con gli strumenti che suonano discreti, mai invadenti. "Swingin'" è un pezzo pop con tanto di ritornello, e anticipa il discorso che sarà poi sviluppato compiutamente su Things We Lost In The Fire.

L'arte del trio di Duluth punta a produrre atmosfere; ciò che fa la differenza è che i nostri sanno anche scrivere canzoni. I Low sono destinati a durare. I Could Live In Hope e Long Division sono opere di valore assoluto, e dopo solo due album i Low assurgono allo status di classici del rock.

L'Ep Trasmission contiene una nuova versione di "Caroline", e il sound in generale non si discosta da quanto sentito su Long Division.

Con The Curtain Hits The Cast inizia la fase di transizione, che porterà il gruppoad esprimersiin un linguaggiopiù pop. Nonostante la lunghezza di alcune composizioni, è uno degli album più accessibili, un'ottima guida introduttiva per neofiti del gruppo. Il sound è più corposo, ispessito dalla produzione di Steve Fisk. Ma è pur sempre un album dei Low, e la triste "Anon" lo ribadisce. "Do You Know How To Waltz" è una composizione chilometrica, una delle più atmosferiche del loro repertorio, mentre "Mom Says" è una delle più desolate. I Low hanno completamente rielaborato le proprie influenze; gli echi di Codeine, Nick Drake e Buckley senior sono stati codificati in uno stile unico, riconoscibile, ormai indipendente dai suddetti modelli.

Songs For A Dead Pilot è un disco anomalo. I Low producono l'album autonomamente cercando di sperimentare nuove soluzioni (una musica ancora più rarefatta), ma il risultato è un freddo sperimentalismo fine a se stesso. "Born By The Wires" è un lungo requiem di 13 minuti dominato dal fragile falsetto di Spararhawk; sembra che il gruppo voglia dare un suono al silenzio. Insieme alla passionale "Will The Night", è l'unico pezzo del disco a salvarsi.

In Owl Remix Low una serie di musicisti elettronici si confrontano col repertorio dei Low, producendo versioni remixate di alcuni pezzi del gruppo.

In The Fishtank è un'interessante collaborazione con i Dirty Three. Il violino di Warren Ellis dona più dinamismo al sound dei Low e alcune composizioni sono veramente apprezzabili. Notevole è la cover di Neil Young "Down By The River", così come "When I Called Upon Your Seed".

Secret Name prosegue il discorso iniziato a partire da The Curtain Hits The Cast. Il sound è ancora più corposo per effetto dell'aggiunta di nuovi strumenti come il piano e il violoncello, ma ciò penalizza le atmosfere. Su Secret Name l'arte dei Low diventa più terrena e meno spirituale: più Neil Young che Tim Buckley.

Tuttavia Secret Name è soprattutto un album di transizione, dove il pop inizia a far timidamente capolino, senza avere ancora una forma compiuta. In questo disco il sound del gruppo è piatto, senza personalità; ha perso molte delle qualità che lo hanno contraddistinto in passato, e la nuova attitudine non è ancora così evidente. Ciò nonostante è sempre un album dei Low e le buone canzoni non mancano. "Starfire" e "Two Step" sono i pezzi che più ricordano il vecchio stile; sono composizioni che fluttuano in un vuoto siderale alla ricerca di un appiglio, di un appoggio su cui adagiarsi. "Soon" è l'emblema del sound di Secret Name. Si trascina per oltre cinque minuti senza un perché; l'atmosfera non è particolarmente celestiale né la melodia particolarmente memorabile. "Immune" è invece una delicata pop song che preannuncia una nuova maturità, ed è idealmente il primo pezzo di Things We Lost In The Fire.
Secret Name va preso per quello che è, un album di preparazione, l'ultimo stadio verso l'approdo a una nuova modalità espressiva, ma il disco venne osannato oltremodo, soprattutto da quella parte di critica che si era persa i primi capolavori.

Christmans è un disco di cover e rarità varie che nulla aggiunge al repertorio dei Low.

Bombscare è ancora split, stavolta con gli Spring Heel Jack. I Low forniscono voce e testi, Coxon e Wales la musica.

Things We Lost In The Fire è il nuovo capolavoro del trio di Duluth, il disco che perfeziona la trasformazione avviata con The Curtains Hits The Cast, dove finalmente si fondono tutti gli elementi che hanno caratterizzato, nei diversi periodi, l'universo sonoro dei Low: lentezza (in alcune composizioni, ormai non più così esasperata) atmosfere celestiali, melodie soavi, intensità del cantato si compiono in strutture armoniche decisamente pop. I Low si riscoprono compositori di canzoni come si facevano una volta (e come si continuano tuttora a fare), con tanto di ritornelli orecchiabili. E' difficile capire se il gruppo volesse arrivare a questo, fatto sta che la fulgida poesia dei Low non è mai stata così diretta. L'iniziale "Sunflower" è il manifesto programmatico del nuovo corso; una batteria incalzante scandisce il ritmo, la chitarra e le voci di Sparhawk e Parker disegnano una melodia rotonda, il piano irrompe a metà pezzo, irrobustisce il suono e conferisce alla musica una qualità orchestrale. "Dinosaur Act" e "July" sono le composizioni più pop del disco e dell'intera carriera dei Low, dove il tutto è studiato per trasmettere al ritornello la massima intensità possibile.

Non mancano, però, canzoni nel classico stile rallentato della band. "Embrace" è un capolavoro: la Parker recita una preghiera nello stile salmodiante di Nico, il violino accompagna in primo piano, e la via per il paradiso non è mai stata così breve.

"Like A Forest" è violenza emotiva allo stato puro; la bellezza della melodia è arricchita da arrangiamenti orchestrali e da un violino alla Dirty Three che conferisce ancora più dinamismo al pezzo. Il folk surreale di "In Metal" chiude degnamente l'album.

Trust (2002) fa di nuovo centro. I Low potrebbero rifare se stessi all'infinito senza annoiare mai, tant'è che il nuovo disco introduce anche delle importanti novità. Innanzitutto sono presenti almeno un paio di power ballad, come "Canada" e "Last Snowstorm Of The Year" che sono quanto di più vicino al rock abbiano mai prodotto. In "Canada" la percussività ipnotica dei Velvet Underground si mischia al power folk dei Byrds; ciò che ne scaturisce è qualcosa di simile agli Swell. La seconda novità è che Trust è l'album più cupo e depresso dei Low. "(That's How You Sing) Amazing Grace" e "John Prine" sono incubi di oltre 7 minuti, e soprattutto nel secondo aleggia il fantasma degli Swans. "In The Drugs" è una ballata folk che si riallaccia all'album precedente, mentre a "Tonight" spetta la palma per l'atmosfera più celestiale.Il capolavoro dell'album è forse la struggente "Point Of Disgust", in cui una superba melodia vocale e un arrangiamento di pianoforte sono "disturbate" dal rumore della pioggia. L'autunno non è mai stato così plumbeo.

Alan Sparhawk darà anche un apporto significativo agli album di Jessica Bailiff, la migliore seguace del Low-sound.

Il sound del trio del Minnesota è il suono dell'uomo che ascende a puro spirito, del fluttuare della piuma mossa dal vento, dell'aurora e del tramonto al tempo stesso: è il suono dell'infinito. I Low hanno marchiato a fuoco la storia del rock.

Con The Great Destroyer (2005) la band si cimenta in composizioni precipuamente pop, facendo (parecchio) affidamento sulla distorsione e sulla melodie.  Vero è che il suono perde un po' della sua personalità, ma è altrettanto vero che le canzoni appaiono compiute come non mai, le melodie maggiormente intelligibili, per quello che potrebbe essere l'album più immediato della band.
The Great Destroyer sugli stessi sentieri di Things We Lost In The Fire? In apparenza sì, ma ascoltando con attenzione si evince come i presupposti siano diversi se non opposti, pur essendo simile il risultato finale. In Things We Lost In The Fire le dilatazioni venivano ingabbiate tra le maglie della forma canzone conservando il tocco psichedelico, l'intensità trascendente e l'afflato poetico degli esordi. In The Great Destroyer i Low sfornano pezzi che potrebbero scrivere i Rolling Stones o gli U2. Canzoni rock ("dure e pure") al massimo livello, con il dono dell'orecchiabilità, per quanto possibile, persino più veloci, per quanto possibile. E' il metodo a essere cambiato.
L'iniziale "Monkey" è la cartina tornasole, incubo younghiano intrappolato nel rumore ossessivo di marca Velvet. Ancora distorsore a manetta in "California" ed "Everybody's Song", mentre nelle splendide "Cue To String" e "Pissing" riemerge l'intensità dei primordi . "Just Stand Back" e "Step", infine, sono della foggia pop più pura.

Drums And Guns (2007), anziché andare in cerca di fantasmi e tribalismi stregati, racconta storie assassine che mescolano candore e amarezza, puntando, come sempre, al firmamento.
Che tizi e cai nascondano le sei corde non è che importi tanto; che lo faccia chi ha marchiato a fuoco pagine indelebili della storia della musica con la profondità dei suoi arpeggi, beh, è qualcosa di molto più grosso. L'esperimento più lontano dalle radici è "Belarus": una dolce e piacevole recitazione di coppia, tracciata da basso, batteria elettronica, nota di piano, loop di voce e folate di violini da camera. Una carezza. Emotivamente, l'altro lato della medaglia è ben rappresentato da "Murderer". Spazzolate di batteria e chitarra trattata a far da sfondo ad una melodia toccante ed introversa; la voce che si carica di grandeur per poi spegnersi docile.
Il problema del disco è che molte tendono a filare via troppo lisce, specie nel corpo centrale, quando i toni si fanno più cupi. Esemplare è "Take Your Time", per rintocchi di campane, pulsazione electro e funeree note di piano. Quel che sembra mancare è la profondità di affondo: la classe c'è ancora, ma sono pochi i colpi al cuore.
Se la toccante "Dragnofly" e la delicata "Always Fade" riescono a mettersi in mostra con piacere, la vera gemma è "Breaker". Ossia un riuscitissimo impasto di elettronica, battiti di mani e organo, con Sparhawk a entrarci su in modo meraviglioso, seviziando la sua chitarra per circa un minuto e mezzo.
Tralasciando i brani meno succosi, non resta che citare una curiosità, il divertissement "Hatchet", con il suo invito a pennate di basso ("Let's bury the hatchet, like the Beatles and the Stones").


C'mon, esce a ben quattro anni di distanza da Drums And Guns, al culmine di un periodo durante il quale Alan Sparhawk si dedica al parallelo progetto in aria di vintage-rock Retribution Gospel Choir.

Se il disco precedente aveva rappresentato una significativa sterzata rispetto al canonico suono dei Low, "C'mon" restituisce la band di Duluth a un registro più "classico", che si congiunge in maniera abbastanza palese ai fasti di Things We Lost In The Fire e Trust. Laddove Drums And Guns gettava uno sguardo cupo e apocalittico sui destini di un'umanità fragile e disorientata, le nuove canzoni delineano un ripiegamento nel privato, negli affetti e nei sentimenti più autentici.
Registrati nei Sacred Heart Studio di Duluth (siti in una chiesa sconsacrata), dove vide la luce anche Trust, i dieci brani di C'mon risultano canzoni sospese in una dimensione temporale aliena, nella quale tornano a incontrarsi brumose carezze al rallentatore e accorate elegie modellate su scarnificazioni degli stilemi del rock e sulla raffinatezza di melodie tanto eteree quanto compiute.

I Low suonano con C'mon come una band pacificata, le cui inquietudini hanno lasciato progressivamente spazio alla grazia e alla tenerezza di sentimenti più intimi e quotidiani che, tuttavia, non fiaccano né banalizzano la capacità evocativa della loro musica.
Da tempo consapevoli di avere un suono paradigmatico non hanno più alcuna remora a contaminare la propria musica: l'hanno fatto con l'ibridazione indie-rock di The Great Destroyer, con le "sporcature" elettroniche di Drums And Guns e non vi rinunciano neanche in C'mon.
In questo caso, però, scelgono di incidere e suonare un disco nel quale il suono "Low" si sposa al più classico dei generi americani: quel folk-rock che, a detta dello stesso Sparhawk è la vera voce della gente.
È C'mon, in qualche modo, il disco che sancisce definitivamente come i Low siano un gruppo folk, un gruppo di musica tradizionale che rilegge la grande tradizione americana alla luce del maelström che da lungo tempo ne intorbida e ne rende perigliose le acque. E alla luce di questa prospettiva anche le straordinarie ballate che ne costellano i precedenti lavori - dalla riproposizione di "Sunshine" dell'album d'esordio, fino a "(That's How You Sing) Amazing Grace", passando per "In Metal" e "Lion/Lamb" - riescono a essere docilmente ricondotte nell'alveo della "classicità", intesa come continua esplorazione dell'animo umano attraverso l'espressone musicale.
Sono l'apertura quasi pop di "Try To Sleep" e la chiosa festosa di "Something's Turning Over" - con i giovanissimi figli Hollis e Cyrus ad accompagnare ai cori - che evidenziano come Alan e Mimi abbiano in qualche modo scacciato i propri fantasmi (che, probabilmente, angosciavano soprattutto il primo). Ma è, anche questa volta, laddove il canto si fa più veemente e la musica più intensa che il livello emotivo dell'album decolla: la semplicità struggente di "$20", la soave e vivida "Nightingale" nella quale le voci dei due coniugi più intonati d'America si carezzano vicendevolmente e si allacciano, preludendo all'appassionato amplesso di "Nothing But Heart", ripetitiva e catartica, o l'incalzare di "Majesty/Magic" sono i vertici di un'opera solida e coinvolgente.
Niente orpelli, quindi, e poche concessioni alla sperimentazione o al travestimento: solo una band nuda, sincera e profondamente comunicativa.

Abbandonata la pur felice strada dell’autoproduzione, battuta col precedente C’mon, per The Invisible Way (2013) i Low hanno infatti deciso di chiamare in cabina di regia tale Jeff Tweedy, il quale ha risposto ospitando i giganti dello slowcore nel contesto ideale (il Wilco Loft di Chicago) in cui scrivere l’ennesimo capitolo memorabile della propria storia.
Una storia che proprio con l’album in questione festeggia vent’anni, ma che ha ancora pagine bianche da riempire, nella fattispecie riprendendo le suggestioni folk-rock davanti alle quali si era fermato l’album precedente e scavando ancora più a fondo nel cuore della tradizione americana. Fin dalle prime note di “Plastic Cup”, appare chiaro come la strada invisibile del titolo sia anche quella che porta i due musicisti del Minnesota a confrontare il proprio mondo di ballate nude ed evanescenti con il più classico cantautorato dei loner, legato a quelle stesse coordinate geografiche (chi ha detto “Zimmerman”?).
Il pianoforte e la chitarra acustica (“una Martin degli anni 40”, tiene a precisare Alan Sparhawk), protagonisti assoluti del suono di “The Invisible Way”, paiono suonarsi da sé, tanta è la naturalezza con cui sorreggono le armonie trascendentali cantate da marito e moglie. Il resto, ovviamente, lo fanno le canzoni. “Puntiamo sempre alla concisione e togliamo tutto ciò che del brano non serve”, ha dichiarato Sparhawk. Ed è proprio quest’arte della sottrazione a generare due gioielli di bellezza inestimabile: una classica Low-song a nome “Amethyst”, in cui ogni cambio di accordo è una morsa che stringe il cuore e l’austera ballad impregnata di soul “Clarence White”, impreziosita nei fill da una dicotomia minimalismo/gusto per l’eccentrico che odora di Wilco.
Le restanti composizioni tengono comunque il passo magistralmente, esprimendo una potenza musicale che si manifesta nell’assenza, sia essa quella dei paesaggi aridi su cui la sola Parker intona la preghiera “Holy Ghost” o quella degli spazi vuoti in cui si inseriscono fraseggi desertici e suadenti armonie Sixties in “Four Score”.
Il senso di perenne sospensione, l’insieme di cenni che lasciano intendere senza compiersi, da sempre componenti imprescindibili della poetica del gruppo, emanano qui un’aura di seduzione tale da imporsi anche sulle pochissime battute d’arresto (la lunga coda che squarcia il quadro bucolico di “On My Own”, una “Mother” che procede senza né intoppi né particolari sussulti) e valorizzano ulteriormente la serenità fugace delle rade escursioni nella pop-song in “So Blue” e “Just Make It Stop”.
Nel suo equilibrio precario fra la propensione cosmica delle voci e la sinistra delicatezza dei suoni, la nuova fatica dei Low richiede numerose frequentazioni prima di svelare la sua essenza. Alla fine del percorso, però, quella “Invisible Way” apparirà più tangibile che mai a collegare con naturalezza le soluzioni peculiari della band a uno sguardo sempre più maturo verso le radici del proprio sound.

Con Ones And Sixes (2015) l'elettronica rientra nel mondo dei Low, ma questa volta dalla porta d'ingresso, senza intaccare il costante fascino spartano e naif della band. Gelido, aspro, rigido a tratti desolato il nuovo album contiene più di un elemento per restare in piedi al di là della fama e della storia del gruppo. 
Le note iniziali di “Gentle” riaprono la porta al dubbio e all’inquietudine con drum machine e glitch digitali a tormentare le note di piano e voce in uno svecchiamento linguistico dello slowcore che abbandona il vintage e si butta nel presente. Il tono tagliente e metallico del post-rock di “No Comprende” è uno dei vertici dell’album, nonché uno dei punti nodali dal quale partire per afferrare in pieno l’estasi meno confortevole e più fragile di questo nuovo capitolo del gruppo, anche se bisogna attendere “The Innocents” per essere sopraffatti dalla nuova estetica del dolore, tra distorsioni ritmiche ed elettroniche che ondeggiano su accordi sincopati di basso e chitarra, mentre il duetto di voci raggiunge una perfezione angelica.
“No End”,“Kid In The Corner” e “What Part Of Me” smuovono le acque gettando un alito di vento più caldo e melodico, smorzando in parte la tensione e dando spalla a possibili accuse di ruffianeria, soprattutto per il refrain travolgente di “What Part Of Me”, la canzone più pop mai scritta dal gruppo.
Quello che rende Ones And Sixes interessante è quella palpabile curiosità che negli ultimi capitoli sembrava addomesticata da produzioni altisonanti e da sonorità confortevoli, “Spanish Translation” è, ad esempio, il classico pezzo in slow-motion del gruppo, puro slowcore destinato all’ipnosi acustica, se Sparhawk non trasgredisse le regole con una interpretazione vocale che duella con gli strappi di chitarra elettrica, tenendo alta la tensione e l’attenzione.
In converso, “Congregation” si inebria di drum machine e oscurità con un incedere potente e incisivo, dove il dubbio vince sulle certezze e ridà slancio a un percorso sonoro che sembrava arenarsi in comode lande, quelle che in “DJ” ritornano piacevolmente a galla con uno dei testi più intensi che giustifica altresì la sua presenza in chiusura.
I fan si adageranno senza remore nelle braccia accoglienti di “Into You” e ovviamente della nostalgica “Lies”, ma i più esigenti si arrenderanno solo quando i quasi 10 minuti di “Landslide” li avvolgeranno come un tornado, un brano dove tutto viene giù con la forza di una valanga e la delicatezza di una tempesta di neve, ed è anche il capitolo dove si nota ancora di più il nuovo volto sonoro dei Low, le chitarre, la batteria e le voci sostengono il crescendo emotivo e lirico sostituendo l’uso di un’orchestra o di un suono più epico.

Raffinato esempio di longevità artistica e di rinnovamento costante Ones And Sixes suona entusiasmante, coraggioso, abrasivo, ma anche ricco di promesse per il futuro.

Contributi di Francesco Nunziata ("The Great Destroyer"), Ciro Frattini ("Drums And Guns"), Francesco Amoroso ("C'mon"), Andrea D'Addato ("The Invisible Way") e Gianfranco Marmoro ("Ones And Sixes")


Low

(S)low core e pop minimalista

di Antonio Ciarletta + AA. VV.

Atmosfere malinconiche, unite a melodie soavi e a momenti di stasi trascendente: è la ricetta dei Low, il trio del Minnesota che ha elevato lo slowcore a meditazione spirituale
Low
Discografia
 

Low (Ep, 1994)

6
I Could Live In Hope (1994)9
Long Division (1995)7,5
 Transmission (Ep, 1996)6
 

The Curtain Hits The Cast (1996)

7
 Songs For A Dead Pilot (Ep, 1997)5,5
 One More Reason To Forget (live, 1998)6
 Owl Remix Low (1998) 6
 

In The Fishtank (Ep, 1999)

6,5
 Secret Name (1999) 7
 

Christmas (1999)

5,5
 Bombscare (Ep, 2000)6

Things We Lost In The Fire (2001)

8
 

Paris'99-Anthony, Are you Around?(live, 2001)

7
Trust (2002)7,5
 The Great Destroyer (2005)7
 Drums And Guns (2007)7
C'mon (2011)8
The Invisible Way (SubPop, 2013)7,5
Ones And Sixes (SubPop, 2015 )8
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Low su OndaRock
Recensioni

LOW

Ones And Sixes

(2015 - Sub Pop)
L'elettronica rientra nel mondo dei Low, ma questa volta dalla porta d'ingresso

LOW

The Invisible Way

(2013 - Sub Pop)
La collaborazione con Jeff Tweedy dei giganti dello slowcore

LOW

C'mon

(2011 - Sub Pop)
La definitiva consacrazione del "Low-core", in un album classico e genuinamente "americano" ..

LOW

Drums And Guns

(2007 - Sub Pop)
Le storie assassine di Alan Sparhawk e Mimi Parker

LOW

The Great Destroyer

(2005 - SubPop)
I tre di Duluth ritornano con un disco che aggiunge agli umori depressi del precedente una buona dose ..

LOW

Trust

(2002 - Kranky Records)

LOW

I Could Live In Hope

(1994 - Vernon Yard)
Il manifesto dello slowcore americano

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