Low

Double Negative

2018 (Sub Pop) | negativecore

"You can’t trust violence", cantavano i Low nel lontano 1995. Non uno sterile monito moralista, ma una sincera ammissione di paura. Il Male è una presenza defilata ma costante nella loro discografia, un fiume carsico che scorre sotto le loro armonie come sangue marcio, una minaccia sempre sul punto di mettere in crisi la loro flebile presenza. Da qui la disperata ricerca di conforto in una religiosità allucinata e quasi magica, la stessa energia sovrannaturale che innerva la loro ispirazione primigenia: i vecchi canti spiritual, voce dell’America più arcaica, oppressa e dolente. Contrastare il Negativo destoricizzandolo mediante una pratica rituale, per dirla col mai abbastanza citato De Martino. Fino ad ora, quantomeno.

I tempi sono cambiati e con loro una band che, nei 25 anni di carriera appena festeggiati, non ha mai messo in fila due dischi uguali. Se della violenza non ci si può mai fidare, come sopravvivere ad un'epoca in cui essa diviene strutturale, annidata in ogni dove, cementata in un reale assassinato come da profezia di Baudrillard? Come sottrarsi alla potenza di un Negativo così pervasivo e totalizzante, salvando non solo se stessi ma anche gli smarriti adepti della propria chiesa? L’extrema ratio è eroica e, ancora una volta, religiosa: offrirsi in pasto al Male in un sacrificio quasi cristologico, attirare su di sé il Negativo per trascinarlo nella propria scomparsa, accettare di farsi divorare per liberare il mondo da una sofferenza insostenibile e immotivata. Avvelenarsi per avvelenare, nella speranza che la Bestia non sia del tutto immune alla sua bava pestilenziale.

Non c'è da stupirsi, dunque, se le premesse di questo nuovo rito sono terrificanti quanto l'avversario da neutralizzare. A partire dal titolo, in cui il "doppio negativo" va interpretato non solo come orrore da fronteggiare qui e ora, ma anche nel senso di negativo fotografico, ribaltamento dimensionale che inverte i colori e svela il rimosso, qualcosa di simile alla scatolina psicanalitica di "Mulholland Drive". Due occhi cavi ci fissano in copertina, quelli di un detrito tecnologico, di un frammento trasformato in oggetto-fantasma, componente inutile al di fuori di un macchinario non più ricostruibile. Ma è soprattutto il singolo a gelare il sangue: tre canzoni saldate insieme in un videoclip-fiume, confuso e disturbante come la musica, straziata da un accanimento elettronico mai così disumano. Devono davvero volerci un gran bene, questi Low che prima di immolarsi ci mettono in guardia: stavolta non si scherza, chi non se la sente è pregato di lasciar perdere.

Ok, non è la prima volta che il trio di Duluth si fa prendere la mano dalle nuove tecnologie: non ci siamo certo dimenticati di "Drums And Guns" e "Ones And Sixes", magnifiche perle di minimalismo atmosferico separate da una doppia pausa disintossicante (più rock "C'mon", più cantautorale "The Invisible Way", tutti e due ancora una volta splendidi). Il punto è che qui l'approccio è diametralmente opposto: i suoni sintetici non servono ad arricchire, ma a distruggere. Confermato BJ Burton in cabina di regia, gli si lascia carta bianca e un'unica, sadomasochistica istruzione: picchiare per far male.
E' pertanto un diverso immaginario elettronico, cupo e nichilista, a riempire l'orizzonte: dubstep, glitch, post-club music, industrial, qualche goccia di trip hop giusto per diluire un composto così micidiale da rischiare la detonazione prima del dovuto. La sensazione è straniante e tutt'altro che gradevole: è come se uno psicopatico in preda ad una crisi fuori controllo si fosse messo a remixare qualche loro vecchio album, magari servendosi di una strumentazione in avaria. E' l'altro lato dello scintillante sogno accelerazionista, una visione catastrofica che esaspera la tecnologia per farla collassare su se stessa, un grido così lacerante che si soffoca da solo. Se "Drums And Guns" era un'orazione funebre per i morti in Iraq, questo è un coccodrillo sull'estinzione della razza umana. Nessuna facile tentazione millenarista, tuttavia: solo tanto, impotente, umanissimo dolore.

Carboni ardenti a rutilare ultra-compressi come in un affresco degli Amnesia Scanner, il refrigerio tragicamente inutile di un rivolo anemico, le voci che vanno e vengono come quando i bambini per gioco si tappano le orecchie a intermittenza, poi la quiete improvvisa su sommessi accordi di piano e un verso agghiacciante che sembra uscito da "Pornography" ("I'm tired of seeing things"): "Quorum" è l'ultimo avvertimento che sono disposti a concederci, se intendiamo proseguire è a nostro rischio e pericolo.
"It started up with nothing to let them win the war", ed eccoli di nuovo qua i tamburi barbarici che hanno piagato il mondo, in una "Dancing And Blood" tanto spiritata da ammutolire le streghe di Salem, il manto sintetico a modulare ora uno sgraziato flauto primitivo ora un etereo coro di vergini, appena carezzato dai tremori della chitarra e dal canto di sirena di Mimi. Nella seconda parte una gelida notte cala sullo sventrato campo di battaglia, il corno dei vincitori a echeggiare in lontananza sopra lo stanco ululato dei lupi affamati: "all that you gave wasn't enough", e ora i pochi sopravvissuti dovranno vedersela con loro.

Turbata da un moscone intrappolato nella gabbia toracica di un gigante (e presto stordito dal suo possente battito cardiaco), la progressione armonica di "Fly" ricorda le colonne sonore di certi yakuza eiga, ma in un remake futuristico dove i temi di Joe Hisaishi vengono riplasmati da Daniel Lopatin. Un arpeggio di cristallo e le leccate karniane del basso non bastano a far rinsavire la protagonista da una rassegnazione accondiscendente e quasi imbecille ("I thought we had it made up/After all, we had to pay up"): nessun rimpianto, allora, se una marcia di stivali le fracassa il cranio mentre il pianista continua a suonare con una pistola alla tempia. Poche altre cose fanno tremare la crosta terrestre come il falsetto alato della Parker.
L'anoressica "Tempest" è oppressa da un vocoder così denso da saturare i timpani, James Blake spappolato a colpi di bitcrusher e poi fatto arrugginire da un lattiginoso e-bow fino a corrodersi.
Dopo tanta sporcizia arrivano come acqua fresca i suoni limpidi di "Always Up", una melodia un po' alla Washed Out, quasi solare nonostante le parole come macigni ("Temptation/Frustration"), inframezzate tuttavia da una sciocchissima filastrocca canticchiata da Mimi correndo tra canne di bambù ("I believe/Can’t you see?"). Nell'autistico om finale non c'è estasi mistica, ma stordimento ebete.

Le voci faticano a farsi largo tra i pugni in pieno stomaco di "Always Trying To Work It Out", deformata in modo mostruoso da un pitch shift bevaniano e poi bombardata senza pietà da velivoli sprovvisti di pilota, la chitarra a spruzzare fertilizzante sulla terra morta e mutilate note di clavicembalo dolenti come brandelli post-trauma ("Everybody says that the war is over/But it isn't something you forget so easy").
Il tornado in avvicinamento di "The Son, The Sun" svela un corpo moribondo vicino al motore ancora acceso di un'auto accartocciata, paralisi comatosa in cui aleggiano le due parole del titolo, dilatate fino a diventare canti tibetani. Più che un brano vero e proprio sembra l'ambient stretch di qualcos'altro, e non è escluso che lo sia.
"It's not the end, it's just the end of hope", e allora tanto vale spogliarsi di tutto e lasciare solo chitarra e voci a riverberare dentro "Dancing And Fire", la delicatezza di Sufjan Stevens derisa da uno zampognaro che mima un'ambulanza in corsa, scolorando come tempera nell'acqua.

Sembra di ingoiare litri di mucillagine nel waterboarding pianistico di "Poor Sucker", una tortura meritata ma non per questo purificante, destinata a protrarsi fino allo sfinimento ("It's a long way out/It's the price we've got to pay"). Nemmeno Trent Reznor era riuscito a far suonare in maniera tanto aliena il più classico degli strumenti.
"Rome (Always In The Dark)" è l'unico momento realmente energico dell'album, col suo incedere marziale e gli scoppi tonitruanti à-la Blanck Mass, Alan & Mimi a lottare col buio che vorrebbe risucchiarli e la chitarra finalmente lancinante sulla scia di un koto ectoplasmatico.
A seppellire ciò che resta provvede la pala implacabile di "Disarray", una pulsazione gonfia di tossine che avrebbe potuto programmare Arca e un'ultima raccomandazione prima di abbandonarci al nostro destino, angosciante ma tutto sommato propositiva: "Before it falls into total disarray/You'll have to learn to live a different way".

In una scena di "You May Need A Murderer", imperdibile documentario del 2007 in cui i coniugi Sparhawk mettono a nudo i propri spettri, Alan dice una cosa del tipo "come dovrei comportarmi se il mio Dio mi chiedesse di fare del male?". Nell'impossibilità di sciogliere un quesito così atroce, "Double Negative" tenta quantomeno di sfogarne il tormento in una catartica tabula rasa, un potlatch in cui scaraventare ciò che si ha di più caro solo per vederlo bruciare ("A spark of everything you've ever known/Incinerated in a light of gold").
Lo slowcore degli esordi, il folk-rock della maturazione e l'avant-pop dell'età adulta sono solo sbiaditi ricordi nella mente di un suicida spirante, e "Double Negative" è precisamente questo: un harakiri artistico, il loro disco più estremo e una delle opere più sconvolgenti degli ultimi anni.

(01/09/2018)

  • Tracklist
  1. Quorum
  2. Dancing And Blood
  3. Fly
  4. Tempest
  5. Always Up
  6. Always Trying To Work It Out
  7. The Son, The Sun
  8. Dancing And Fire
  9. Poor Sucker
  10. Rome (Always In The Dark)
  11. Disarray 


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