Low

The Invisible Way

2013 (Sub Pop) | slow-rock

Well you could always count on your friends to get you high, that’s right

Che ci sia o meno una componente ironica nel verso che apre il decimo full-length album firmato dai coniugi Sparhawk, non ci è dato saperlo. Certo è, però, che la suddetta introduzione certifica, più o meno consapevolmente, come un sodalizio non meno che clamoroso abbia a conti fatti partorito un’opera degna della grandezza dei nomi coinvolti.
Abbandonata la pur felice strada dell’autoproduzione, battuta col precedente “C’mon”, per “The Invisible Way” i Low hanno infatti deciso di chiamare in cabina di regia tale Jeff Tweedy, il quale ha risposto ospitando i giganti dello slowcore nel contesto ideale (il Wilco Loft di Chicago) in cui scrivere l’ennesimo capitolo memorabile della propria storia.

Una storia che proprio con l’album in questione festeggia vent’anni, ma che ha ancora pagine bianche da riempire, nella fattispecie riprendendo le suggestioni folk-rock davanti alle quali si era fermato l’album precedente e scavando ancora più a fondo nel cuore della tradizione americana. Fin dalle prime note di “Plastic Cup”, appare chiaro come la strada invisibile del titolo sia anche quella che porta i due musicisti del Minnesota a confrontare il proprio mondo di ballate nude ed evanescenti con il più classico cantautorato dei loner, indissolubilmente legato a quelle stesse coordinate geografiche (chi ha detto “Zimmerman”?).
Il pianoforte e la chitarra acustica (“una Martin degli anni 40”, tiene a precisare Alan Sparhawk), protagonisti assoluti del suono di “The Invisible Way”, paiono suonarsi da sé, tanta è la naturalezza con cui sorreggono le armonie trascendentali cantate da marito e moglie. Il resto, ovviamente, lo fanno le canzoni.

“Puntiamo sempre alla concisione e togliamo tutto ciò che del brano non serve”, ha recentemente dichiarato Sparhawk. Ed è proprio quest’arte della sottrazione a generare due gioielli di bellezza inestimabile: una classica Low-song a nome “Amethyst”, in cui ogni cambio di accordo è una morsa che stringe il cuore e l’austera ballad impregnata di soul “Clarence White”, impreziosita nei fill da una dicotomia minimalismo/gusto per l’eccentrico che odora di Wilco.
Le restanti composizioni tengono comunque il passo magistralmente, esprimendo una potenza musicale che si manifesta nell’assenza, sia essa quella dei paesaggi aridi su cui la sola Parker intona la preghiera “Holy Ghost” o quella degli spazi vuoti in cui si inseriscono fraseggi desertici e suadenti armonie Sixties in “Four Score”.

Il senso di perenne sospensione, l’insieme di cenni che lasciano intendere senza compiersi, da sempre componenti imprescindibili della poetica del gruppo, emanano qui un’aura di seduzione tale da imporsi anche sulle pochissime battute d’arresto (la lunga coda che squarcia il quadro bucolico di “On My Own”, una “Mother” che procede senza né intoppi né particolari sussulti) e valorizzano ulteriormente la serenità fugace delle rade escursioni nella pop-song in “So Blue” e “Just Make It Stop”.

Nel suo equilibrio precario fra la propensione cosmica delle voci e la sinistra delicatezza dei suoni, la nuova fatica dei Low richiede numerose frequentazioni prima di svelare la sua essenza. Alla fine del percorso, però, quella “Invisible Way” apparirà più tangibile che mai a collegare con naturalezza le soluzioni peculiari della band a uno sguardo sempre più maturo verso le radici del proprio sound. Concedetegli il tempo necessario e verrete ripagati a dovere.

(17/03/2013)

  • Tracklist
  1. Plastic Cup
  2. Amethyst
  3. So Blue
  4. Holy Ghost
  5. Waiting
  6. Clarence White
  7. Four Score
  8. Just Make It Stop
  9. Mother
  10. On My Own
  11. To Our Knees
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