La musica dei Low non ha eguali nella storia del rock. Inizialmente emuli di Codeine, Cowboy Junkies e dello slo-core in genere, sono successivamente pervenuti a uno stile personale, minimale nei suoni e trascendentale nell'umore. Dire che i Low fanno musica triste e depressa è sicuramente vero, ma al contempo riduttivo. A livello semiotico, nella musica dei Low troviamo la fusione di significanti e significati; voci, suoni, testi e concetti espressi vanno a plasmare un'icona sonora compatta, che trova nella natura il suo referente ma nel superamento della stessa il suo fine. Le atmosfere create sono oniriche, appartengono a mondi lontani, possibili unicamente nei sogni. Solo Tim Buckley in passato, Roy Montgomery (Dadamah, Dissolve, Hash Jar Tempo) e i Lycia negli anni Novanta sono riusciti a comporre una musica così intensamente metafisica. La poesia sonora dei Low fluisce languidamente, cattura anima e corpo, affascina e rende catatonici, ipnotizza come solo Jim Morrison sapeva fare.
Il progetto Low si materializza nel 1994 a Duluth nel Minnesota, e ha come protagonisti Alan Sparhawk (voce e chitarra), la moglie Mimi Parker (batteria e voce) e il bassista John Nichols (sostituito da Zack Sally a partite da Long Division).
L'Ep Low contiene alcune delle composizioni più lente che il gruppo abbia mai prodotto, mostrando da subito una stretta parentela con i Codeine. "Lazy" e "Words" verranno riproposte su I Could live in hope, "Caroline" e "Below and above" su Long division.
L'album d'esordio I Could Live In Hope è un lavoro strabiliante, insolitamente maturo per un gruppo alla prima uscita. Il suono è scarno ma intenso; è davvero incredibile come i Low riescano a costruire paesaggi sonori e atmosfere da sogno con la strumentazione classica di una rock band (chitarra, basso, batteria), impartendo così una severa lezione a quella moltitudine di musicisti elettronici che negli anni 90 si vantano di produrre musica ambientale. Una linea di basso minacciosa, ma tenue allo stesso tempo introduce la prima "poesia"; "Words" si trascina per oltre 5 minuti, sorretta da un'abulica melodia alla Galaxie 500 e dalla voce evocativa di Sparhawk, che pur non essendo particolarmente dotato, riesce a conferire al flusso sonoro una carica emozionale rilevante. In "Fear" il canto congiunto, quasi corale, di Sparhawk e della Parker va a costruire un'atmosfera sognante alla Mazzy Star, che si interrompe però bruscamente, squarciata da un ritornello declamato con l'austerità degli Swans. "Slide" è il capolavoro vocale di Mimi Parker; il suo canto delicato e avvolgente è capace di ipnotizzare l'ascoltatore, guidandolo verso destinazioni ultraterrene. Lo stile vocale della Parker è un incrocio molto suggestivo tra Tim Buckley e Hope Sandoval, Grace Slick e Margo Timmins; ciò che ne risulta è una sorta di sussurro etereo che ha la stessa qualità evocativa del vagito celestiale di Elizabeth Fraser.
"Lullaby" è una dolorosa ballata di circa dieci minuti che inizia lentamente, ma che aumenta il proprio ritmo non tanto per effetto della batteria o del basso, ma delle chitarre, che sembrano rincorrersi tra loro, disegnando, contemporaneamente, un intreccio melodico alla "Picture of You" (The Cure).
I Could Live In Hope è un album meraviglioso, una di quelle opere che ha il merito di sdoganare il rock dal concetto stereotipato di musica adolescenziale, selvaggia e violenta, legata agli istinti primari. Se il tempo giudicherà il rock come arte maggiore, sarà anche per merito di dischi come questo.In Long division le melodie girano sempre al rallentatore, ma la sezione ritmica è ancor meno invadente. La batteria accompagna, più che produrre ritmo; il sound risulta ancora più minimale, solo apparentemente statico, ma se possibile ancora più ascetico. La musica sembra evocare stati di calma, ma è una calma illusoria, sottesa da un'evidente tensione.
"Violence" potrebbe essere l'ideale colonna sonora per il Dottor Stranamore di Stanley Kubrick, nell'attimo che precede la deflagrazione; è pazzesco come un musica così tranquilla possa essere al contempo così grave. Nella melodia di "Caroline" aleggia ancora lo spettro dei Galaxie 500, ma per intensità, il pezzo è superiore a qualsiasi cosa il gruppo di Wareham abbia mai prodotto. "Shame" è un altro dei capolavori dell'album, un lungo pianto che si materializza dal nulla, con gli strumenti che suonano discreti, mai invadenti. "Swingin'" è un pezzo pop con tanto di ritornello, e anticipa il discorso che sarà poi sviluppato compiutamente su Things we lost in the fire.
L'arte del trio di Duluth punta a produrre atmosfere; ciò che fa la differenza è che i nostri sanno anche scrivere canzoni. I Low sono destinati a durare. I Could Live In Hope e Long Division sono opere di valore assoluto, e dopo solo due album i Low assurgono allo status di classici del rock.
L'Ep Trasmission contiene una nuova versione di "Caroline", e il sound in generale non si discosta da quanto sentito su Long division.
Con The curtain hits the cast inizia la fase di transizione, che porterà il gruppo ad esprimersi in un linguaggio più pop. Nonostante la lunghezza di alcune composizioni, è uno degli album più accessibili, un'ottima guida introduttiva per neofiti del gruppo. Il sound è più corposo, ispessito dalla produzione di Steve Fisk. Ma è pur sempre un album dei Low, e la triste "Anon" lo ribadisce. "Do you know how to waltz" è una composizione chilometrica, una delle più atmosferiche del loro repertorio, mentre "Mom says" è una delle più desolate. I Low hanno completamente rielaborato le proprie influenze; gli echi di Codeine, Nick Drake e Buckley senior sono stati codificati in uno stile unico, riconoscibile, ormai indipendente dai suddetti modelli.
Songs for a dead pilot è un disco anomalo. I Low producono l'album autonomamente cercando di sperimentare nuove soluzioni (una musica ancora più rarefatta), ma il risultato è un freddo sperimentalismo fine a se stesso. "Born by the wires" è un lungo requiem di 13 minuti dominato dal fragile falsetto di Spararhawk; sembra che il gruppo voglia dare un suono al silenzio. Insieme alla passionale "Will the night", è l'unico pezzo del disco a salvarsi.
In Owl remix Low una serie di musicisti elettronici si confrontano col repertorio dei Low, producendo versioni remixate di alcuni pezzi del gruppo.
In the fishtank è un'interessante collaborazione con i Dirty Three. Il violino di Warren Ellis dona più dinamismo al sound dei Low e alcune composizioni sono veramente apprezzabili. Notevole è la cover di Neil Young "Down by the river", così come "When I called upon your seed".
Secret name prosegue il discorso iniziato a partire da The curtain hits the cast. Il sound è ancora più corposo per effetto dell'aggiunta di nuovi strumenti come il piano e il violoncello, ma ciò penalizza le atmosfere. Su Secret name l'arte dei Low diventa più terrena e meno spirituale: più Neil Young che Tim Buckley.
Tuttavia Secret name è soprattutto un album di transizione, dove il pop inizia a far timidamente capolino, senza avere ancora una forma compiuta. In questo disco il sound del gruppo è piatto, senza personalità; ha perso molte delle qualità che lo hanno contraddistinto in passato, e la nuova attitudine non è ancora così evidente. Ciò nonostante è sempre un album dei Low e le buone canzoni non mancano. "Starfire" e "Two step" sono i pezzi che più ricordano il vecchio stile; sono composizioni che fluttuano in un vuoto siderale alla ricerca di un appiglio, di un appoggio su cui adagiarsi. "Soon" è l'emblema del sound di Secret name. Si trascina per oltre cinque minuti senza un perché; l'atmosfera non è particolarmente celestiale né la melodia particolarmente memorabile. "Immune" è invece una delicata pop song che preannuncia una nuova maturità, ed è idealmente il primo pezzo di Things we lost in the fire.
Secret name va preso per quello che è, un album di preparazione, l'ultimo stadio verso l'approdo a una nuova modalità espressiva, ma il disco venne osannato oltremodo, soprattutto da quella parte di critica che si era persa i primi capolavori.
Christmans è un disco di cover e rarità varie che nulla aggiunge al repertorio dei Low.
Bombscare è ancora split, stavolta con gli Spring Heel Jack. I Low forniscono voce e testi, Coxon e Wales la musica.
Things we lost in the fire è il nuovo capolavoro del trio di Duluth, il disco che perfeziona la trasformazione avviata con The curtains hits the cast, dove finalmente si fondono tutti gli elementi che hanno caratterizzato, nei diversi periodi, l'universo sonoro dei Low: lentezza (in alcune composizioni, ormai non più così esasperata) atmosfere celestiali, melodie soavi, intensità del cantato si compiono in strutture armoniche decisamente pop. I Low si riscoprono compositori di canzoni come si facevano una volta (e come si continuano tuttora a fare), con tanto di ritornelli orecchiabili. E' difficile capire se il gruppo volesse arrivare a questo, fatto sta che la fulgida poesia dei Low non è mai stata così diretta. L'iniziale "Sunflower" è il manifesto programmatico del nuovo corso; una batteria incalzante scandisce il ritmo, la chitarra e le voci di Sparhawk e Parker disegnano una melodia rotonda, il piano irrompe a metà pezzo, irrobustisce il suono e conferisce alla musica una qualità orchestrale. "Dinosaur act" e "July" sono le composizioni più pop del disco e dell'intera carriera dei Low, dove il tutto è studiato per trasmettere al ritornello la massima intensità possibile.
Non mancano, però, canzoni nel classico stile rallentato della band. "Embrace" è un capolavoro: la Parker recita una preghiera nello stile salmodiante di Nico, il violino accompagna in primo piano, e la via per il paradiso non è mai stata così breve.
"Like a forest" è violenza emotiva allo stato puro; la bellezza della melodia è arricchita da arrangiamenti orchestrali e da un violino alla Dirty Three che conferisce ancora più dinamismo al pezzo. Il folk surreale di "In metal" chiude degnamente l'album.
Trust (2002) fa di nuovo centro. I Low potrebbero rifare se stessi all'infinito senza annoiare mai, tant'è che il nuovo disco introduce anche delle importanti novità. Innanzitutto sono presenti almeno un paio di power ballad, come "Canada" e "Last snowstorm of the year" che sono quanto di più vicino al rock abbiano mai prodotto. In "Canada" la percussività ipnotica dei Velvet Underground si mischia al power folk dei Byrds; ciò che ne scaturisce è qualcosa di simile agli Swell. La seconda novità è che Trust è l'album più cupo e depresso dei Low. "(That's how you sing) Amazing grace" e "John Prine" sono incubi di oltre 7 minuti, e soprattutto nel secondo aleggia il fantasma degli Swans. "In the drugs" è una ballata folk che si riallaccia all'album precedente, mentre a "Tonight" spetta la palma per l'atmosfera più celestiale.Il capolavoro dell'album è forse la struggente "Point of disgust", in cui una superba melodia vocale e un arrangiamento di pianoforte sono "disturbate" dal rumore della pioggia. L'autunno non è mai stato così plumbeo.
Alan Sparhawk darà anche un apporto significativo agli album di Jessica Bailiff, la migliore seguace del Low-sound.
Il sound del trio del Minnesota è il suono dell'uomo che ascende a puro spirito, del fluttuare della piuma mossa dal vento, dell'aurora e del tramonto al tempo stesso: è il suono dell'infinito. I Low hanno marchiato a fuoco la storia del rock.
Con The Great Destroyer (2005) la band si cimenta in composizioni precipuamente pop, facendo (parecchio) affidamento sulla distorsione e sulla melodie. Vero è che il suono perde un po' della sua personalità, ma è altrettanto vero che le canzoni appaiono compiute come non mai, le melodie maggiormente intelligibili, per quello che potrebbe essere l'album più immediato della band.
The Great Destroyer sugli stessi sentieri di Things We Lost In The Fire? In apparenza sì, ma ascoltando con attenzione si evince come i presupposti siano diversi se non opposti, pur essendo simile il risultato finale. In Things We Lost In The Fire le dilatazioni venivano ingabbiate tra le maglie della forma canzone conservando il tocco psichedelico, l'intensità trascendente e l'afflato poetico degli esordi. In The Great Destroyer i Low sfornano pezzi che potrebbero scrivere i Rolling Stones o gli U2.Canzoni rock ("dure e pure") al massimo livello, con il dono dell'orecchiabilità, per quanto possibile, persino più veloci, per quanto possibile. E' il metodo a essere cambiato.
L'iniziale "Monkey" è la cartina tornasole, incubo younghiano intrappolato nel rumore ossessivo di marca Velvet. Ancora distorsore a manetta in "California" ed "Everybody's Song", mentre nelle splendide "Cue To String" e "Pissing" riemerge l'intensità dei primordi . "Just Stand Back" e "Step", infine, sono della foggia pop più pura.
Drums And Guns (2007), anziché andare in cerca di fantasmi e tribalismi stregati, racconta storie assassine che mescolano candore e amarezza, puntando, come sempre, al firmamento.
Che tizi e cai nascondano le sei corde non è che importi tanto; che lo faccia chi ha marchiato a fuoco pagine indelebili della storia della musica con la profondità dei suoi arpeggi, beh, è qualcosa di molto più grosso. L'esperimento più lontano dalle radici è "Belarus": una dolce e piacevole recitazione di coppia, tracciata da basso, batteria elettronica, nota di piano, loop di voce e folate di violini da camera. Una carezza. Emotivamente, l'altro lato della medaglia è ben rappresentato da "Murderer". Spazzolate di batteria e chitarra trattata a far da sfondo ad una melodia toccante ed introversa; la voce che si carica di grandeur per poi spegnersi docile.
Il problema del disco è che molte tendono a filare via troppo lisce, specie nel corpo centrale, quando i toni si fanno più cupi. Esemplare è "Take Your Time", per rintocchi di campane, pulsazione electro e funeree note di piano. Quel che sembra mancare è la profondità di affondo: la classe c'è ancora, ma sono pochi i colpi al cuore.
Se la toccante "Dragnofly" e la delicata "Always Fade" riescono a mettersi in mostra con piacere, la vera gemma è "Breaker". Ossia un riuscitissimo impasto di elettronica, battiti di mani e organo, con Sparhawk a entrarci su in modo meraviglioso, seviziando la sua chitarra per circa un minuto e mezzo.
Tralasciando i brani meno succosi, non resta che citare una curiosità, il divertissement "Hatchet", con il suo invito a pennate di basso ("Let's bury the hatchet, like the Beatles and the Stones").
Disco minore, Drums And Guns lascia ampio spazio all'ottimismo: grazie al talento e agli ampi margini di miglioramento che, storicamente, la band ha mostrato di avere a ogni cambiamento.
Contributi di Francesco Nunziata ("The Great Destroyer"), Ciro Frattini ("Drums And Guns")

